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martedì 29 maggio 2012

Quase metade das famílias localizadas pelo governo estão em cidades com mais de 100 mil habitantes

Um ano atrás, o governo federal pôs em andamento uma operação para localizar os chamados miseráveis invisíveis do Brasil - aquelas famílias que, embora extremamente pobres, não estão sob o abrigo de programas sociais e de transferência de renda, como o Bolsa Família. Na época, baseado em dados do Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística (IBGE), o Ministério do Desenvolvimento Social estabeleceu como meta encontrar e cadastrar 800 mil famílias até 2013. Na semana passada, porém, chegou à mesa da ministra Tereza Campello, em Brasília, um número bem acima do esperado: só no primeiro ano de busca foram localizadas 700 mil famílias em situação de extrema pobreza e invisíveis.

Considerando apenas o chefe da família, isso corresponde à população de João Pessoa (PB). Se for levada em conta toda a família, com a média de quatro pessoas, é uma Salvador inteira que estava fora dos programas.

O resultado da operação, conhecida como busca ativa, também surpreende pelas características dessa população: 40% das famílias invisíveis estão em cidades com mais de 100 mil habitantes.

Com o desdobramento e a análise das estatísticas, é provável que se constate que a maioria dos miseráveis invisíveis não estão nos grotões das regiões Norte e Nordeste, como quase sempre se imagina, mas na periferia dos centros urbanos.

"Estamos falando de famílias extremamente pobres que até agora não faziam parte do cadastro único do governo federal e por isso não eram vistas na sua integridade, de acordo com suas necessidades e carências", observa a ministra Tereza Campelo. "Podiam ter filhos na escola, mas não tinham acesso ao básico dos programas sociais, como o Bolsa Família, a tarifa social de energia elétrica e outras ações."

Para chegar a essas pessoas o ministério partiu do princípio de que, por algum motivo, elas não conseguiam chegar aos serviços de assistência social das prefeituras e pedir a inscrição no cadastro único. "Era preciso sair dos escritórios. Mobilizamos prefeituras, agentes de saúde, empresas de distribuição de energia elétrica", conta Tereza. "As prefeituras estão sendo remuneradas por esse trabalho." 

fonte: Epoca
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lunedì 28 maggio 2012


Allora… cercherò di essere chiaro e rapido, così riusciremo a capire di cosa sto parlando senza perdere troppo tempo (anche perché l’argomento non è certo tra i più importanti).

Quando vivevo in Italia avevo in piazzato in corridoio quattro librerie Billy della Ikea, pagati la modicissima cifra di 39 euro. Sempre dalla Ikea avevo comprato alcuni mobili della cucina e altre piccole cose. Inoltre, considerando i pochi soldi che guadagnavo, TUTTI i mobili che avevo in casa erano super-economici, comprati in quelli che dalle mie parti si chiamavano “Mercatoni”, cioè grandi magazzini con prodotti molto economici.

Fatta questa premessa, devo ammettere che anche qui in Brasile la mia situazione economica non è migliorata di molto, e di conseguenza i mobili che ho ora in casa sono stati acquistati quasi tutti da Casas Bahia. Un vantaggio di Casas Bahia è che per i mobili, anche quelli più semplici, c’è la possibilità di avere un montatore che viene a casa tua senza spendere altri soldi aggiuntivi. Il problema è non tutti i mobili che voglio li trovo a Casas Bahia, e così ho avuto la sventura di comprare una libreria presso la Loja Americanas e un’altra presso la Carrefour. Questi negozi non fanno il montaggio di mobili, quindi bisogna arrangiarsi da soli.

Nessun problema per me, visto che sono abituato a montare i mobili da solo, compresi anche armadi e altro. O perlomeno questo era quello che pensavo…

Facciamo un piccolo salto indietro. I mobili della Ikea, al di là di quello che si dice, sono di una facilità estrema da montare, basta seguire attentamente le istruzioni e non fare di testa propria. I mobili vengono sempre accompagnati da tutta la ferramenta necessaria, così con un solo cacciavite e un martello potete montare qualunque cosa.

file_30Bene. Sapete cosa sono gli spinotti di legno?
Sono degli spinotti che vengono inseriti fra le varie parti per fare in modo che sia più facile il montaggio e per assicurare meglio i vari componenti.

Quindi per montare una libreria normalmente la procedura è la seguente:
prima si mettono tutti questi spinotti
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poi si incastrano i vari elementi
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poi si fissa il tutto con delle viti per rendere più sicuro e stabile il mobile
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poi si mette il pannello posteriore
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e infine si fissa la libreria alla parete per evitare una eventuale caduta.
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Bene. Qui in Brasile sembra che gli spinotti in legno non li conosca nessuno, dato che le librerie da me comprate, in due negozi diversi, non avevo tale piccolo ma utilissimo accessorio. L’unico modo di montare le varie parti è tramite delle banalissime viti da legno, e voi non avete idea di cosa voglia dire montare una libreria alta due metri, con sette ripiani totali, cercando prima di puntare il tutto tramite queste viti, per poi fissare con la dovuta forza i vari componenti. Senza questi piccoli spinotti non c’è modo di tenere ferma la libreria, quindi si perde molto tempo (e pazienza) cercando di centrare il tutto con un mobile che “balança” da tutte le parti.

Come se non bastasse, tutte queste viti sono “a vista”, nel senso che non vengono forniti nemmeno dei banalissimi tappi coprivite. Quindi alla fine del lavoro il vostro mobile sarà pieno di viti da tutte le parti, a scapito ovviamente della estetica finale.

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DSC00003Ma non solo. Il pannello posteriore è quasi sempre più piccolo del mobile, quindi c’è sempre il rischio che, pur usando i chiodi in dotazione, tale pannello non rimanga fissato bene, e con il tempo possa staccarsi.



Ma non solo. Per un motivo inspiegabile (uno dei tanti misteri del Brasile) TUTTI i mobili NON HANNO quell’incavo alla base per lo zoccoletto. Mi spiego meglio:

in Italia i mobili, alla base, posteriormente, hanno una specie di incavo per fare in modo che lo zoccoletto entri dentro questo incavo e il mobile possa essere fissato bene alla parete aderendo perfettamente (guardate la foto in basso).

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Qui in Brasile questa rientranza non ce l’hanno, con la conseguenza che il mobile rimane SEMPRE staccato dal muro, pregiudicando così la sicurezza e l’estetica.

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Questo è un vero e proprio mistero, uno dei tanti, specialmente in un Paese dove lo zoccoletto è fatto con le stesse piastrelle del pavimento (in Italia di solito è di legno e molto sottile), con uno spessore finale di quasi due centimetri (a casa mia, in alcuni punti, arriva a due centimetri e mezzo).

E non pensate che questi mobili siano così perché d’importazione dalla Cina o altro. Quello che ho comprato da Americanas, pagato la bellezza di 230 R$, è prodotto dalla brasilianissima Politorno. Mentre quello comprato alla Carrefour è della Art In Móveis

Quindi, per farla breve, per tutti quelli che pensano che i mobili della Ikea facciano schifo… venite a montare questi brasiliani, e poi ne riparliamo!
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sabato 26 maggio 2012


A Itália  é indescritível. Não é apenas o país mais belo do mundo; é qualquer coisa fora e acima deste mundo, assim mais ou menos pendurada a meio do caminho entre o Céu e a Terra. E isso não decorre somente das riquezas artísticas, de todas as épocas – que os etruscos, os gregos, os romanos, a Idade Média e a Renascença ali acumularam. Nem só da natureza, estupenda: céu que a gente olha, espia, vê, e não acredita estar vendo; crepúsculos fabulosos, que parecem também de mentira; e um mar lindamente impossível, que despende poesia como se despendem energias de um átomo desintegrado. Nem das reminiscências da História e da Legenda. Nem apenas da luz, que nas outras terras significa apenas claridade, ao passo que, na Itália, quase  de cidade para cidade.

[...] a gente italiana é, entre todas, a mais bonita e a mais simpática, a mais humana de todas, a mais alegre.

