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Dopo la banana di Dani Alves, le noccioline a Ibra


Dopo la banana di Dani Alves, le noccioline di Zlatan Ibrahimovic. Anzi, più che dopo bisognerebbe dire prima, dato che l'episodio si riferisce alla partita disputata l'8 marzo tra Bastia e Psg. Dagli spalti piove un sacchetto di arachidi: Ibra non fa una piega, si china a raccogliere le noccioline in attesa che venga battuto un calcio d'angolo e se le mangia di gusto. Noccioline che hanno avuto su di lui l'effetto "Superpippo", dato che lo svedese in quella partita finita 3-0 per i parigini, ha segnato un gol e offerto due preziosi assist al "Pocho" Lavezzi, autore di una doppietta. (RCD - CorriereTv)

      


Fonte: Corriere della Sera
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#somotodos...


La storia ormai la conoscete tutti: durante la partita Villareal-Barcellona un idiota ha lanciato in campo una banana. Dani Alves, difensore del Barcellona, l'ha raccolta e mangiata. Questo suo gesto ha cosí provocato una campagna antirazzista con lo slogan #SOMOTODOSMACACOS. In una intervista Dani Alves ha dichiarato: "La mia reazione è stata puramente spontanea. E' stata incredibile, un'azione che ho fatto senza pensare alle conseguenze.". Ma sará proprio cosí?

Il gesto di Alves e la successiva campagna lanciata sui social network sarebbero stati preparati a tavolino dopo un’attenta pianificazione di alcuni esperti di comunicazione e marketing vicini a Neymar. Dani Alves ha fatto capire anche che qualcosa di vero c’è, nel senso che il suo amico e compagno era stanco di ricevere banane ed insulti razzisti e i due ne avevano parlato, decidendo di fare qualcosa, un gesto significativo, alla prima occasione utile. I due assi del Barça non ne potevano più da tempo, per questo nemmeno tre ore dopo il gesto di Alves, sui social network già girava la foto di Neymar e il figlio Davi Lucca muniti di banane vere e finte.

Poche ore dopo il lancio della banana, fanno notare, sono state messe in vendita le t-shirt (a tempo di record) con l’hashtag-slogan “somotodosmacacos” a 69 R$ al pezzo. Secondo alcuni, inoltre, la foto in cui Neymar posa con il figlio e una banana era stata scattata due settimane fa. E dopo l’ondata di solidarietà, sui social network è scoppiata l’ira dei tifosi: «E’ una vergogna lucrare su una vicenda di questo tipo». 


A mio parere lanciare una banana a qualcuno non é razzismo, ma solo una grande stronzata compiuta da un idiota. E penso che i brasiliani, prima di criticare certe stupide azioni di alcuni stranieri, dovrebbero guardare meglio a casa loro, dato che qui atteggiamenti razzisti verso neri o altro non mancano. Ma si sa, qui sono esperti nel manipolare il vasto pubblico. Non so se é solo una mia impressione, ma a volte sembra che i brasiliani si credano migliori di altri, ma nello stesso tempo godono nel sentirsi delle vittime. "Guardate come ci trattano all'estero", sembra che dicano, e cosí iniziano una specie di caccia alle streghe contro ogni "gringos" e paese straniero. Non che il caso di Dani Alves fosse il primo. Giá in passato ci furono tristi azioni verso persone di colore e i piú recenti sono del giocatore del Cruzeiro Tinga e dell'arbitro Marcio Chagas, ricevuti persino dalla presidente Dilma Rousseff. 


Ma questa volta i media brasiliani hanno fatto le cose in grande. E tanto per fare un esempio, quanti insulti ha ricevuto Balotelli nel corso della sua carriera? Ma ha mai fatto campagne pubblicitarie contro il razzismo? È mai andato in TV facendo dichiarazioni su quello che, specialmente all'inizio, era costretto a subire. No. Perché anche lui pensava che i gesti di certi tifosi non erano altro che grandi idiozie fatte da persone con poco cervello, e che non meritavano tanto interesse.


Io sono italiano, e ho perso il conto delle volte che mi hanno chiamato di mafioso, porco (in senso d'igiene) o altri epiteti ormai comuni. Ma come dicono qui, nem ligo. Non faccio campagne contro questi stupidi preconcetti né vado in giro con magliette stampate con slogan antirazzisti. Non é l'atteggiamento o il commento di qualche imbecille a farmi sentire offeso per le mie origini. Possono dire e fare quello che vogliono che in ogni caso non incide nel mio orgoglio di italiano né nel mio modo di essere. Ma evidentemente non per tutti é cosí.

