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mercoledì 19 settembre 2018


È inutile. È sempre una questione di soldi. In questo paese devi essere milionario per fare e avere cose che in altri paesi sono normali. Quando ero in Italia facevo un lavoro molto umile, guadagnavo 900 euro, ma avevo una macchina, una bici da corsa, computer, cellulare, macchina fotografica, uscivo con gli amici tutti i sabato sera, potevo andare in pizzeria quando volevo... qui guadagno di piú ma é giá buono se riesco a mangiare tutti i giorni!

Oggi parliamo di ciclismo, o meglio, di biciclette. So che é un argomento un po' tecnico ma penso che in Italia ci siano molti appassionati di ciclismo che, come me, alla domenica amano andare a fare un bel giro con la loro bicicletta. Per questo mi é sembrato giusto fare un video parlando di questo argomento.

Quanto costa una bici da corsa in Brasile? Che modelli si trovano? Vale la pena comprarla in Brasile o é meglio portarla dall'Italia? E gli accessori, come i bermuda, caschi o scarpe? E se volessi cambiare il gruppo alla mia bici quanto dovrei spendere? A tutte queste domande rispondo appunto con questo video, dando come sempre la mia opinione.

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martedì 11 settembre 2018


Di sicuro alcuni di voi hanno intenzione di sposarsi in Brasile o dovranno andare a un matrimonio di qualche amico o parente brasiliano. Quindi cosa vi dovete aspettare? Come funziona il matrimonio in Brasile? Cosa si mangia? Che regali fare? Quali sono le differenze con un matrimonio italiano?
Per tutte qyeste domande ho fatto questo video, precisando peró che, come sempre, sto parlando molto in generale. Sono gli sposi che decidono cosa fare, che tipo di cibo offrire, che festa fare. Ma in ogni caso penso che per la maggior parte dei matrimoni brasiliani siano come descriveró nel video.

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sabato 1 settembre 2018


Il problema di questo paese non sono i politici, né la violenza o altre grave complicazioni. Il problema maggiore é proprio questo popolo senza giudizio, giusto per essere un po' diplomatici. Certo peró che chiamare Bolsonaro di "pericoloso fascita" denota la grande intelligenza di questo giornalista.

Come si immaginava da tempo, dunque, le elezioni presidenziali brasiliane del prossimo 7 ottobre avranno un candidato immaginario, il cui nome non ci sarà sulla scheda (anzi, nell’urna elettronica). Peggio ancora: il nome escluso per ordine dell’authority elettorale è quello del front runner, primo nei sondaggi senza dubbi o margini di errore. Se in Brasile si votasse oggi - e lui fosse dentro la partita - il vecchio Lula avrebbe oltre il 30 per cento dei consensi, più del doppio del secondo collocato. Antidemocratico? E’ giusto o sbagliato tener fuori il probabile vincitore? 

Se in Brasile a gridare al complotto giudiziario-mediatico (ricorda qualcosa?) ci sono soltanto i militanti del Partito dei lavoratori e qualche intellettuale della vecchia guardia, nel resto del mondo le voci che si sono alzate contro l’esclusione di Lula dalla partita elettorale sono assai più variegate. Da uomini della sinistra italiana ed europea, al Comitato per i diritti umani dell’Onu e ha detto la sua persino un autorevole commentatore del New York Times, l’ex cancelliere messicano Jorge Castañeda. Qualcuno fonda il suo argomento sulla presunta ingiustizia della condanna di Lula, altri sulla tesi che in democrazia il giudizio del popolo debba qualche volta prevalere su quello dei giudici (anche questo argomento dalle nostre parti è risuonato a lungo, con la politica italiana è rimasta ostaggio per anni dei problemi giudiziari di Berlusconi).

Lula ha certamente ricevuto una condanna spropositata, dodici anni di galera per aver quasi accettato un appartamento in regalo da una società di costruzioni. Nessun politico italiano è mai stato dentro nemmeno per un giorno, nonostante le nostre cronache giudiziarie di favori del genere siano state gonfie per anni. 

Ma gli innocentisti, i favorevoli al suo ritorno alla presidenza e alla competizione elettorale, dimenticano troppo nella loro appassionata difesa. Esistono evidenze, e altri tre processi già avviati, che Lula di favori dalle grandi imprese brasiliane ne abbia ricevuti parecchi. Dalla ristrutturazione di una casa di campagna, a un appartamento adiacente a quello della sua famiglia totalmente nella sua disponibilità, fino ad un terreno per costruire la sede dell’istituto che porta il suo nome e una raffica di conferenze sponsorizzate e molto ben pagate. E c’è soprattutto il cuore della grande inchiesta Lava Jato, la Mani Pulite brasiliana. 