(João Guimarães Rosa, Carta aos pais. Paris, 3.9.1950)

Ringrazio Euclydes Addeu e il suo blog, Branche D'Or, per avermi dato l’opportunità di conoscere, seppur in parte infinitesimale, questo grande scrittore brasiliano.
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«La Germania non affondi l'Europa 

Sarebbe la terza volta in cent'anni»

Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco: «La cancelliera miope. Se l'euro cade, noi saremo i grandi perdenti»

BERLINO - «Per due volte, nel XX secolo, la Germania con mezzi militari ha distrutto se stessa e l'ordine europeo. Poi ha convinto l'Occidente di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente l'integrazione d'Europa, abbiamo conquistato il consenso alla nostra riunificazione. Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell'ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio questo». Joschka Fischer sceglie parole pesanti come pietre per lanciare un allarme fatto di passione e ragione, cuore e testa d'europeo. L'ex ministro degli Esteri tedesco è «preoccupato» da una situazione che definisce «seria, molto seria» per l'Europa. Ed è anche scettico, perché non vede in giro «forze e leader, disposti a fare i passi necessari», senza i quali «rischia di essere spazzato via il miracolo di due generazioni di europei: l'investimento massiccio in una costruzione istituzionale, che ha garantito il più lungo periodo di pace e prosperità nella storia del Continente». Lo incontro nella sede della «Joschka Fischer and Company», la società di consulenza strategica che ha fondato da pochi anni. Le finestre del suo ufficio danno sulla Gendarmenmarkt, la piazza dove i re prussiani facevano sfilare i loro reggimenti e il regime comunista della Ddr organizzava i suoi raduni. Ora è il cuore pulsante della nuova Berlino, magnifica capitale di una Germania cui l'Europa in crisi torna a guardare con diffidenza e malumore.

«Mi preoccupa - spiega Fischer - che l'attuale strategia chiaramente non funziona. Va contro la democrazia, come dimostrano i risultati delle elezioni in Grecia, in Francia e anche in Italia. E va contro la realtà: lo sappiamo sin dalla crisi del 1929, dalle politiche deflattive di Herbert Hoover in America e del cancelliere Heinrich Brüning nella Germania di Weimar, che l'austerità in una fase di crisi finanziaria porta solo a una depressione. Sfortunatamente, sembra che i primi a dimenticarlo siamo proprio noi tedeschi. Certo l'economia della Germania è in crescita, ma ciò può cambiare rapidamente, anzi sta già cambiando».

L'ex vice-cancelliere del governo rosso-verde invita a non farsi alcuna illusione: l'Europa è oggi sull'orlo di un abisso. «O l'euro cade, torna la re-nazionalizzazione e l'Unione Europea si disintegra, il che porterebbe a una drammatica crisi economica globale, qualcosa che la nostra generazione non mai vissuto. Oppure gli europei vanno avanti verso l'Unione fiscale e l'Unione politica nell'Eurogruppo. I governi e i popoli degli Stati membri non possono più sopportare il peso dell'austerità senza crescita. E non abbiamo più molto tempo, parlo di settimane, forse di pochi mesi».

Ma perché non sarebbe possibile limitare le conseguenze di un'uscita controllata della Grecia dall'Eurozona? 
«L'Euro è un progetto politico. Non è che avessimo bisogno della moneta unica agli inizi degli Anni Novanta. Doveva essere il vettore dell'integrazione politica: questa era l'idea di fondo. Nessuno oggi può garantire che se la Grecia abbandona l'euro, non si verifichino un crollo della fiducia, una corsa alle banche in Spagna, in Italia, probabilmente anche in Francia, cioè una valanga finanziaria che seppellirebbe l'Europa. Secondo, cosa pensa che farebbero i greci una volta fuori? Cercherebbero altri partner, come la Russia per esempio, che è già pronta e nessuno ne parla. Diremmo addio all'ampliamento verso Sud-Est, l'integrazione europea dei Balcani sarebbe finita. È una follia: si possono avere opinioni diverse sulla vocazione europea della Turchia, ma non c'è dubbio che i Balcani, regione intrinsecamente instabile, siano parte dell'Europa. Senza contare che la Grecia fuori dall'euro precipiterebbe nel caos».

La discussione attuale si concentra sugli eurobond. Ma per concretizzarli occorrerebbero mesi, se non anni. Non è un falso dibattito, rispetto ai tempi brevi di cui lei parla? 
«No, è un dibattito importante. In fondo dietro gli eurobond c'è uno dei prossimi passi da compiere. Gli elementi della soluzione sono quattro: Unione politica e Unione fiscale dell'Eurogruppo, crescita e riforme strutturali. Sono per esempio ammirato dal fatto che in questa fase, l'Italia abbia mobilitato i suoi istinti di sopravvivenza dando vita al governo Monti, che sta lavorando bene. Ma rimango perplesso che Hollande, il nuovo presidente francese del quale apprezzo l'impegno per la crescita, voglia riportare a 60 anni l'età pensionabile. Nessuno di questi elementi va trascurato o annacquato, devono viaggiare insieme se l'Europa vuole davvero superare la sua crisi esistenziale».

Perché la cancelliera Merkel non si muove dalla linea dell'austerità?
«Angela Merkel pensa solo alla sua rielezione. Ma è un calcolo miope e fa un grosso errore. Perché sul piano interno è già molto indebolita. Merkel è forte finché l'economia tedesca è forte. In Germania non c'è crisi economica, ma stiamo attenti perché ci coglierà in modo brutale. Se non ci assumiamo la responsabilità di guidare l'Europa insieme fuori dalla crisi, saranno guai grossi, perché noi saremmo i grandi perdenti, sia sul piano economico che su quello politico».

Quale governo tedesco può fare ciò che lei propone?
«Solo un governo di grande coalizione. Altrimenti, ogni partito all'opposizione sarebbe tentato di sfruttare questa situazione. Ma un governo di unità nazionale ce la farebbe. Non è un passo semplice. "Perché dovremmo farlo?", è la domanda prevalente in Germania"».

Già, perché dovreste farlo?
«Semplice, perché altrimenti vanno a rotoli sessant'anni di unità europea. Fine. Rien ne va plus . Purtroppo non abbiamo più un Helmut Kohl a dircelo».

E come dovrebbero svolgersi gli avvenimenti, qual è il primo passo immediato?
«L'europeizzazione del debito. Il problema, qui la Germania ha ragione, è di evitare che poi le riforme strutturali per migliorare la competitività si fermino o vengano ammorbidite. Non si tratta di europeizzare l'intero debito, ci sono proposte interessanti sul tavolo. Ma il punto di fondo è che la Germania deve garantire con il suo potere economico e le sue risorse la sopravvivenza dell'Eurozona. Bisognerà dire: siamo un'Unione fiscale, restiamo insieme. Sarà difficile, i mercati diranno la loro, le agenzie di rating toglieranno probabilmente la tripla A alla Germania, ma bisognerà resistere e per farlo abbiamo bisogno dell'Unione politica. E qui è la Francia che deve dire sì a un governo comune, con controllo parlamentare comune della zona euro. In gioco è il ruolo globale dell'Europa nel XXI secolo. Vogliamo averne uno? Solo insieme potremo dire qualcosa sul nostro futuro ed essere ascoltati».

Non è troppo tardi per tutto questo?
«No, abbiamo una chance, che probabilmente si aprirà concretamente poco prima del crollo. Bisogna avere nervi saldi, il lusso delle illusioni non ci è concesso. Finora abbiamo solo reagito. Le decisioni dell'Ue hanno sempre inseguito gli avvenimenti. Non abbiamo mai agito in modo strategico. Non basta più».

Cosa vuol dire governo e controllo parlamentare comuni?
«Dimentichiamo per un attimo i 27. Al momento decisivi sono i Paesi dell'Eurozona. I capi di governo agiscono già di fatto da esecutivo europeo, i Parlamenti nazionali hanno la sovranità sul bilancio. Dobbiamo fare passi concreti verso una federazione: nel 1781 c'era una situazione simile in America. Cosa fece Alexander Hamilton? Federalizzò il debito degli Stati, in bancarotta per le spese della Rivoluzione contro gli inglesi. Se non lo avesse fatto, la giovane Confederazione non sarebbe sopravvissuta. Ecco cosa dobbiamo fare anche noi, qui e subito. Purtroppo non siamo governati da leader politici, ma da contabili».