Quello che mi da particolarmente fastidio é questa sorta di manipolazione mediatica. Perché far credere che il gesto di Dani Alves fosse spontaneo? Perché usare una stupida provocazione di un idiota per creare un susseguirsi di critiche verso l'Europa? Avevano deciso di fare una campagna contro il razzismo? Bene, fatela, ma fatela proprio come campagna creata apposta per quello scopo, affermando, a priori "questa campagna é stata creata per...". Allora sí che la gente ci avrebbe creduto e dato il giusto valore. Ma cosí facendo, nascondendo come sempre la veritá e facendo la gente di "boba", finiscono per perdere quella giá poca credibilitá che hanno.
'Neymar ia comer a banana. Se foi o Daniel Alves, maravilha também', diz publicitário

Segundo Guga Ketzer, sócio da Loducca, que idealizou a campanha #somostodosmacacos, a ideia inicial era que Neymar comesse a banana em campo

A manifestação antirracismo que tomou conta das redes desde a noite de domingo e repercutiu até mesmo no Palácio do Planalto era, quem diria, uma campanha de marketing pensada pela equipe do jogador Neymar. Ao publicar em sua conta no Instagram uma imagem de apoio ao companheiro de Barcelona Daniel Alves, e usar a marcação #somostodosmacacos, o atacante do clube catalão deu o pontapé inicial a uma ideia arquitetada duas semanas antes com a agência de publicidade Loducca, do grupo ABC, logo após Neymar ter sido alvo de racismo durante um jogo entre o Barcelona e o Espanyol.
A ideia estava fechada e esperava apenas a "oportunidade" de invadir as redes. O momento certo chegou neste domingo, durante o jogo entre Barcelona e Villareal, pelo Campeonato Espanhol, quando o lateral baiano foi alvo de um torcedor que jogou uma banana em sua direção. Daniel Alves parou e comeu a fruta. Quase que instantaneamente recebeu o apoio de Neymar - que não estava em campo - por meio das redes sociais. Tudo leva a crer que, por serem colegas de time, ambos teriam combinado a jogada tal como numa partida de futebol. Ao comer a banana em repúdio ao ato racista, Dani Alves deixou a bola pronta na cara do gol para ser chutada por Neymar, que já tinha a campanha pronta. Em entrevista ao site de VEJA, o publicitário Guga Ketzer, sócio da agência, negou que o movimento tivesse sido orquestrado. "O Neymar ia comer, mas como foi o Dani, maravilha também", afirmou. Confira trechos da entrevista.
Como foi a idealização da campanha?
Há duas semanas, Neymar e seu pai me procuraram para dizer que precisavam se posicionar em relação às manifestações racistas. Queriam resolver isso de uma forma que colocasse a mensagem do Neymar de maneira forte. E decidimos trabalhar a ideia de que a melhor maneira de acabar com o preconceito é tirar a força dele e fazer com que a pessoa não repita o ato. É como um apelido. Quanto mais bravo você fica, mais ele pega. Foi aí que criamos #somostodosmacacos. A ideia era começar com o Neymar comendo a banana e isso se tornar um movimento.
Foi ideia do Neymar?
Sim, ele que pensou. Aí, quando o Dani (Daniel Alves) comeu a banana, soltamos a campanha. Decidimos ontem (domingo).
O Daniel Alves sabia da campanha, e por isso comeu?
Não. Não foi combinado. O Neymar ia comer, mas como foi o Dani, maravilha também. 
O Daniel Alves acabou atropelando a estratégia do Neymar?
De forma alguma. O conjunto de ele comendo uma banana e o Neymar se manifestando, criando um movimento, fez a discussão atingir um patamar absurdo, com repercussão até mesmo na Presidência da República. As pessoas espontaneamente se envolveram e isso é o que importa.
Que tipo de ação a agência vai fazer para aproveitar a abrangência do movimento?
Nada. Nosso papel foi criar o movimento e agora você tem o mundo inteiro criando conteúdo em cima disso. Eles abriram a discussão e colocaram as coisas de uma forma que fez as pessoas discutirem o assunto.
Muita gente se frustrou quando soube que era uma campanha.
Tentar desmerecer o movimento pelo fato de ter uma agência por trás é tão preoconceituoso quanto o torcedor que joga a banana. Por que não pode haver ajuda profissional? Por que não podemos ajudar com uma ideia? Não é uma campanha para vender nada. Fizemos conforme a necessidade do Neymar de mostrar que o racismo é uma situação completamente absurda. E deu certo.
Fonte: Veja

