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domenica 28 febbraio 2016


Potete dire tutto quello che volete su Bill Gates ma certamente non é stupido. Dopo aver annunciato che non venderanno gli smartphone top di gamma della serie Lumia, il 950 e il 950XL, la Microsoft ha dichiarato ufficialmente che chiuderá i suoi 27 store brasiliani. Tutto, almeno sembra, per colpa della crisi. O forse hanno capito che, considerando i prezzi assurdi di questo assurdo paese, non vale la pena investirci.

Microsoft ha dichiarato ufficialmente che presto chiuderà i suoi store fisici ubicati inBrasile. Vediamo insieme tutti i dettagli.
La decisione presa dall’azienda guidata da Satya Nadella è abbastanza rigida poiché prevede la chiusura di 27 punti vendita, tra cui quelli di Rio de Janeiro, Belo Horizonte, Manaus, Sao Luis, Uberlândia, Contagem, Bethlehem, Niterói, Natal e Sao Paulo.
Di seguito viene riportata la dichiarazione ufficiale dell’azienda:
Microsoft, together with its franchisees in a strategic decision for the channel confirms the closing set of certain physical stores of the brand Microsoft Store – Authorized Reseller in Brazil. The company makes clear, however, that the service’s online store brand continues to operate normally and serving the entire national territory. “
Nel comunicato, Microsoft conferma la chiusura degli store fisici, specificando che lo store online continuerà a funzionare perfettamente.
Il Brasile è sempre stato un mercato fiorente per la società, la quale, però, ha visto decrescere vertiginosamente il numero delle vendite dei suoi prodotti a causa della grande crisi economico-finanziaria che sta colpendo il Paese negli ultimi anni.
Fonte: Tuttowindows
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mercoledì 24 febbraio 2016



Certo che fanno proprio ridere. Ma perché, qualcuno pensava o sperava diversamente? Per conto mio quelli della Mercer, una delle piú grandi societá di consulenza, sono stati fin troppo buoni. Solo a titolo di cronaca, Milano si é posta al 41° posto, davanti a cittá come New York, Washington, Madrid o Lisbona e Roma al 53°.

Lista traz as melhores cidades do mundo em qualidade de vida; Brasil vai mal

Top 10? Top 20? Top 50? Nada disso. Os municípios brasileiros não se saíram bem no ranking das cidades com melhor qualidade de vida do mundo. Não figuram nem entre as cem melhores segundo pesquisa realizada anualmente pela Mercer, uma consultoria global de recursos humanos.

A cidade brasileira mais bem colocada é Brasília, que ocupa a 106ª colocação. Em 117º lugar, está o Rio de Janeiro. São Paulo aparece na 121ª posição, enquanto Manaus, na 125ª.

Os quatro municípios ficaram atrás de cidades dos vizinhos sul-americanos, como Montevidéu (78º lugar), Buenos Aires (93º) e Santiago (94º).

As cinco melhores colocações ficaram com Viena, no topo do ranking, que é seguida por Zurique (Suíça), Auckland (Nova Zelândia), Munique (Alemanha) e Vancouver (Canadá).

O estudo, que está em sua 18ª edição, avaliou a qualidade de vida em mais de 440 cidades no mundo e elencou as 230 melhores. Foram levados em consideração pontos como: condições sociais, econômicas, de saúde, educação, moradia e meio ambiente.

A pesquisa é feita para ajudar multinacionais e empresários a avaliarem melhor para onde devem mandar seus funcionários e quanto devem pagar a eles.

Veja abaixo os dez melhores colocados, a posição das cidades brasileiras, de algumas sul-americanas e dos municípios que ficaram na parte mais baixa da lista:   

1º Viena (Áustria)
2º Zurique (Suíça)
3º Auckland (Nova Zelândia)
4º Munique (Alemanha)
5º Vancouver (Canadá)
6º Dusseldorf (Alemanha)
7º Frankfurt (Alemanha)
8º Genebra (Suíça)
9º Copenhague (Dinamarca)
10º Sydney (Austrália)

78º Montevidéu (Uruguai)
93º Buenos Aires (Argentina)
94º Santiago (Chile)

106º Brasília
117º Rio de Janeiro
121º São Paulo
125º Manaus

226º Cartum (Sudão)
227º Porto Príncipe (Haiti)
228º Saná (Iêmen)
229º Bangui (República Centro-Africana)
230º Bagdá (Iraque)
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mercoledì 17 febbraio 2016


Penso che ogni europeo conosca, o perlomeno abbia sentito parlare, della Guida Michelin. Nata nel 1896 in Francia é una pubblicazione annuale e riferimento mondiale sul turismo e gastronomia. Una sua caratteristica, forse quella più conosciuta, é la valutazione di ristoranti tramite stelle, da una a tre. in base alla qualità dei piatti proposti, alla presentazione ma anche alla pulizia e ai servizi offerti. 