E d'accordo a eleggere un presidente dell'Ue a suffragio universale, come suggerisce Wolfgang Schäuble?
«Non porterebbe nulla. Avrebbe molto più senso se le maggioranze e le opposizioni parlamentari di ogni Stato dell'Eurozona fossero rappresentate in una Eurocamera, dove discutere direttamente, con tutta la legittimità necessaria, l'attenzione mediatica e il coinvolgimento delle popolazioni. Non sarebbe più una creazione esterna come l'Europarlamento, che potrebbe diventare Camera bassa. Mentre i leader sarebbero membri del governo europeo».
L'intervista è finita. Ma Fischer, sempre affascinato dalla Storia, vuole ancora raccontare un aneddoto: «Sono stato spesso a Venezia, ma solo alcuni mesi fa, per la prima volta ho dormito in laguna. Un'esperienza indimenticabile: alle 7 della sera, la città era vuota, nulla sembrava vivo. E allora ho pensato alla Serenissima, alla grande potenza che ha dominato il Mediterraneo e parte del Medio Oriente, esercitando per secoli una forte egemonia economica, politica e culturale, ridotta a un bellissimo museo deserto. Vogliamo che anche l'Europa diventi questo? Non credo, ma potremmo esservi molto vicini».

fonte: Corriere della Sera
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venerdì 25 maggio 2012


Secondo una recente ricerca, un terzo delle case dei centri urbani del Brasile non hanno nemmeno un albero vicino. Nella regione Nord l situazione è tra le peggiori, con il 63,3% delle case senza aree verdi nelle vicinanze. Nel Sud-est va un poco meglio, dato che si raggiunge una percentuale del 26,5%.

E’ strano questo, proprio in un paese dove vanta natura lussureggiante e grandiosa. Ma ho imparato, col tempo, a non fare troppo caso alle cose strane che esistono in questo luogo.

La mancanza di area è accentuata nelle regioni più povere. Nelle zone dove la rendita pro-capite è di 1/4 del salario minimo, il 43,2% delle case non hanno alberi vicino. Questo valore scende quasi alla metà, 21,5%, nelle aree dove la rendita è più di due salari minimi per persona.

Sempre secondo questa ricerca, si legge che nel Pais do Futuro, 18,5 milioni di persone vivono con la fognatura a cielo aperto davanti alle loro case. Quindi non hanno gli alberi ma sono circondati da escrementi, spazzatura e tutto ciò che ne consegue.

E per finire in bellezza, secondo un’altra ricerca risulta che in Brasile, su ogni mille neonati, ne muoiono più di 15. Per avere un’idea a Cuba ne muoiono 5, in Cile circa 7 e in Islanda 2.

C’è da dire che questa percentuale è diminuita parecchio, dato che nel 2000 i neonati morti erano quasi 30. Quindi speriamo che col tempo questo triste dato possa ancora migliorare.

Per leggere l’articolo sulle aree verdi andate qui:

Per quello sui neonati invece qui:

Se poi volete leggere, in portoghese, che il 3,3% dei ragazzi dai 6 ai 14 anni non frequenta la scuola preferendo, in un modo o nell’altro, andare a lavorare, e che 6 ogni 10 brasiliani con 25 anni di età non ha finito le scuole medie, allora andate qui:

E dopo tutte queste ottime notizie, non posso far altro che augurarvi un ottimo fine settimana.
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mercoledì 23 maggio 2012

INCIDENTE DIPLOMATICO AL FORUM ITALIA-BRASILE

«Italia a pezzi». E il sottosegretario si ribellò

Brasile, la Dassù (vice del ministro Terzi) ribatte all'ex senatore Pollastri e poi lascia il ricevimento

MILANO - Incidente diplomatico a San Paolo, in Brasile, tra una delegazione italiana di imprenditori e delle Regioni guidata dal sottosegretario del ministero degli Esteri Marta Dassù e il responsabile locale della Camera di commercio italo-brasiliana, Edoardo Pollastri: martedì sera, durante il ricevimento a chiusura della prima giornata di attività della Missione Italia, in viaggio in Brasile per intraprendere un'azione istituzionale comune puntando in maniera decisa sull'export italiano nel paese sudamericano, si è svolto un ricevimento presso il Consolato generale in onore del governo italiano e dell'Istituto del commercio estero.

«L'ITALIA CADE A PEZZI» - Pollastri, ex senatore e dal 1975 attivo in Brasile, nel discorso ufficiale ha definito l'Italia - tra l'altro ospite istituzionale dell'evento - «un paese che cade a pezzi». Rompendo il protocollo Dassù, che è stata anche consigliere per e relazioni internazionali dei governi D'Alema e Amato e docente di Relazioni internazionali alla Sapienza di Roma, è salita subito sul palco per ribattere: «Non solo l'Italia non cade a pezzi, ma è anche supportata e forte grazie alla bravura e alla passione di un popolo e di imprenditori italiani come quelli che stanno facendo crescere il Brasile». Imbarazzato, e arrossendo, Pollastri ha replicato: «Mi riferivo al terremoto». Pronta, Dassù gli ha rubato nuovamente la parola per sottolineare: «Nel tentare di rimediare ha fatto ancor peggio», andandosene poi dal ricevimento con la coda di diplomatici al seguito.

LA MISSIONE - L'attività della missione italiana proseguirà anche giovedì con la tappa a San José dos Campos (giornata dedicata in particolare alle imprese del settore aerospaziale) e venerdì con incontri a Belo Horizonte, Curitiba e Santos.


MIO PARERE PERSONALE: Al di là del fatto che sia vero o falso quanto afferma Pollastri, io penso che una persona, prima di dire queste cose, dovrebbe pensarci bene più volte. Edoardo Pollastri, oltre a essere un italiano come me, è un senatore italiano, quindi riceve uno stipendio da quelle persone che, secondo lui, stanno cadendo a pezzi. Inoltre è il presidente della Câmara Ítalo-Brasileira de Comércio e Indústria. Quindi dovrebbe essere lui il primo a promuovere e a incentivare quello che di buono abbiamo in Italia. Affermare che l’Italia stia cadendo a pezzi, vero o falso che sia, è anti producente per i due paesi e poco dignitoso per un italiano che vive all’estero.
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sabato 19 maggio 2012


Il Poupa Tempo è uno strumento che il Governo dello Stato di Sao Paulo ha creato nel 1996 per facilitare la vita dei cittadini, quando deve fare dei documenti, rinnovare la patente e altro.

Ma O Mascate non vive solo di critiche e quando una cosa è buona e funziona dobbiamo renderne atto.

La settimana scorsa, dovendo rinnovare la mia patente, sono entrato nel sito del Detran [l’ACI brasiliano], presi nota dei documenti che servivano e andai al Poupa Tempo della mia città.

Il locale si trova in un antico magazzino totalmente restaurato, nel centro della città. Inaugurato nel 2008, attende la domanda di tutta la Baixada Santista.

Ognuno può riservare un servizio per telefono 0800 o tramite internet.

Bene, sono andato in quel locale immaginando di aspettare ore e ore prima del mio turno. Fui sorpreso quando mi accorsi che non dovevo uscire dal locale per nessun motivo, dato che dall’esame medico fino al pagamento dei documenti viene fatto là dentro.

Pur attendendo tutta la Regione (comprende circa 1 milione e 700 mila persone), il servizio è stato molto soddisfacente, e in meno di quattro ore io avevo già pronta la mia patente rinnovata.

Ma durante le ore che ho passato là dentro facendo la “via sacra”, saltando da uno stand a un altro, misi in pratica il mio  "OBSERVATOR MODE ON" e cominciai a prestare attenzione alle persone che cercavano determinati servizi in quel locale.