Il Pt, partito fondato da Lula trent’anni fa e che lui comanda indisturbato da allora, persino da dietro le sbarre, ha più che certamente sottratto decine di milioni di dollari al colosso petrolifero Petrobras, attraverso mazzette in cambio di commesse. Qui ci sono prove schiaccianti, politici e imprenditori di primo piano in galera, condannati e rei confessi, compresi alcuni alleati storici di Lula. Nessuno può seriamente credere al fatto che il dominus del partito, e allora presidente della Repubblica conosciuto nel mondo, non ne sapesse nulla. 

Lula non ha sub¡to alcuna condanna per le mazzette Petrobras, è vero, e prove che portano al vertice della piramide i giudici ne hanno trovate poche e fragili. Ma la responsabilità oggettiva e politica di tutto questo - forse ancor più dei favori personali ricevuti - doveva essere più che sufficiente affinché Lula facesse comunque un passo indietro e smettesse di tenere ostaggio l’intera sinistra della terza democrazia del mondo come fosse un feudo personale. Ma né lui, né i suoi militanti hanno avuto il coraggio di farlo. E ora il Brasile può finire nelle mani di un pericoloso fascista come l’ex militare Jair Bolsonaro.

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martedì 28 agosto 2018


Ao menos 26.126 pessoas foram assassinadas no primeiro semestre deste ano no Brasil. É o que mostra o índice nacional de homicídios criado pelo G1, uma ferramenta que permite o acompanhamento dos dados de vítimas de crimes violentos mês a mês no país. O número de vítimas é ainda maior que esse – isso porque a estatística não comporta os dados totais de três estados (Maranhão, Paraná e Tocantins), que não divulgaram todos os números.

O número consolidado até agora contabiliza todos os homicídios dolosos, latrocínios e lesões corporais seguidas de morte, que, juntos, compõem os chamados crimes violentos letais e intencionais. Houve uma média de 4.350 casos por mês.

O mapa faz parte do Monitor da Violência, uma parceria do G1 com o Núcleo de Estudos da Violência da USP e o Fórum Brasileiro de Segurança Pública.



O levantamento revela que:

Ao menos 26,1 mil pessoas foram assassinadas no Brasil no 1º semestre
A taxa de mortes violentas a cada 100 mil habitantes foi de 12,5 no país
Roraima foi o estado com a maior taxa: 27,7. Ele é seguido por Rio Grande do Norte (27,1), Ceará (26) e Acre (26)
São Paulo tem a taxa mais baixa, de 3,8 a cada 100 mil
Maranhão, Paraná e Tocantins são os únicos estados que não informam os dados completos dos seis meses

Bruno Paes Manso, pesquisador do NEV-USP, destaca a situação de Roraima, afirmando que, caso o ritmo de mortes se mantenha, o estado pode dobrar o total de mortes em relação ao ano anterior. Ele lembra a crise humanitária vivida na Venezuela, que criou uma instabilidade política na região, o que fragiliza as instituições políticas locais.

No geral, a situação é mais grave nos estados das regiões Norte e Nordeste do país, que ocupam as dez primeiras posições do ranking nacional de homicídios.

Samira Bueno, diretora-executiva do Fórum Brasileiro de Segurança Pública, ressalta que a violência gera efeitos em diversas áreas do país, como saúde, economia e educação. Diante dos impactos, ela destaca o fato de o governo federal ainda não ter um sistema nacional de monitoramento de criminalidade para subsidiar ações e prestar contas à sociedade.

Transparência pública

Desde o início do ano, jornalistas do G1 espalhados pelo país solicitam os dados via Lei de Acesso à Informação, seguindo o padrão metodológico utilizado pelo Fórum no Anuário Brasileiro de Segurança Pública. As assessorias das secretarias da Segurança também são requisitadas.

O objetivo é, além de antecipar os dados e possibilitar um diagnóstico em tempo real da violência, cobrar transparência por parte dos governos.

Três estados ainda não têm todos os dados referentes a junho. Dois deles também não informam os números de abril e maio. Veja a justificativa de cada um deles:

Maranhão: Segundo a Secretaria de Segurança Pública, os números de junho de todo o estado ainda não foram consolidados pelo governo.

Paraná: A Secretaria da Segurança Pública diz que o setor de estatística tem quatro ciclos de qualidade da informação e foram identificados problemas com números de alguns municípios. Por isso, não há dados fechados de abril, maio e junho.