E per finire alcuni immagini "contro" questa campagna tratte da alcuni social-network:












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L'Italia non é un Pese razzista

Sinceramente qualche dubbio ce l'ho, nel senso che noi italiani non siamo razzisti ma abbiamo molti preconcetti. Però fa piacere sentire queste parole da una persona straniera (congolese) che grazie ai suoi sforzi è riuscita a integrarsi bene in Italia, tanto da diventare Ministro dell'Integrazione, primo ministro "nero" della Repubblica italiana. Il fatto che abbia ricevuto insulti e critiche dalla Lega Nord non influisce sul carattere di noi italiani, che conosciamo bene i concetti della Lega.



Ministro Kyenge, ha ragione l' Herald Tribune? Gli italiani sono razzisti? 
«No. L'Italia non è un Paese razzista. È un Paese in cui accadono episodi di razzismo. Sono due cose molto diverse».


C'è più razzismo in altri Paesi europei? 

«Altri Paesi europei hanno una lunga storia prima di colonialismo, poi di immigrazione. Rispetto a loro, l'Italia non ha ancora elaborato una cultura dell'immigrazione e della società multietnica. Qui il fenomeno è stato diverso, molto veloce. Ma non c'è dubbio che nella cultura italiana ci sia l'accoglienza. E nell'anima italiana c'è quel calore che altrove manca».

Com'è stata la sua esperienza di immigrata? 
«Sono arrivata a Roma a 19 anni, per caso. Avevo fatto domanda di iscrizione all'università in vari Paesi, a cominciare da quelli di cui conoscevo la lingua, Francia e Regno Unito; invece mi hanno presa qui. La borsa di studio alla Cattolica però è sfumata. E fin da subito ho avuto modo di verificare la capacità di accoglienza degli italiani».

Dov'è andata a vivere? 
«Mi hanno aiutata un sacerdote di origine ungherese, padre Bekes, un rifugiato politico, e le suore missionarie di Adele Pignatelli, legate alla figura di Luisa Guidotti Mistral, martire in Zimbabwe. Un ambiente straordinario».

Poi si è trasferita in Emilia. 
«La considero la mia terra. A Modena ho trovato ospitalità e anche organizzazione. Molte famiglie immigrate hanno avuto la possibilità di costruirsi una vita e di integrarsi. Certo anche in Emilia ci sono episodi di razzismo: sono frutto di mancanza di conoscenza e di memoria, di quando gli italiani erano un popolo di emigranti. Come medico, però, mi sono inserita facilmente. Mi ha fatto piacere notare che i pazienti mi cercavano per le mie capacità, senza badare alle mie origini».

È vero che lei ha querelato un uomo che l'aveva aggredita? 
«Sì. Era il 2004. Stavo facendo la campagna elettorale, quando un commerciante di trattori mi ha detto di andarmene: pensava fossi una venditrice ambulante. Non riusciva a credere che fossi davvero candidata in una circoscrizione di Modena, minacciava di chiamare la polizia. Quando poi mi ha messo le mani addosso, la polizia l'ho chiamata io. Purtroppo il mio aggressore è morto prima che il processo arrivasse a sentenza».

Sono quelli che la minacciano che devono aver paura... 
«Guardi che è una cosa molto seria. Io paura non ne ho: può scriverlo a caratteri cubitali. Certo non sono rimasta indifferente. Quelli che mi hanno insultata credevano di offendere me; in realtà hanno offeso l'umanità intera. Qualunque persona che rifiuta il razzismo dovrebbe sentirsi chiamata in causa».


Gli insulti sono arrivati dalla destra, talora estrema; ma ci sono stati episodi di intolleranza anche a sinistra. 
«Non è una questione politica, tanto meno partitica. È un'emergenza culturale, cui dobbiamo rispondere con l'educazione, con una campagna di informazione, con il lavoro nelle scuole. Anche i media devono capire che il linguaggio è importante. C'è troppa disinvoltura nel modo in cui si usano le parole e gli stereotipi. C'è una violenza cui io intendo rispondere con il massimo di non violenza».

Lei ha sposato un calabrese. Al Sud come si trova? 
«Mio marito è cresciuto a Modena, ma le sue radici in effetti sono in Calabria. Sono vent'anni che vado là in vacanza, la considero la mia seconda terra. La gente è capace di profonda umanità. Certo dipende da zona a zona, da caso a caso. C'è una cultura da costruire».