Dalla reclamazione che non servivano acqua o caffè gratis per la popolazione, fino alle piccole discussioni tra utenti e operatori, sempre dovuti per la mancanza di documenti che il cittadino ha dimenticato di portare, ma in ogni caso con la pretesa di essere servito. Uno che sbraitava “io pago le tasse, quindi tu mi devi servire bene”, oppure un altro “sono io che pago il tuo stipendio, carina!”… tutte cose che siamo abituati a vedere in un popolo ignorante e arrogante.

Il servizio è molto buono, basta saper leggere e capire cosa c’è scritto. Ma siccome la maggior parte dei “Merdicreydes e Bostonaldos “ [espressione poetica per designare il popolo brasiliano] sono semi-analfabeti… la merda è fatta!

Non sanno da che parte andare, non aspettano il proprio turno civilmente, reclamano sempre per la lentezza, non prestano mai attenzione ai pannelli con il numero di accettazione, parlano del più e del meno e quando lo notano, il numero chiamato già sta tre o quattro volte davanti. Allora si alzano e vanno a reclamare facendo perdere molto tempo alle persone che aspettano.

Parlano alto e, inevitabilmente, ritornano una o due volte per risolvere un problema che un semplice cittadino come me lo ha fatto in quattro ore, più o meno.

Senza contare una madre che cercava di rinnovare la patente di suo figlio che stava lavorando, e le pretendeva, in qualunque modo, che fosse preparata la patente senza la presenza del suo laborioso rampollo. Ad un certo punto questa madre amorosa ha iniziato a essere volgare e la cosa è diventata strana. Poveri quegli addetti che hanno a che fare tutti i giorni con ugni sorta di cretini, e devono essere sempre sorridenti.

E’ stata la prima volta che ho avuto la necessità dei servizi del Poupa Tempo, e sono rimasto realmente sodisfatto con la qualità dei servizi e la rapidità nelle soluzioni dei problemi, che prima avevano bisogno di mesi per essere risolti.

Questa cosa funziona tanto bene che alcuni governatori di altri Stati hanno iniziato a copiare l’iniziativa di Sao Paulo

Per la verità quello che rovina tutto è proprio il popolo.

Eh, questo popolino ignorante!!!

TRADOTTO E ADATTATO DA: O MASCATE
Prima che qualcuno inizi a insultarmi (come se questo fosse importante) tengo a precisare che questo post è stato scritto da un brasiliano che vive, ovviamente, in Brasile. Quindi nessuno può accusarlo di essere contro il suo popolo o di non capire i suoi usi e costumi. Io ho pubblicato il suo post, tradotto in italiano, sia perché proprio poco tempo fa sono andato anch’io dal Poupa Tempo della mia città per lo stesso suo motivo. E ho avuto modo di vedere con i miei occhi le stesse situazioni da lui descritte, compresa l’efficienza di tale servizio. Ma soprattutto l’ho pubblicato per dimostrare, con le parole di un brasiliano, che l’arroganza e la “grosseria”, ma soprattutto l’ignoranza,  non sono una esclusività di noi italiani. Anzi, che ci crediate o no, ho visto persone più maleducate e più “baixaria” qui in Brasile che in tutto il tempo che ho vissuto in Italia. Ma come diceva il grande Totò… signori si nasce, e qui devono ancora crescere molto.
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venerdì 18 maggio 2012


Hanno da poco pubblicato uno studio sulla violenza negli stadi brasiliani e i numeri sono impressionanti. Solo nel 2011 ci sono stati più morti in Brasile che IN TUTTA LA STORIA DEL CAMPIONATO ITALIANO!

Tra il 1992 e il 2012 ci furono 133 morti tra tifosi. Gli ultimi anni furono più violenti, con 14 morti nel 2007, 9 nel 2008, 11 nel 2009 e 19 nel 2010. Il 2011 registrò il record delle morti di tifosi, con 20 omicidi dentro l’universo della tifoseria.

Ma non è solo durante la partita che avvengono questi omicidi. E’ di poco tempo fa la notizia che un ragazzo è stato assassinato da alcuni tifosi nella fermata di un bus, solo perché indossava una maglia di una squadra diversa. E altri tre ragazzi sono stati uccisi durante un churrasco solo per “vendicare” un incidente anteriore.

E qualcuno continua ad affermare che la violenza in Brasile non è preoccupante!

Raio-X da violência de torcidas indica que Brasil viu morrer em 2011 total da Itália na história

Bruno Freitas
Do UOL, em São Paulo


Um estudo acadêmico recentemente concluído esmiúça em números uma sensação que já se faz presente há algum tempo nas páginas de noticiário esportivo do país. Nunca aconteceram tantos assassinatos ligados ao universo da violência de torcidas como nos últimos anos. O levantamento oferece a comparação alarmante de que o futebol brasileiro registrou em 2011 um patamar de mortes que praticamente corresponde ao total levantado no histórico da Itália.

O trabalho assinado pelo jornalista André Luís Nery após quatro anos de pesquisas indica que vinte torcedores foram mortos no país em confrontos dentro do universo das torcidas no ano passado. Com tradição em futebol semelhante à brasileira, e cenário de rivalidades de arquibancada igualmente complexo, a Itália registra na história 24 assassinatos.

"Em um ano se matou quase o índice total do futebol italiano na história, justamente no ano passado, praticamente o mesmo número. A última morte lá foi em 2008. E quando isso acontece, geralmente o campeonato é parado, toda a opinião publica se envolve, é uma questão gravíssima para o país, ao contrário do que costuma acontecer aqui", afirma Nery, autor do livro Violência no Futebol: Mortes de torcedores na Argentina e no Brasil.

Entre 1992 e março de 2012 foram identificadas 133 mortes de torcedores no Brasil [a estatística já poderia ser atualizada em razão de incidentes das últimas semanas]. Esse número total representa uma média superior a seis mortes por ano no período analisado.

Os últimos anos foram particularmente os mais violentos, com 14 mortes em 2007, nove em 2008, 11 em 2009 e 19 em 2010. Por fim, 2011 registrou o recorde de mortes no do gênero no país em um único ano, segundo o levantamento, com 20 casos de assassinatos comprovados dentro do universo de torcidas.

O livro de André Nery tem como foco a violência entre torcedores no futebol argentino e brasileiro. A obra apresenta os casos de mortes que são relacionados a enfrentamentos entre torcidas e também os incidentes ocorridos em estádios que terminaram com vítimas. Além disso, foi traçada uma comparação com a realidade de Inglaterra, Espanha e Itália, países em que o futebol tem apelo social e grau elevado distúrbios.

Considerando os casos de assassinato listados pelo livro, a média de idade das vítimas é de 23,05 anos. Mais da metade das mortes (79, ou 59,4%) foi ocasionada através de armas de fogo. O levantamento ainda aponta que, entre da violência no futebol brasileiro, 123 são homens, ou 96,1% do total.
O estudo avalia que a violência está praticamente controlada dentro de estádios e em suas imediações. O problema migrou para deslocamentos de torcidas e encontros agendados para brigas em pelotão.

DESCENTRALIZAÇÃO LEVA VIOLÊNCIA A GOIÁS E ALAGOAS
De acordo com o autor André Nery, o mapa de incidências dos crimes ligados às torcidas sugere uma recente descentralização dos assassinatos, que inicialmente eram concentrados no eixo Rio-São Paulo. O jornalista afirma que a rivalidade entre facções de Cruzeiro e Atlético em Minas Gerais é das mais preocupantes, assim como casos em Goiás e em Alagoas.

"Alguns estados já superam Rio-São Paulo em numero de mortos. Acontece muita morte não vinculada ao jogo em si. Por exemplo, na segunda-feira, dia que não tem jogo, um torcedor vestindo a camisa do clube é assassinato em um ponto ônibus. Isso tem acontecido muito entre organizadas de CSA e CRB em Alagoas, por vingança. Recentemente, em um churrasco da torcida do Vila Nova [em Goiás], um cara de moto matou três torcedores, por vingança de um incidente anterior", discorre.

Uma reportagem recente do UOL Esporte coletou declarações de autoridade de Goiás que admitem que a recente explosão do número de assassinatos envolvendo torcedores organizados [11 mortes desde maio do ano passado] estava ligada a disputas do tráfico de drogas local.