L'anno scorso, per la prima volta, la Guida Michelin ha pubblicato un'edizione sul Brasile, valutando cosí alcuni tra i maggiori ristoranti brasiliani. Strano (ma non molto) che in un paese grande come l'intera Europa nessun ristorante abbia ricevuto le mitiche 3 stelle. ma solo un 2 stelle e sedici 1 stella (giusto per fare una comparazione, in Italia, che ha un'area poco più grande dello Stato di São Paulo, abbiamo raggiunto otto 3 stelle, trentotto 2 stelle e duecentottantotto 1 stella, per un totale di 334 stelle).

L'unico ristorante brasiliano aggiudicatosi le 2 stelle é il D.O.M. di São Paulo, grazie alla guida dello chef Alex Atala. 

Che dire? Non trovo sorprendente che il Brasile abbia ricevuto così poco, Qui non esiste una cultura del cibo come in Italia o in Francia e il concetto base di "comida" per quasi la totalità dei brasiliani é "riempirsi la pancia". Ma siamo appena all'inizio. Vedremo se col tempo la gastronomia brasiliani e i suoi relativi ristoranti riceveranno qualche stellina in più.

Si fa presto a dire “chef stellato”, soprattutto in un continente come il nostro dove le stelle Michelin non si contano più. Da oggi anche il Brasile ha le sue star della cucina, grazie alla pubblicazione della versione nazionale della guida con la “r” moscia più blasonata al mondo.


Nessun tre stelle tra i ristoranti brasiliani, però, sottolineando la linea dura degli ispettori, che forse stanno ancora “prendendo le misure” con un territorio e dei prodotti che non sono molto conosciuti.

Dopo che la rivista americana Time lo ha incluso nella lista dei 100 uomini più influenti al mondo, cosa che non capita tutti i giorni, e dopo che René Redzepi, il numero uno al mondo secondo la classifica dei World’s 50 best, lo ha definito uomo devoto alla sua missione e il più impegnato chef nel suo campo, Alex Atala (cuoco e proprietario del Ristorante D.O.M. di San Paolo) svetta anche in patria per la Guida Michelin Brasile che lo incorona con due stelle.

Alex Atala, ben prima dell’arrivo della Guida Rossa, si era tolto diverse soddisfazioni, tra cui essere al settimo posto della (pur controversa) classifica dei World’s 50 best.

Conosciuto soprattutto per la salvaguardia dei prodotti gastronomici dell’Amazzonia, è uno di quei personaggi che collocherei a metà strada tra grande cucina e filosofia globale.

Oggi tutti i grandi chef esprimono in qualche modo una filosofia personale e unica rispetto ai propri piatti e alle storie che vengono raccontate dalla loro cucina, ma Atala, insieme ad esempio a Eneko Atxa (ristorante Azurmendi) e Diego Muñoz (ristorante Astrid Y Gastòn) da tempo ha fatto un passo oltre la cucina.

Partendo da basi classiche (Atala ha studiato cucina in Europa), il suo tentativo è quello di far conoscere e valorizzare al meglio alcuni ingredienti del territorio brasiliano che sono sconosciuti al mondo.

Per questo motivo Atala non indossa solo il grembiule immacolato da cucina, ma anche gli scarponi da trekking per accompagnare antropologi e ricercatori alla scoperta dell’Amazzonia, dei suoi gioielli .Moltissimi ingredienti usati nella cucina di Alex Atala sono, per noi, quasi impronunciabili.

Arrivano da lontano, da un mondo non tanto abbandonato, ma mai davvero esplorato così a fondo. Tutto questo, unito all’abilità tecnica e avanguardistica di Atala, rendono l’esperienza gastronomica al suo D.O.M. un momento unico.otanici (e non solo) da inserire nel suo menu.

La terra, i suoi frutti, i suoi elementi. Il D.O.M., acronimo di Deus Optimus Maximus, è un tempio mistico della cucina, ma è anche un ristorante puro e semplice.

Con il suo ceviche di fiori e la sua formica amazzonica ci chiama alla terra, con il suo chef brizzolato, tatuato ed ex dj ci ricorda che non stiamo parlando di un guru metafisico, ma di un uomo.

Uno di quelli che prendono come cosa seria le proprie origini.

Se l’Amazzonia occupa il 47% del Brasile, anche per lo chef il 47% della propria cucina deve rispondere alle logiche della foresta.

A differenza di Redzepi, non certo assistitito dalla fortuna geografica, anzi piuttosto osteggiato da una Natura leopardiana (islandesi o danesi, poco importa) e non certo generosa, Atala invece ha a disposizione una sorta di gigantesco Luna Park naturale che si presta all’uso culinario.