Come farlo? Secondo il modello francese, l'assimilazione, o quello inglese, il multiculturalismo?

«In Europa sono stati commessi molti errori, non c'è un sistema perfetto da copiare. Ma io penso che voler assimilare gli immigrati sia uno sbaglio, una mancanza di rispetto verso la persona. Mi interessa di più l'approccio multiculturale, che nei Paesi anglosassoni è stato applicato pure con l' affirmative action».

Vale a dire inserendo le minoranze, anche con un sistema di quote, in settori da cui erano tradizionalmente escluse. Non crede però che in Italia sia già scoppiata una guerra tra poveri, tra gli italiani provati dalla crisi e i nuovi arrivati, per il posto in ospedale, la casa popolare, il lavoro? 
«È un'impostazione sbagliata partire dalle differenze. Io vorrei partire dai diritti e dai doveri. Esistono regole che vanno applicate a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro provenienza e dal colore della loro pelle. È facile alimentare la paura del diverso, attribuirgli la colpa delle difficoltà di questo momento. È difficile far capire che la diversità è una risorsa. Ma dobbiamo farlo».

Balotelli può essere d'aiuto? All'inizio gli urlavano «non esistono negri italiani». Ora è la star della nazionale. 

«È vero, quella di Balotelli è una storia esemplare. Anche se si parla poco di lui come professionista e molto come personaggio».

Secondo lei lo fischiano perché è nero o per i suoi atteggiamenti? 
«Lo fischiano per lo stesso motivo per cui insultano me: perché siamo degli apripista. Lui il primo centravanti nero della nazionale, io la prima ministra nera. Tentano di indebolirci, ma non ci riusciranno».

L'Italia diventerà un Paese multietnico?

«L'Italia è già un Paese multietnico. Chi lo nega ha in mente l'Italia di venti o trent'anni fa. E non è mai stato in una scuola elementare».

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Buon viaggio verso la Baviera



Dire che mi girano le balle è dir poco! Io accetto il fatto di avere qualche preconcetto (perlomeno io ho il coraggio di ammetterlo, mentre altre persone e altri paesi fanno il contrario, ma questo è un altro discorso...) e mai ho considerato noi italiani come dei Santi. Però questo articolo pubblicato dal quotidiano tedesco Augsburger Allgemeine mi fa proprio incazzare. 

Se c'è una cosa che noi italiani abbiamo sempre fatto è proprio quello di aiutare tutti quei profughi che ogni anno sbarcano clandestinamente in Italia, questo molte volte a scapito di quegli italiano che vivono nelle vicinanze dei campi profughi. Non ho i numeri sottomano, ma ne sono sbarcati cosí tanti che la situazione ormai è insostenibile. Eppure in ogni caso li abbiamo sempre accettati e aiutati. E questi imbecilli tedeschi cosa scrivono?

"...  l’Italia ora ha trovato un sistema molto efficace per disfarsi dei rifugiati... un sistema per ottenere l’asilo politico per così dire “all'arrabbiata”... Che non si tratti di un caso isolato ma della loro filosofia... è una soluzione tipicamente italiana... L’atteggiamento degli italiani è uno spinoso problema politico... Il comportamento del governo italiano volto a spingere i profughi nordafricani illegali a lasciare l’Itala muniti di un permesso di soggiorno breve e 500 euro in mano verso i paesi della zona Schengen, è un insulto. Considero questo comportamento non solidale nei confronti degli altri paesi europei".

Questi nostri vicini europei, tedeschi e francesi in primis, ci hanno sempre voltato le spalle quando si trattava di profughi. Nessuno li voleva (e nessuno li vuole ancora adesso) e sembra che questo spinoso problema sia solo di competenza italiana. ma che vadano a farsi fottere loro e tutta al Comunità Europea. Siamo lo Stivale d'Europa, no? Allora diamogli un bel calcio nel culo a questi idioti razzisti, perché è di questo che si tratta.

P.S. Non che qui le cose siano molto diverse. Quando si sente alla TV qualche notizia sui profughi haitiani entrati clandestinamente in Brasile, le frasi che sento sempre dire da tutti sono "Mandateli nel loro paese... qui abbiamo già i nostri problemi". E, a parte questo egoismo assurdo, pur nel paese con la più grande comunità cattolica del mondo, penso che, considerando la vastità del territorio brasiliano, qualche povero haitiano in più non dovrebbe dare fastidio più di tanto. ma qui torniamo a quello che ho detto all'inizio: io ammetto di avere preconcetti, altri invece...