BANIR TORCIDAS NÃO ADIANTA, DIZ AUTOR SOBRE SOLUÇÕES
O livro Violência no Futebol: Mortes de torcedores na Argentina e no Brasil reserva uma seção para debater possíveis caminhos para tratar o problema da violência entre torcidas, inclusive abordando como a legislação dos dois países analisados lida com a questão.

Na opinião do autor André Nery, a medida de banir facções organizadas de entrarem identificadas nos estádios não é eficaz contra o problema, em uma estratégia de médio e longo prazo. 

"Das alternativas já tomadas, extinguir torcida não resolve o problema. É um paliativo, no curto prazo resolve, mas no longo prazo pode ter o efeito contrario, até aumentar a violência. Creio que deveria existir um esquema de policiais infiltrados, para levantar quem anda armado, como é a operação, além de uma policia especializada na internet, monitorar se vai ter confronto e quem são as pessoas que provocam organizam esses distúrbios", comenta.

fonte: UOL
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Ma io non capisco. C’è gente che muore di fame, c’è chi perde lavoro e si suicida, c’è chi froda il fisco o muore nell’attesa di essere curato in in ospedale, ma c’è anche tanta gente che non ha un cazzo da fare!

Capisco che l’obesità in America (e non solo) sia un problema e che la salute dei propri ragazzi sia qualcosa di serio. Ma dibattere per anni se la pizza margherita sia una verdura o no mi sembra proprio una grande cazzata!

Eh, sì mamma, io ho proprio sbagliato tutto nella vita!

Lite al Congresso Usa: la pizza è una verdura?

Diatriba sulla classificazione della Margherita nei pasti per le mense scolastiche. Per alcuni va considerata un vegetale

C’è una domanda, a prima vista senza senso, che sta facendo discutere molto i senatori al Congresso americano. La pizza, proprio quella con la "pummarola 'n coppa", può essere classificata come verdura? La questione è seria: se la risposta fosse sì, motivata dal fatto che sulla pasta viene spalmata una buona dose di passata di pomodoro, le mense d’America potrebbero servire pizza al posto di broccoli e insalata, ai loro ragazzi. Se invece vincesse il fronte del no, verrebbe assicurato un menu dal conto calorico un po’ inferiore, e più ricco di vitamine ai più giovani, segnando un bel punto a favore della lotta all’obesità infantile che tanto attanaglia le famiglie statunitensi.

UNA DIATRIBA LUNGA UN ANNO – Tutto iniziò nel 2011, quando, prima dell’inizio del nuovo anno scolastico, venne approvata una nuova legge, il National School Lunch Program, anche grazie all’intervento della first lady Michelle Obama: per aiutare il ministero dell’Agricoltura a promuovere le produzioni della terra e combattere il junk food tra i giovanissimi, cambiavano tutti i menu delle mense scolastiche, che avrebbero dovuto seguire nuovi dettami salutisti. Oltre a regole generiche su sale, bevande gasate, numero di volte in cui andavano preparati pasti troppo calorici, la legge diceva basta a pizza, patatine fritte e cibi troppo grassi, e dava invece via libera a verdure e legumi, attingendo anche al repertorio dei menu etnici per variare la proposta delle cucine. Ma questi cambiamenti causarono subito molto fumo e proteste da parte dei genitori e degli allievi, che boicottarono inizialmente i nuovi menu e si arrivò anche ad alcuni casi di “mercato nero” di patatine, bevande gasate, biscotti e merendine nei corridoi scolastici. I ragazzi insomma, non mangiavano più quel che trovavano nel loro vassoio del pranzo.

UNA SPERANZA LEGISLATIVA – Ora dalla parte dei piccoli contrari alla dieta a base di verdure ci sarebbe un escamotage legislativo. Se vincesse il fronte del sì, infatti, la pizza tornerebbe in grandi quantità sulle tavole scolastiche, al contrario di quanto accade ora (la pizza comunque non è stata eliminata dalla dieta scolastica, ma ridotta e la sua ricetta è stata alleggerita sul fronte dei grassi e del sale contenuto). Per argomentare la loro teoria, i senatori a favore ricordano un precedente pronunciamento in cui si dichiara che un ottavo di tazza di salsa di pomodoro ha gli stessi valori nutrizionali di mezza tazza di verdure. Questo basterebbe implicitamente a far passare la fetta di pizza dalla parte di carote e finocchi. Il fronte del no, guidato dal senatore repubblicano Jared Polis, chiede che tale paragone venga ufficialmente abolito e denuncia come sia stato studiato a favore delle aziende alimentari produttrici di pizza surgelata.

LO «SLICE ACT» - Per rendere la pizza più salutista, comunque, lo stesso senatore propone il cosiddetto SLICE Act, la legge della fettina di pizza (slice in questo caso significa fetta, ma è anche l’acronimo di School Lunch Improvements for Children’s Education). Qui, oltre a chiedere che la pizza da vegetale si ri-trasformi in quel che è (un pasto completo composto da proteine, grassi, carboidrati, vitamine), si propongono alternative salutiste ai pasti oggi serviti, con il chiaro intento di combattere l’obesità, di cui soffrirebbe, secondo le statistiche federali, il 17 per cento dei bambini americani tra i 2 e i 18 anni.

Eva Perasso
Fonte: Corriere della Sera
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giovedì 17 maggio 2012


Io l’ho già detto svariate volte ma mi piace ripeterlo spesso: da quando sono andato via dall’Italia sono diventato un agguerrito difensore e, nello stesso tempo, un fanatico sostenitore di tutto ciò di buono che l’Italia sa offrire. Ora di sicuro qualche imbecille, leggendo questo, mi dirà di tornarmene al mio Paese (con la P maiuscola). Ma a questo povero imbecille (ma dovrei dire QUESTI, dato che stanno circolando molti imbecilli ultimamente) non rispondo nemmeno. Quello che mi riempie di gioia è quando trovo uno straniero, in questo caso un brasiliano, che sa apprezzare e dare il giusto valore a quelle piccole cose che noi italiani già sappiamo e usiamo da tempo. In questo caso parlo del caffè. Buona lettura!
ESTÁ PROVADO: QUEM BEBE CAFÉ VIVE MAIS!
Após anos de investigações sem resultados definitivos sobre a relação entre café e a saúde e de que inclusive se temia que o café poderia elevar o risco de provocar doenças cardíacas, um novo estudo em grande escala descobriu justamente o contrário: os bebedores de café tendem a viver um pouco mais, não importando se consomem o café normal ou o descafeinado.

O estudo com 400.000 pessoas é o maior já efetuado sobre o tema, e os resultados devem tranquilizar os amantes da bebida aromática que até agora acreditavam que esse prazer poderia lhes acarretar algum mal.

"Nosso estudo indica que não é esse o caso", disse o líder dessa ampla pesquisa, Neal Freedman, do Instituto Nacional para o Câncer, dos Estados Unidos. "De fato poderia haver um modesto benefíco em beber café", salientou o especialista. Clique AQUI para ler a reportagem completa - en español
MEU COMENTÁRIO: Sou um fanático por café. Bebo por dia até quatro ou cinco espressos curtos. Mais ou menos na medida da chícara à direita da foto, mas nunca me preocupei se faz bem ou mal. Se faz bem, como atesta esse estudo, melhor. É claro que me sinto bem tomando café, porém tem de ser café espresso muito bem extraído por barista competente. Tem de ser café de qualidade, embora seja difícil encontrar grãos de primeira no Brasil. Não costumo tomar água suja.

O Brasil, embora sendo o maior produtor de café do mundo, não oferece no mercado interno os melhores cafés que produz. Tanto é que só há uns dez anos, por aí, é que começaram a aparecer cafeterias especializadas em cafés especiais. Mesmo assim, a iguaria top acaba sendo exportada. Isto acontece, principalmente, porque a maioria da população brasileira é de péssimo gosto e, normalmente, avarenta. As pessoas procuram sempre o café mais barato, seja no supermercado ou numa cafeteria. Tomam café de garrafa térmica, ignorando o fato de que o café, como todos os alimentos, mas especialmente essa bebida, têm vida curtíssima. Tem de ser consumido imediatamente, tanto o café espresso aquele feito tradicionalmente com o coador no bule.