I ristoranti stellati, in tutto il Brasile, sono 17. Considerato che il territorio del Brasile è assai più vasto dell’Italia, per fare solo un esempio, verrebbe da pensare che questa nazione abbia poco da dire a livello gastronomico.

Ma non possiamo usare una guida, seppur resti un punto di riferimento per “sincronizzare i palati”, come risposta esaustiva.

Due Stelle: 
D.O.M., San Paolo

Una Stella: 

Huto, San Paolo
Dalva e Dito, San Paolo
Oro, Rio de Janeiro
Roberta Sudbrack, Rio de Janeiro
Kinoshita, San Paolo
Epice, San Paolo
Kosushi, San Paolo
Tuju, San Paolo
Le Pré Catelan, Rio de Janeiro
Olympe, Rio de Janeiro
Attimo, San Paolo
Maní, San Paolo
Jun Sakamoto, San Paolo
Mee, Rio de Janeiro
Lasai, Rio de Janeiro
Fasano, San Paolo


Se, per caso, vi fosse venuta voglia di sperimentare dal vivo questa meraviglia, siete in tempo. Programmando le ferie estive, infatti, potreste includere nel pacchetto anche un viaggio in Brasile, che non è solo calcio e saudade.

Si dice che risponda lo stesso Atala alle telefonate che arrivano al ristorante per le prenotazioni.
Il menu degustazione al D.O.M. prevede 4 oppure 8 passaggi, e potreste sperimentare il Jambu: una pianta autoctona che, sul palato, regala una strana sensazione elettrica.

Ma ci sono anche estratti di manioca selvatica, una particolare specie di cuore di palma e la noce baru, per chi ama gli ingredienti sconosciuti.

L’esperienza al D.O.M., più che in altri ristoranti, è un salto nel vuoto.

In questo caso si sceglie di affidarsi in stato verginale nelle mani dello chef, lasciando che sia lui a guidarvi alla scoperta delle sue radici.

Fonte: Dissapore


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lunedì 15 febbraio 2016


Prologo:

Ho un'amica brasiliana che vive da anni in Sardegna e ogni anno torna in Brasile a trovare la sua famiglia. L'anno scorso si é recata in un negozio qui a Sorocaba e, parlando del più e del meno, ha asserito:

"Caspita come é cara la vita qui in Brasile!"

La proprietaria di questa negozio (che é avvocata ma non ha mai potuto esercitare questa professione perché anche lei, come tanti, non é riuscita a passare all'esame finale) ha ribattuto:

"Non é vero. Sono stata qualche tempo fa a Roma e lá la vita era molto più cara che qui".

Questa mia amica, essendo educata e gentile, non ha risposto niente. Ma se fossi stato io al suo posto avrei fatto capire, in modo più o meno civile, che é normale che abbia trovato tutto molto caro in Italia. Se un brasiliano va in vacanza a Roma o in una qualunque altra città europea usando la sua carta di credito brasiliana e spendendo in Reais, é chiaro che trovi tutto più caro, considerando che l'Euro vale quattro volte il Real.

Morale della favola:
é molto facile trovare tante persone (che io reputo ignoranti, pur avendo studiato per quasi una vita) che non riescono a capire che fare una semplice conversione Euro/Real non serve a niente per stabile il costo di vita di un determinato paese. Io ne ho parlato tantissimo in questo blog, ma sembra proprio che sia qualcosa difficilissima da far entrare nella testa di alcune persone, brasiliani o italiani che siano.

Per questo posto un video non mio, ma di Fabio Barbiero, brasiliano che vive da molti anni a Pisa. Alcuni di voi già lo conosceranno perché non é la prima volto che posto i suoi articoli, ma per chi non lo sapesse Fabio ha un blog molto seguito in cui troverete articoli interessanti:

MINHA SAGA

Vediamo se ora, sentendo le cose che io dico da anni, dette da un brasiliano e in portoghese, qualcuno riuscirà a capire qualcosa di più sul costo della vita tra Italia e Brasile.

Buona visione!

P.S. il video non é recentissimo, ma del 2013. Alcune cose sono cambiate, per esempio ora l'euro vale 4,45 e non 3,00; la benzina in Italia costa € 1,30 e il gasolio € 1,10, contro i R$ 3,30 e R$ 2,70 in Brasile. Ma per il resto non é cambiato poi molto.

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mercoledì 10 febbraio 2016


Interessante iniziativa, anche se non recente, atta a dimostrare l'importanza che noi italiani diamo ai nostri prodotti e alla buona cucina.