Tocantins: A Secretaria de Segurança Pública não informa os dados separados desde fevereiro. A SSP diz que o setor de estatística não consegue disponibilizar os números mês a mês devido à dificuldade de algumas delegacias em enviar os dados de cada período. Os dados dos últimos dois meses ainda não foram consolidados. Só há o dado de janeiro disponível no mapa.

Como os números ainda serão revisados pelos governos até o fim do ano, não é possível fazer uma comparação precisa com dados de 2017. Em todo o ano passado, por exemplo, foram 59.103 homicídios, latrocínios e lesões corporais seguidas de morte, segundo levantamento feito pelo G1.

Fonte: G1
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Oggi parleremo di un argomento un po' strano, ma siccome lo scopo di questo canale é di farvi conoscere come si vive in Brasile penso che ogni informazione fornita sia sempre utile, anche quando l'argomento non é di tutti i giorni.
Oggi infatti cercheró di spiegare com'é il funerale in Brasile, come funziona, quanto costa e cosa comporta. Ovviamente si spera che una cosa del genere non avvenga mai o, perlomeno, il piú lontano possibile. Ma se avete intenzione di vivere in Brasile anche un'avvenimento triste come questo é utile saperlo.




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sabato 25 agosto 2018


Enquanto vários políticos surfam na onda do pânico da população e defendem violência e vingança como fórmula para reduzir o crime, o Brasil vai batendo recordes e mais recordes de violência e dá provas que está em acelerado processo de desconsolidação democrática e civilizatória.

Não estamos sendo capazes de compreender a urgência de uma ampla coalização em torno de um projeto de redução da violência letal no país. E, nesta toada, tornamo-nos insensíveis ao sofrimento provocado pela violência do crime e pela insensatez violenta das políticas públicas.

A maior evidência do fracasso do Brasil em prevenir a violência e controlar o medo e o crime em seu território é a cifra de casos de mortes violentas intencionais registrada em 2017: 63.880 casos.

Para se ter uma ideia da magnitude deste número, ele é três vezes e meia maior do que o total de mortes provocadas por todos os atos terroristas ocorridos no mesmo ano no mundo, segundo dados do Jane`s Terrorism and Insurgency Center. Em 2017, o mundo teve 18.475 pessoas assassinadas em ataques terroristas.

Se estes números parecem exagerados, aqueles observados para o período 2014-2017, são ainda mais emblemáticos, pois reforça, a ideia de que vivemos em um permanente estado de exceção. Em 4 anos, o mundo registrou 124.382 vítimas fatais do terrorismo. E, no Brasil, foram mortas 243.545 pessoas de modo intencionalmente violento no mesmo período.

Porém, se desde 2001, quando dos ataques às Torres Gêmeas, em Nova Iorque, o mundo foi forçado a aprender, a um custo abominável de vidas e de dor, sobre os riscos e a perversidade do terrorismo contemporâneo, o Brasil teima em acreditar em promessas vazias e em salvadores da pátria e não se mobiliza.

O mundo mudou completamente a partir do 11 de setembro de 2001, mas nós ainda ficamos à espera da procissão de milagres narrada por Sérgio Buarque no livro Visão do Paraíso, de 1959.

Enquanto vemos o tempo passar, o país não parece muito preocupado com a vida de milhões de jovens, em sua maioria pobres e negros, que são mortos todos os anos. E, se a violência é uma das marcas mais profundas da nossa história, o momento atual a traz à tona de modo muito intenso e inédito em razão das novas configurações do crime organizado em torno de drogas e armas e da forma como o Estado, em suas múltiplas instâncias e poderes, tem insistido em tratá-las.

Reportagem de Flávio Costa e Luís Adorno, no UOL, mostra que o território nacional está tomado por uma guerra entre as várias organizações criminais existentes e que, a partir da disputa pela hegemonia no mundo do crime, o PCC (Primeiro Comando da Capital), tem usado as prisões como plataforma de invasão e dominação de territórios.

Há uma guerra entre facções que mimetiza técnicas do terrorismo político e religioso e, como se fosse algo quase que “naturalizado”, vemos cenas de decapitações sem maior indignação e ação por parte das autoridades.

Mas o mais surreal é ver que os políticos que assumem a valentia retórica da violência como melhor resposta para o crime, esquecem-se que os principais líderes do PCC e das demais grandes fações criminosas estão presos. O problema, portanto, não é prender, mas sufocar a capacidade das organizações criminosas em se financiarem.

Nenhum desses falsos profetas disse o que pretende fazer para achar e bloquear o dinheiro que move o crime organizado no país. É mais pop defender invasões bélicas às comunidades tomadas pelo tráfico, mesmo que ao custo de mortes de todos os lados, como os 3 militares do Exército Brasileiro e os 8 moradores, vítimas do confronto no Complexo do Alemão, na semana última.