Certas lendas idiotas acabam sendo propagadas facilmente. Uma delas diz respeito ao fato de que o café espresso seria muito forte, o que é um engano. Mais forte é o café de coador, já que a água permanece muito mais tempo em contato com o pó e a água acaba carregando muito mais moléculas de cafeína.

Extraído numa máquina de espresso bem regulada o tempo de extração obrigatoriamente tem de ser de 25 segundos. O resultado é que a água fica em contato com o pó na peneira da máquina apenas 25 segundos, e a bebida sai com menos cafeína.

Um café espresso bem tirado é macio e suave e não possui amargor, mesmo tomando-se ao natural sem adoçar.

Após sorver uma xícara, alguns minutos depois o bebedor sentirá o retrogosto, o que faz com que fique com um irrefreável desejo de tomar mais um!

Esses são alguns detalhes dos inúmeros que cercam a arte de extrair e beber um café espresso de alta qualidade.

A poderosa La Marzocco

Aqui em Florianópolis há uma cafeteria no Shopping Beiramar que é top de linha. Trata-se do La Padá Café, que fica ao lado do hall de entrada do cinema, no último piso. Normalmente oferece grãos de qualidade e os baristas são competentes. Operam uma La Marzocco com três grupos extratores, igual a da foto ao lado. Essa fabulosa máquina italiana é considerada a melhor máquina de café espresso do mundo. Na Europa se encontram muitas em operação, mas no Brasil são tão raras como um bom café.

O café que degustei na tarde desta quarta-feira no La Padá tinha textura semelhante àquela da fotografia acima. Crema densa e aveludada e aquele aroma e sabor característicos do café de qualidade e o imprescindível retrogosto. Tomei dois curtos! Sim, porque é o meu predileto, mais ou menos na altura da metade da xícara. É que a partir daí o que sai da máquina já é um café aguado.

Um apreciador de café espresso abomina o café ralo. Quando alguém pede um "carioca", já se sabe que não é um conhecedor de café, pois essa é uma bebida rala. Na verdade foi acrescentado água além da conta.

E, quando você for comprar café procure ver se o produto possui o sêlo da BSCA - Brazil Specialty Coffee Association. Se não tiver esse selo dificilmente será um café especial, embora possam haver exceções.

E para saber tudo sobre café recomendo que visitem também o site Coffee Traveler, editado pessoalmente pelo maior expert em café do Brasil, o Ensei Neto. Constatarão que vale a pena visitar o site
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martedì 15 maggio 2012


Chi abbia cercato di usufruire della Metropolitana di São Paulo o di Rio, sa cosa significa il termine “girone dantesco”. L’affollamento è così elevato che già entrare dentro un vagone della metro è un piccolo miracolo, ma che può diventare facilmente un incubo dato l’enorme numero di persone che vi schiacciano da ogni lato, dal calore insopportabile anche d’inverno, dall’odore e da tutti quei innumerevoli problemi che possono dare tante persone chiuse in uno spazio attiguo.

Ma sarà così solo a São Paulo o anche nelle altre grandi città esistono questi problemi?

Essendo curioso di natura ho fatto una piccola ricerca su Youtube e ho trovato alcuni video interessanti. A voi le considerazioni finali. Purtroppo non ho trovato un video adeguato sulla metropolitana di Milano, ma penso che i miei amici milanesi non se la prendano più di tanto. E in ogni caso non cambia molto.

Visto che a qualcuno (me) piacciono i numeri, ecco i dati della metropolitana di São Paulo, di New York e di Milano (non potevo lasciar fuori la mia Italia in questa comparazione):

Metrô São Paulo
    • 74,3 km. di estensione
    • 5 linee
    • 64 stazioni
    • 3,4 milioni di passeggeri al giorno
New York City Subway
    • 368,4 km. di estensione
    • 26 linee
    • 468 stazioni
    • 5 milioni di passeggeri al giorno
Metropolitana di Milano
  • 88 km. di estensione
  • 3 linee (ma altre due sono in progetto)
  • 94 stazioni
  • 899.000 passeggeri al giorno
São Paulo

New York

Tokyo

Caracas

Pechino

Napoli
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Io rimango, possiamo dire, allibito, per come la Fifa e il resto del mondo sia preoccupato con la Coppa del 2014, e qui in Brasile si continui a far niente. E’ vero che è tipico dei brasiliani fare le cose all’ultimo minuto, ma questo “jeitinho brasiliero” mal ai addice a opere di tale importanza internazionale. Sicuramente avverrà quello di sempre, cioè che alla fine queste opere le concluderanno in qualche modo, alla bell’e meglio. Di lavori col culo ne ho visti tanti da quando sono qui, quindi non mi sorprenderebbe se anche gli stadi verranno fatti in questa forma.

Fifa diz que é crítica situação dos estádios da Copa-2014

A situação dos estádios para a Copa do Mundo de 2014 é crítica, avalia a Fifa. A Folha obteve documento da entidade que vê risco de atraso, em alguma proporção, em cinco estádios do Mundial.
A Fifa demonstra preocupação especial com o estádio de Natal, classificado como de “alto risco” de não ser concluído a tempo para a Copa.

As arenas de Manaus e Cuiabá são consideradas de “médio risco” e as de Curitiba e Porto Alegre, de “baixo risco”, segundo a entidade.

O panorama para a Copa da Confederações de 2013 é ainda mais crítico. A Fifa aponta atrasos em três das quatro sedes já anunciadas para a competição, tratada como ensaio para o Mundial.

Rio, Brasília e Belo Horizonte são vistas com “médio risco” de não concluírem as obras a tempo. Fortaleza é exceção, está à frente do prazo.

As outras duas cidades que ainda sonham em abrigar o torneio, Recife e Salvador, vivem situações opostas. Os desafios do estádio de Pernambuco “dificilmente serão superados”, diz o relatório da Fifa. Já a arena baiana apresenta apenas “baixo risco”.

A Fifa reclama da burocracia e do “excesso de politização” dos processos no Brasil, mas elogia, em todos os níveis de governo, a disposição para acelerar as obras. E, portanto, para gastar mais.

O relatório, de 83 páginas, tem a data de 1º de maio, e faz um raio-X completo das obras dos 12 estádios para a Copa.

O estudo foi realizado por Charles Botta, consultor especial da Fifa para estádios, e pela empresa Arena, contratada pelo COL, o Comitê Organizador Local, para supervisionar as obras.

É baseado em informações fornecidas pelas empreiteiras e cidades-sede, além de visitas às construções.

De acordo com a página 10 do relatório,os únicos estádios que já estão com mais de 50% das obras concluídas são Fortaleza (65%) e Salvador (58%). A média entre as 12 arenas é de 34,4%.

As que apresentam menor índice de conclusão das obras são Porto Alegre (4%), Curitiba (12%) e Natal (15%).

É a capital do Rio Grande do Norte que gera maior preocupação na Fifa.

A Folha teve acesso a um e-mail de Botta para a cúpula da entidade, incluindo o presidente Joseph Blatter e o secretário-geral Jérôme Valcke, homem-forte da Copa-14.

Diz Botta na mensagem, datada de 4 maio: “Para a Copa do Mundo, o estádio de Natal ainda é um grande risco. Apesar de terem apresentado uma revisão do prazo de conclusão para dezembro de 2013, ainda assim é um grande desafio técnico”.

O consultor da Fifa comemora o fato de todas as 12 obras estarem em andamento, “já que finalmente Porto Alegre e Curitiba iniciaram”.

CONFEDERAÇÕES
Bota mostra grande preocupação com os estádios de Brasília e Belo Horizonte para a Copa das Confederações, a ser realizada em 2013.

“Apesar do baixo desempenho em janeiro e fevereiro, ainda não há uma reação consistente de Belo Horizonte, o que requer medidas adicionais de aceleração”.

Recife, que pleiteia receber partidas da competição, é criticada pelo atraso. Mas elogiada pelo esforço: “Governo e construtora apresentaram um plano agressivo de reação, com mais equipamentos e pessoal”, escreve Botta. “Aumentaram o número de trabalhadores de 2.500 para 5.000, mas é um grande desafio terminar no prazo.”