Buon viaggio verso la Baviera: ecco come l’Italia si disfa dei suoi profughi


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Il Bombril della discordia

Il mese scorso si è svolto nella Capitale paulista la sfilata di moda primavera/estate del São Paulo Fashion Week. Durante i cinque giorni della manifestazione molti stilisti brasiliani hanno mostrato le loro collezioni. Uno di questi è Ronaldo Fraga. Fraga é uno stilista un po' eccentrico molto famoso in Brasile e, fra le sue caratteristiche "se destaca entre os estilistas brasileiros por criar uma moda e desfiles que valorizam a capacidade crítica e a cultura brasileira". Ora cosa è successo?

La settimana scorsa, sempre a São Paulo, un gruppo di modelle di colore hanno sfilato per protesta nell'Avenida Paulista proprio contro Ronaldo Fraga, accusato di razzismo. Il motivo di tale gesto è che nella sua ultima sfilata lo stilista di Minas Gerais ha adornato le capigliature delle modelle con del Bombril (la classica paglietta d'acciaio). Secondo Fraga l'idea era proprio di valorizzare i capelli crespi delle donne di colore da formare una specie di scultura, ma per alcune persone questa idea è una forma di razzismo perché tende a sottolineare alcuni aspetti fisici caratteristici delle persone di colore. 


Ora io mi chiedo: perché certe persone sono così stupide da vedere cose negative in tutte le cose?

Ronaldo Fraga ha sempre creato vestiti un po' particolari e le sue sfilate sono sempre state caratterizzate da motivi o particolari un poco eccentrici, quindi perché meravigliarsi e sentirsi offesi se ha usato della paglietta come parrucca? Forse un motivo potrebbe essere che in Brasile, paese con la seconda popolazione di colore al mondo, di modelle nere ce ne sono veramente poche, e di questo ne avevo già parlato in passato. Ma non posso fare a meno di pensare a questa protesta come una sorta di "coda di paglia" di molta gente. Benché se ne dica, il Brasile è un paese molto razzista, ma è una cosa che non bisogna dire, nessuno deve sapere. Meglio nascondere e tenere per sé queste idee che molti hanno o, meglio ancora, meglio dimostrare il contrario con manifestazioni anti-razziste, come per dire "Noi non siamo razzisti", quando poi invece dentro di loro pensano il contrario. Sinceramente io trovo questa forma di protesta inutile e esagerata, e considerando la scarsa attenzione avuta dai media sembra che non sia l'unico a pensarla così  Sul fatto poi delle poche modelle di colore, penso che sia una questione di mercato e non di razzismo, e anche perché la tipica donna brasiliana, con un corpo così formoso e ricco di curve, poco si adatta allo stereotipo delle modelle classiche che vediamo nelle passerelle o nei giornali di moda.

Ecco alcune creazioni di Ronaldo Fraga:





Modelos desfilam na Av. Paulista em protesto contra Ronaldo Fraga

Na semana passada, estilista usou palha de aço na cabeça de modelos. Nesta segunda (25), agência colocou o material na roupa das mulheres (fonte: Globo)


Cabelo 'bombril' em desfile de Ronaldo Fraga divide opiniões

'Uma forma de subverter um preconceito', disse o maquiador Marcos Costa. Estilista mineiro é conhecido por polemizar nas passarelas. (fonte: Globo)


Brasile, modelle in piazza
“Gli stilisti sono razzisti”


I talent scout cercano solo ragazze bianche come la Bundchen
E le giovani di colore devono andare all’estero per poter sfilare
LORENZO SIMONCELLI
SAN PAOLO
Hanno manifestato nella centralissima Avenida Paulista, sfilando come in passerella, ma al posto dei vestiti firmati avevano fantasiose costruzioni di matasse di filo d’acciaio. Così le modelle di colore brasiliane hanno voluto protestare contro lo stilista Ronaldo Fraga, accusato di razzismo, dopo la settimana della moda che si tiene a San Paolo.  