Estamos banalizando a morte e estamos nos tornando insensíveis à dor e ao sofrimento da população que vive sob o fogo cruzado da tirania do crime organizado e da completa incapacidade do Poder Público em unir esforços em torno de um projeto de nação verdadeiramente democrático e informado pela nossa Constituição Cidadã.

Demagogos denunciam a agenda de direitos como excessiva ou de “esquerda”, mas são estes mesmos que, ao proporem jogar direitos na “latrina”, escondem que estão protegidos por coletes à prova de bala e por seguranças fortemente armados. É fácil explorar o medo e denunciar direitos quando se é político profissional e o sofrimento alheio é visto como mera oportunidade de angariar votos.
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martedì 21 agosto 2018


Da quando lo scorso febbraio il generale Walter Braga Netto ha assunto pieni poteri discrezionali di gestione delle attività di contrasto alla criminalità a capo di un mini esercito da 170 mila unità, sono aumentate le statistiche sui civili assassinati e le denunce di violazioni dei diritti umani registrati. Una cifra che segna l'impressionante aumento del 35% rispetto agli stessi mesi dell’anno precedente

di Luigi Spera | 21 agosto 2018

Annunciandola come misura straordinaria per riprendere il controllo della pubblica sicurezza ormai alla deriva, il presidente brasiliano Michel Temer definì la decisione di inviare l’esercito federale a Rio de Janeiro, esautorando le strutture di polizia dello Stato, come “un’azione necessaria di guerra al narcotraffico”. E da quando lo scorso febbraio il generale Walter Braga Netto ha assunto pieni poteri discrezionali di gestione delle attività di contrasto alla criminalità a capo di un mini esercito da 170mila unità, le statistiche rimandano effettivamente i numeri di una guerra, soprattutto per il numero di morti tra i civili e le denunce di violazioni dei diritti umani registrati. Solo tra febbraio e luglio, ben 738 sono state le persone uccise dalle forze di sicurezza federali e statali a Rio de Janeiro. Una cifra che segna un impressionante aumento del 35% rispetto agli stessi mesi dell’anno precedente. Nel dossier di denuncia preparato dall’Osservatorio sull’intervento militare e basato sui numeri ufficiali forniti dall’Istituto di pubblica sicurezza dello stato, sono elencate anche le 31 stragi di civili, le 4850 sparatorie e una lunga serie di denunce di abusi commessi dai militari ai danni in particolare di residenti delle favelas.

Complessivamente le morti registrate come “omicidi conseguenti a interventi della polizia”, meglio noti come ‘atti di resistenza’ sono state 895 tra gennaio e luglio: il numero maggiore dal 1998 quando le istituzioni hanno iniziato la raccolta statistica su questo tipo di violazioni. Una persona cade morta sotto i colpi esplosi dalle armi delle forze di sicurezza ogni 6 ore. Rispetto allo scorso anno, quando i casi registrati nei primi sette mesi furono 643, l’aumento è stato del 39,2%. Soltanto nel mese di luglio 2018 si sono registrati 129 morti. Nel luglio 2017 erano stati 129. Nei primi sette mesi del 2018, si sono contati dunque gli stessi morti dei primi quattro anni della serie storica tra il 1998 e 2001 insieme: 926 casi. Un trend di crescita inquietante consolidatosi soprattutto nel corso degli ultimi 4 anni. Nel 2014 gli ‘atti di resistenza’ erano stati 584, nel 2015 ben 645, e nell'anno olimpico addirittura 925.

Il numero complessivo di omicidi nel solo stato di Rio de Janeiro tra febbraio e luglio è stato di 3.479, il 5% in più rispetto all'anno precedente. Da anni la situazione della pubblica sicurezza a Rio è di crisi profonda. Una crisi causata da vecchie e inefficaci logiche di contrasto alla criminalità, da nuovi scenari criminali, e dagli effetti del fallimento del piano di pacificazione delle favelas della città di Rio, la Upp, messo in campo per le Olimpiadi del 2016, e di fatto abbandonato subito dopo. Il presidente Michel Temer nel motivare l’intervento federale, aveva scaricato sulla sola recrudescenza dell’attività dei gruppi criminali la responsabilità della crisi. Una recrudescenza che neanche la Upp era riuscita a contrastare. In realtà il processo di pacificazione, pensato ufficialmente nel 2008 per strappare le favelas ai trafficanti, è stato abbandonato progressivamente dopo la fine delle Olimpiadi, mostrando quanto sia stato più che altro un’operazione di facciata, per offrire all’estero una sensazione di sicurezza e controllo. Finite le Olimpiadi, vista la profonda crisi economica dello stato, il progetto ha registrato un arretramento in pari con la diminuzione dei fondi per la sicurezza. E i trafficanti di droga non si sono fatti attendere. Il riassetto dei due principali gruppi criminali del paese, il carioca Comando Vermelho e il paulista Primeiro Comando da Capital, i cui effetti si sono tradotti in stragi in tutto il paese, vede in Rio de Janeiro un punto nevralgico. Considerata l’incapacità della polizia di Rio de Janeiro nel contenere la minaccia e la crescente spirale di violenza, l’unica soluzione, è stata giudicata l’invio dell’esercito.