Por: Jornal Folha de São Paulo
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lunedì 14 maggio 2012


Oggi sono pigro, non ho voglia di scrivere. E nemmeno di tradurre. Sarà il classico terribile lunedì, primo giorno della settimana, cosa volete che vi dica… ma questo post de O Mascate merita di leggerlo. Capirlo, anche per chi non conosce il portoghese, non sarà un grande problema.

Gente, não da, não quero mais brincar de ser brasileiro. Estou cansado da pátria de chuteiras.

Cansei do ufano patriotismo safado de dizer que o Brasil é o país do futuro. Que porra de futuro é esse onde uma geração de jovens está sendo tratada como números, onde se passa de ano na escola por atacado, sem merecimento algum, apenas para fazer a contabilidade política na tentativa de alavancar o país no ranking da UNESCO?

Onde jovens são beneficiados em universidades apenas pela cor da pele e não pelo esforço em estudar, mesmo que em condições precárias nas sucateadas escolas públicas da pocilga. Tem muita gente boa chegando a universidade por merecimento e por esforço, gente que acaba caindo por conta de paternalismo de governos populistas que acreditam que dar vaga em cotas é se redmir de quinhentos anos de opressão e descaso com populações inteiras, onde o pobre continua pobre e oprimido. Nunca fizeram nada por esse grupo social, e inventaram de transformar uma legião de semi alfabetizados em doutores.

E para um povo que nunca teve oportunidade de estudar, o que vale é ter um filho dotô, mesmo que ele não consiga emprego em sua área de formação por conta de suas deficiências no ensino básico.

Se começarmos hoje a pensar em educação com seriedade, levaremos uns quarenta anos para atingir níveis satisfatórios de educação e cidadania. País do futuro...sei.

Não vejo futuro para um país onde se premia a vagabundagem em troca de votos para a perpetuação no poder de gente que visivelmente odeia o Brasil. Pois se amassem certamente não permitiriam que se chegasse a tanto em matéria de corrupção e bandalheira.

Somos um povo do salve-se quem puder.

Se o meu problema estiver resolvido, phoda-se o problema do meu vizinho. 

Solidariedade no Brasil, só quando acontecem tragédias onde morram centenas de pessoas, aí o sentimento de brasilidade solidário vem à tona e por algumas semanas o povo se propõe a ajudar o próprio povo. Mas é só. Nada de solidariedade em busca de responsabilizar os políticos que deixaram com que as tragédias acontecessem, afinal isso é posicionamento político, e o brasileiro médio seja ele analfabeto ou doutor em alguma coisa, sempre pensa em acender uma vela para Deus e outra para o Diabo, pois ele nunca sabe quem vai estar no poder no dia em que precisar de um favorzinho do estado ou do tão sonhado emprego público, seja concursado ou pelo famigerado "QI".

E em vez da população sair em busca de um país melhor, se cala, e na época de eleição se propõe a fazer trabalho eleitoral para aquele vereador safado que deveria estar na cadeia por maracutaias fraudes ou superfaturamentos, mas na verdade consegue os votos dos iludidos de sempre à espera de um carguinho na prefeitura. O eleitor não se posiciona sempre esperando o momento de conseguir alguma regalia ou colocação.

O Brasil é o país do futuro? Pode ser, nosso território é do futuro, temos água em abundância, temos extensão territorial para plantar alimentos para o mundo, temos riquezas, temos petróleo, mas não temos um povo educado e cidadão.

No futuro e na globalização, os educados e cidadãos irão dominar os burros e ufano patriotas. Não existirá direita e esquerda, mas sim os dominadores e os oprimidos.
Ou alguém ainda acha que o Brasil é festejado pelo mundo porque? O planeta sabe da malemolência, da indigência e da indolência de um povo rico naturalmente, mas pobre sócio-espirito-cultural.
Temos que cuidar melhor de nossos jovens para que no futuro eles não sejam subjugados pelas nações mais avançadas que virão em busca de nossa água e alimentos.

E o país que quer uma comissão da verdade para resgatar a revanche dos que perderam a revolução de um grupo que usavam as palavras burguesia e imperialismo para doutrinar os mais abestados, vai continuar ajoelhado diante dos poderosos como colonizados e escravizados.
Cansei de ver uma classe política que deveria preservar os interesses do país, lutando feito lobos famintos por uma carcaça podre.

Roubam, enganam, desviam, assaltam, superfaturam, fazem o máximo que podem para enriquecer, não existe ideologia séria, existe o tudo pelo poder com fins de enriquecerem, Lenin, Marx, Gramsci, Fidel, capitalismo, direita, esquerda são apenas  fumaça para desviar a atenção para a bandalheira e meios de justificar a safadeza em nome de ideologias. Que na verdade a única que é válida é o dinheiro pelo dinheiro e o poder pelo dinheiro.

Estou cansado de olhar a televisão e ver um bando de engravatados no congresso apontando os sujos dedos para um companheiro caído, pego com a boca na botija, como se os que o acusam fossem os arautos da ética e da moralidade. Hipocritas!!!

São tão bandidos quanto aquele que acusam, mas aproveitam o momento para passar o atestado de idoniedade para eleitor otário que acredita em Papai Noel.

Estou cansado de ouvir que somos a sexta economia do mundo, e quando olho para o povo mais humilde vejo a falta de perpectiva em dias melhores, um futuro incerto sem educação e sem saúde. Mas todos com celular na mão e TV de "prasma" no barraco.

Estou cansado de ouvir dizer que a seca no Nordeste é a maior dos últimos quarenta anos, e os governos despejando bilhões de reais há décadas para não resolver porra nenhuma. O povo continua oprimido e com sede e fome, mas com o título de eleitor em dia.

Estou cansado de ver um povo que só sabe falar em futebol. que enche estádios a cada jogo que vibra com amor ao time de fazer inveja aos patriotas que amam o Brasil mas, infelizmente são tão poucos que não conseguem mudar nada, nem pelo voto e muito menos pelo posicionamento político.

Vamos cair na real?

Se começarmos a mexer a bunda ainda que hoje, não existe uma mínima chance de vermos nossos tataranetos vivendo em um país digno com educação e qualidade de vida compatíveis com a sexta economia do mundo.

Toda essa conversa de ranking econômico, de ultrapassarmos a Inglaterra e estarmos nos aproximando do Japão, não resultam em porra nenhuma para a população. Essas colocações são apenas usadas para fazer política vagabunda onde se prega um avanço economico em um país de TERCEIRO MUNDO, apesar desse termo ter deixado de existir, ao menos para classificação mundial das nações.

Estou cansado de ver os superiores tribunais do país fazendo julgamentos de bandoleiros aliados ao que há de pior na política Tuipiniquim e invariavelmente os mesmos sempre se livram das garras da justiça por apadrinhamento, por incompetência, ou mesmo por má fé de juízes que julgam apenas o legal, mas jamais o moral. E nossas leis são imorais demais para serem minimamente legais.

Estou cansado de ver a nulidade e o vazio darem o tom para uma sociedade que é medida pelo carro que possui, pelo celular que carrega, ou mesmo pelas marcas em suas vestes.

O Brasil do TER enterrou o Brasil do SER.

E a cada jornal que leio, a cada noticiário que assisto, a cada blog que acompanho, percebo ainda mais que os que lutam por um Brasil melhor estão perdendo um tempo incrível, onde deveriam tocar o PHODA-SE e se alienar para ser feliz.

Cansei de tentar passar aos meus filhos educação e diretrizes de vida digna, onde a honestidade e a educação, o trabalho, respeito as leis e ao próximo são as molas propulsoras para uma vida melhor.

E quando eles olham para a TV e vêem o que está acontecendo nos corredores e bastidores da política, onde a malandragem a roubalheira e a vagabundagem são o caminho para o sucesso.
Onde estudar não está com nada desde que você seja cotista.

Onde estar em uma universidade pública não é sinônimo de estudar com seriedade, afinal fumar maconha é muito mais legal do que aprender.