Fraga è finito nel mirino delle critiche delle modelle per aver fatto indossare alle sue indossatrici, la quasi totalità bianche, un panno di filo d’acciaio come parrucca. L’acconciatura, realizzata dall’hairstylist Marcos Costa, voleva essere «un omaggio al calcio di strada brasiliano e alla cultura nera», si è difeso lo stilista. Molti anni fa, infatti, quando televisioni Hd e plasma non si sapeva ancora cosa fossero, in Brasile era abitudine mettere dei batuffoli di filo d’acciaio sull’antenna per potenziare la ricezione del segnale della tv. Un rituale molto comune, soprattutto durante le partite della nazionale di calcio verde-oro.  
Marcos Costa, l’autore delle acconciature, via Facebook, si è difeso affermando che «il look era un modo per esaltare la bellezza dei capelli crespi dei neri, eliminando così un preconcetto della moda brasiliana».  

La scelta dello stilista ha però sollevato nuovamente il dibattito sul razzismo nella moda brasiliana. Quattro anni fa, sempre al termine della San Paolo Fashion Week, alcune associazioni che si battono per la difesa dell’identità afro-brasiliana si lamentarono dell’esiguo numero di modelle nere in passerella. Su 344 indossatrici presenti, solo 8 erano non bianche. Così, per placare le polemiche, il Ministero Pubblico di San Paolo e la Luminosidade, l’azienda che organizza le settimane della moda in Brasile, d’intesa con i grandi marchi, siglarono un’intesa per garantire che almeno il 10% delle modelle che sfilavano fossero di origine africana o indigena. Quella soglia, già molto esigua se si pensa che il Brasile ha la seconda popolazione di colore al mondo, non è mai stata rispettata. Oggi l’accordo non è più nemmeno in vigore e nella appena terminata San Paolo Fashion Week 2013, di modelle nere se ne sono viste davvero poche.Attivisti di Educafro, un’associazione che lotta per l’inclusione della popolazione nera ed indigena nella società brasiliana, spiegano come per le modelle di colore brasiliane sia più facile affermarsi all’estero che in patria.  

È il caso di Gracie Carvalho, una delle più apprezzate modelle non bianche brasiliane sulle passerelle di tutto il mondo, ma che in patria ha trovato non poche difficoltà. Oltre a Gracie Carvalho ed Emanuela de Paula, uno degli «angeli» brasiliani di Victoria’s Secret, scarseggiano nel panorama nazionale le modelle nere di successo.  
Mary del Priore, professoressa di storia del Brasile, spiega come «l’assenza di neri nella moda è più un’esigenza di classe, che una questione di bellezza». Secondo la studiosa, l’importazione del modello corporeo occidentale si scontra con la realtà brasiliana. «La donna brasiliana», spiega Mary del Priore, «è curvilinea, cadeiruda (massiccia) ed è incompatibile con questo universo».  

Ma per capire meglio come funziona oggi il mercato del fashion in Brasile e se davvero esiste una discriminazione razziale, bisogna andare nella cattedrale della moda verde-oro, lo Stato di Rio Grande do Soul. Lì lavorano la maggior parte dei talent scout brasiliani, tra cui Alisson Chornak, allievo di Dilson Stein, lo scopritore della modella brasiliana per eccellenza, Giselle Bundchen. «Il Sud del Brasile è il luogo migliore per cercare nuovi talenti – dice Chornak – qui c’è una grande miscela di nazionalità, russi, tedeschi, italiani, ed è possibile trovare ragazze dai contrasti forti e con profili snelli, perfetti per la moda». Seguendo Alisson nel suo lavoro di scouting nelle cittadine di Santa Maria, Paraiso do Soul, Venancio Aires, è evidente come il profilo ricercato sia quello di giovanissime «Barbie». «Il consumatore finale di una grande marca di moda spesso non vuole la modella nera – spiega Chornak – non credo sia un problema di preconcetti, è una questione di domanda».  

La ricerca del prossimo talento non si ferma ai concorsi di bellezza locali, Alisson guarda le commesse dei negozi, va alle feste di paese e nelle scuole. È comune nelle cittadine di Rio Grande do Soul, che, durante gli intervalli delle lezioni, gli insegnanti lascino entrare talent scout come Alisson per selezionare giovani modelle. I docenti, infatti, sanno che se un giorno una di quelle giovani donne salirà su qualche passerella saranno la scuola e la cittadina intera a beneficiarne, in termini economici e di immagine.  

Ciò che lascia stupiti è che, secondo l’Osservatorio Afro Brasileiro, nel Rio Grande do Soul ci sono 631 mila donne nere, ma nessuna è mai stata selezionata come modella. A vent’anni dalla scoperta della top brasiliana per eccellenza, la bianchissima Giselle Bundchen, quasi nulla è cambiato nel panorama della moda brasiliana, che continua la sua ricerca della nuova star tra le bianche. 
Fonte: La Stampa





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