Un’azione criticata sin dall’inizio. L’incostituzionalità dell’intervento da un lato, a causa dell’esautorazione delle strutture di polizia espressione dello stato democraticamente eletto, e la poca trasparenza sull’utilizzo del miliardo e 200 milioni stanziati dall’altro, sono le principali critiche mosse all’intervento militare. Ma è sull’arbitrarietà dell’azione e le violazioni dei diritti umani dei cittadini delle favelas che si è concentrata l’azione di numerose Ong: Human rights watch, Amnesty International, Justiça global e Conectas direitos humanos. Vista la strutturale inadeguatezza dell’esercito nello svolgere funzioni di polizia e di investigazione, l’intervento ha finito solo per alimentare la spirale di violenza, a discapito purtroppo dei cittadini inermi e stretti nel fuoco incrociato di esercito e trafficanti. Per questo le organizzazioni hanno invocato l’intervento delle Nazioni unite e della Commissione interamericana dei diritti umani. Il tutto mentre, nonostante la ferma opposizione dello stesso generale Braga Netto che lo giudica ‘non necessario’, il governo pensa di rinnovare l’intervento militare anche per il prossimo anno.

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giovedì 16 agosto 2018



Che religioni esistono in Brasile? Chi sono gli hoasqueiros e la dottrina espirita è una vera religione? In questo video cercheró di darvi un’idea e una risposta a queste domande.
Iniziamo col dire che la religione in Brasile è molto diversificata e La Costituzione brasiliana prevede la libertà di religione. La Chiesa e lo Stato sono ufficialmente separati, dato che il Brasile è uno Stato laico e la legge brasiliana proibisce qualsiasi tipo di intolleranza. Quindi qui troverete cattolici, protestanti, mussulmani, atei ma anche seguaci di religioni africane.
È ovvio che un argomento come questo andrebbe trattato piú a fondo, ma lo scopo di questo video è quello di darvi un’idea sulle varie religioni che potreste incontrare qui in Brasile. Poi, se a qualcuno interessa un determinato ramo o una religione in particolare potrá benissimo avere piú notizie dettagliate in rete.




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mercoledì 8 agosto 2018


Se in Italia abbiamo i Carabinieri, la Polizia, i Vigili Urbani e tanto altro, in Brasile cosa esiste? Scopriamo insieme quali forze di Polizia esitono in questo paese.

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mercoledì 1 agosto 2018



Quante volte ho affermato che il Brasile è un paese molto caro? Praticamente da sempre. Eppure, anche cosí, trovo sempre persone che la pensano diversamente. Puó essere che sia io a sbagliare, non mi sono mai permesso di pensare che quello che dico sia sempre giusto, e nemmeno posso dire di essere un esperto in economia. Io mi baso solamente sui prezzi che vedo e sulla quantitá di denaro che devo sborsare per acquistare quel determinato prodotto, qualunque esso sia.
Trovo sempre persone, la maggioranza italiane, che fanno una semplice conversione di valuta, e in questo modo asseriscono che no, i prezzi in Brasile sono giusti, che alla fine le cose costano uguali come in Italia. Ho sempre cercato di spiegare a loro che questo ragionamento non ha senso, perché se io vivo e lavoro in Brasile ricevo un reddito in Reais, quindi di quanto sia la quotazione dell’Euro non me ne importa nulla, ma è sempre stato inutile. Alcuni hanno quest’idea e non riesci a fargliela cambiare.
Allora adesso ho provato a fare un calcolo differente. In questo video andremo a vedere quanto costa un determinato prodotto in base allo stipendio medio di una persona. Ho preso in considerazione quattro paesi differenti: Brasile, Italia, Stati Uniti e Giappone, proprio per vedere in quale paese questi prodotti costino di meno, quanto sia il loro “peso” sullo stipendio medio di un cittadino. Vedremo se in questo modo riusciremo a scoprire dove la vita costi di meno.


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