Quando eles olham para o frente e tudo aquilo que eu cansei de ensinar é justamente o oposto que se prega na sociedade para "ser feliz", eles na imaturidade da juventude e na falta de experiência de vida ficam confusos e desanimados.

E eu percebo que eles não estão nem aí para o Brasil, quando os três chegam para mim e dizem: "Pai, em quem você vai votar?"

E quando respondo em ninguém, eles dizem, então vamos votar em ninguém também.

Eu, na idade deles, tinha meus ideais políticos e planos para o futuro, eles estão alienados por uma sociedade de consumo, onde o jovem é proíbido de pensar em política. O jovem tem a obrigação de ser feliz.

E percebo que isso é o resultado da minha geração que estragou a geração deles, onde nos desdobramos em dar o máximo possível para que eles garantissem o futuro, e deixamos de tomar conta de nosso próprio futuro. E sem o nosso futuro definido, o deles é ainda mais incerto.

E no país em que celebridade é um mediocrezinho jogador de bola que mal sabe escrever o próprio nome, onde um ex presidente se ufanava em ser semi analfabeto, onde a ética e a honestidade, o merecimento e o esforço perdem a vez para a burra brasilidade da lei de Gerson. Eu cansei de ser brasileiro.

fonte : O Mascate
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Brasil perde em inovação e não cresce como outros Brics, diz economista

O Brasil não tem um plano de inovação para manter o ritmo de crescimento em relação a Rússia, Índia e China, os países que formam os Brics, avalia o economista Marcos Troyjo, diretor do Bric-Lab, o laboratório de pesquisa sobre os Brics da Universidade de Columbia, nos Estados Unidos.

Segundo Troyjo, o Brasil precisa fazer uma “leitura melhor do mundo” e investir, pelo menos, 2,5% do seu PIB em pesquisas científicas.

“O desafio que os Brics enfrentam como grupo é manter o ritmo da inovação. O Brasil está crescendo menos que os outros países do grupo em termos de inovação e tecnologia. O país tem todas as condições financeiras e vontade política para isso, mas não tem um plano. E para ter um plano é preciso fazer uma boa leitura do mundo. Não acho que o Brasil faça uma boa leitura do mundo”, afirmou.

Troyjo participou do seminário “Brazil Innovation: A revolution for the 21st century” (Inovação no Brasil: Uma revolução para o século 21), semana passada, no Rio de Janeiro, promovido pela revista britânica "The Economist". Participaram investidores, empresários, membros de governos, universidades e organizações sem fins lucrativos para analisar os novos modelos de negócios, inovação e empreendedorismo.

O Brasil, segundo analisou o economista, não poderá tornar-se uma sociedade tecnológica se mantiver investimentos de apenas 1% do PIB em desenvolvimento científico.

“O lado ruim disso tudo é que o Brasil poderá ter uma performance abaixo da esperada para outros países dos Brics. A inovação não é uma questão só de querer, mas de haver mecanismos de incentivo”, declarou.

Troyjo, no entanto, citou iniciativas que considera ser “interessantes” como o PAC (Programa de Aceleração do Crescimento) iniciado no governo Lula, mas destacou que essa é apenas uma forma de compensar as demandas do passado no presente.

Isso é correr atrás do tempo e não olhar para o futuro. O Brasil tem de passar de uma sociedade criativa para uma sociedade inovadora”, disse.

Questionado sobre qual o papel que os Brics deverão desempenhar na governança global, Troyjo ainda se mostra cético. “Vejo hoje que o mundo vive um vácuo de liderança e não acho que nenhum país dos Brics tenha esse perfil de liderança”.

Já o editor da revista "The Economist" para as Américas, Michael Reid, afirmou não haver dúvida de que tanto China quanto Brasil vão se tornar países desenvolvidos até 2050, mas será algo que não ocorrerá de forma linear.

“Dependerá muito, sobretudo no caso da China, que tem um regime político autoritário. Ela terá de ceder à pressão política e social para se abrir. Já no caso do Brasil, o desafio será de investir mais em educação e em infraestrutura, além de reformar o sistema político para que tenha um Estado mais eficiente com menor carga tributária”, disse Reid.

fonte: UOL
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Per tutti quelli che in qualche modo hanno conosciuto questo personaggio, uno tra i più odiosi, irriverenti, maleducati e stupidi al mondo, ecco la buona notizia di una condanna a sei mesi di carcere più trentamila euro di multa. Non che possa servire a qualcosa dato che, essendo così stupido e ignorante, ha già affermato che niente lo fermerà. Però è già qualcosa (io avrei aggiunto anche 100 scarpate nel culo… ma sembra che non sia possibile).

Condannato il disturbatore Paolini

La sentenza del Tribunale di Roma: sei mesi di carcere più trentamila euro di risarcimenti a tre giornalisti

ROMA - Stangata per Gabriele Paolini il disturbatore dei tiggì. Il tribunale di Roma lo ha condannato a 6 mesi di carcere più il risarcimento di trentamila euro per le parti civili, tre giornalisti Mediaset finiti nel suo mirino in altrettante irruzioni tv. L’accusa ne aveva chiesti nove. «Una sentenza feroce. E’ la prima volta che mi condannano a un salasso del genere», ha commentato Paolini che finora ha incassato 1.500 denunce, una carrettata di sentenze di assoluzioni e solo due condanne in Cassazione. Roba di poco conto, però. Una di tre mesi di carcere per interruzione di pubblico servizio e una multa di 240 euro per molestie, pena sospesa.

LA MAMMA - Stavolta dai giudici si è fatto accompagnare della mamma. Ed è a lei, una signora bionda coi capelli freschi di parrucchiere, elegante e composta, che si è rivolto appena sentito il dispositivo della sentenza: «Mamma non ti preoccupare, ci sono tre gradi di giudizio». «Tanto te la sbrighi tu», risponde lapidaria lei. «Io, il papà, un militare vecchio stile e le tre sorelle, tutte più grandi di lui, abbiamo lottato finché abbiamo potuto, ora non abbiamo più la forza. Anziché andare al mare, preferisce stare lì dietro. Che fare allora? Ha questo pallino, ma non è un delinquente».

«NON E’ UN DELINQUENTE» - A rivolgere un appello a Paolini è stato il legale di parte civile, della Rti spa, gruppo Mediaset, l’avvocato Andrea Righi: «Ti prego Paolini finiscila. Sai che ti dico: fallo per me», gli scappa la battuta, a udienza chiusa e fuori microfono. Dai banchi risponde la mamma di Paolini: «Prima di farlo per lei, lo dovrebbe fare per me». Tutti tranquilli, parola del re dei disturbatori: «Non mi fermerà nessuno». »Perché? E’ il calore che ho in tutta Italia, dovunque vada, che mi spinge». Colpa dei telespettatori, insomma.

IL CODICE HAMMURABI - Il caso è serio però. Quanto spunta lui i tecnici tv si trasformano in buttafuori, e ai cronisti saltano i nervi. In un secondo Paolini vanifica il lavoro di una giornata. Eppure i legali di Paolini, Massimiliano Kornmuller e Lorenzo Lamarca (pagati dallo Stato col gratuito patrocinio visto che Paolini è nullatenente) garantiscono: “Non farà mai un’ora di galera. Non c’è pericolosità sociale”. Kornmuller, per tentare di scagionarlo, nell’ultima arringa ha scomodato pure il codice Hammurabi. “Paolini ha avuto tre assoluzioni, definitive in Cassazione, per l’articolo 340 del codice penale. E’ come se fosse un sumero che va a vedere la stele coi diritti e dei doveri elencati. A lui è stato detto e confermato per tre volte che nei suoi blitz tv non commette reati, è questa la sua consapevolezza”. Paolini, però, saluta e se ne va, ha fretta: «Devo fare prima un salto a Casal dei pazzi, a casa, e alle 20 devo stare a piazza San Pietro, c’è il tg 1». «A proposito l’unica cosa che non mi ha perdonato mia madre è il condom a Giovanni Paolo II». Gli ha tolto il saluto una settimana.

Adelaide Pierucci
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