Compie un anno l’associazione nata a Stoccarda per combattere il falso Made in Italy su suolo tedesco: i prodotti alimentari “suonano italiani” ma non lo sono affatto

"Italian sounding": suona bene, sembra proprio quel nome italiano di quel prodotto tanto amato: vino, olio, formaggio, doc come quello assaggiato in vacanza... Eppure non è l'originale, ma una sua imitazione prodotta altrove, o ancor peggio, è un alimento contraffatto. 

Per combattere le eventuali truffe e monitorare un'economia che all'Italia porta denaro (l'Italia è infatti il primo importatore nel settore alimentare in Germania), diversi enti si sono messi insieme e hanno inaugurato nel febbraio 2015 l'associazione Italian Sounding, con sede a Stoccarda.

Compito dell’associazione è monitorare il mercato e chiedere l’intervento, anche giudiziario, in caso di frode. Ne fanno parte come soci fondatori la Camera di Commercio Italiana per la Germania di Francoforte sul Meno, la Camera di Commercio Italo-Tedesca di Monaco di Baviera e Stoccarda, e a questi si uniscono le italiane Confagricoltura e Unioncamere e ancora diverse aziende del settore food e consorzi locali. Il numero non fa che crescere. L'interesse è alto verso un Paese i cui abitanti scelgono nel 40 per cento dei casi, quando fanno la spesa oppure ordinano al ristorante, un prodotto "made in Italy".
La necessità era ancora più forte vista la legislazione tedesca, che non tutela i vari marchi "made in...", ma per arbitrare su cibi falsi rimanda alla legge sulla concorrenza sleale. Ecco perché un pool di avvocati ed esperti in materia lavorano in collaborazione con l'associazione Italian Sounding: monitorano supermercati, fiere di paese, eventi e piccoli rivenditori per tenere sotto controllo la falsa attribuzione di origine italiana dei vari prodotti venduti.
Nell'ottobre dell'anno scorso è già arrivato il primo successo, quando il tribunale di Colonia ha vietato la commercializzazione su suolo tedesco di pasta prodotta in Egitto e a Dubai che riportava però sulla confezione termini errati come "italiano", "Milano" e "San Remo", oltre al disegno del tricolore. La pasta non è peraltro il solo alimento contraffatto o spacciato come italiano, e il primato tra i prodotti più falsificati va invece al formaggio Parmigiano. Mentre all'estero gli alimenti italiani più amati restano i grandi classici, dai formaggi appunto, ai vini, passata di pomodoro, pasta, dolci.
Permettere che vengano immessi sul mercato prodotti dall'italian sounding è dunque una perdita in credibilità ma anche in denari, se si pensa che la filiera agroalimentare vale l'8,7 per cento del nostro Pil e che 1,2 miliardi di persone nel mondo ogni anno acquistano e consumano almeno un prodotto made in Italy. Il bacino da controllare è davvero esteso, nel nostro Paese infatti esistono tra Doc e Igp circa 800 prodotti protetti da marchio, di cui oltre 500 riguardano il vino.
Fonte: Sale e Pepe
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sabato 6 febbraio 2016


Non é certo una sorpresa questa notizia. Basta vedere quello che mangiano, Prima di tutto adorano i fritti. Anche un semplice uovo al tegamino loro lo fanno fritto. Per non parlare poi della linguiça, pollo e pesce. Tutto poi deve essere immerso in molhos o salse piene di gordura. Bevono, a parte litri di cerveja, intere bottiglie di Coca-cola, aranciate e altre bibite zuccherate. Il caffé che bevono é super dolce. I dolci che fanno sono letteralmente nauseanti per tutto lo zucchero e altre porcherie che usano. Poi non hanno nessuna regola, mangiano quando vogliono, a qualunque orario. Per non parlare poi delle quantitá assurde dei piatti che compongono. Il bello é che loro sono convinti di mangiare e fare una comida saudável!

A saúde da população brasileira adulta não vai bem. As pessoas estão mais obesas, um terço tem hipertensão, muitas delas desenvolveram diabetes e quase metade tem colesterol alto. A avaliação é do médico Paulo Lotufo, e tem um fundamento bem sólido: dados levantados no Estudo Longitudinal de Saúde do Adulto (Elsa-Brasil), que ele coordena na USP desde 2008.

A primeira divulgação dos resultados do Elsa-Brasil a um público mais amplo foi feita no dia 1º de fevereiro no HU (Hospital Universitário) da USP, uma das bases operacionais do projeto. A apresentação trouxe um retrato das principais doenças crônicas no País – arterosclerose, enxaqueca, hipertensão, diabetes e dislipidemia (presença de gordura no sangue). Estas patologias crônicas são as responsáveis pelos maiores índices de mortalidade e morbidade no Brasil e seu aumento, principalmente a partir dos anos 1960, têm gerado altos gastos para o SUS (Sistema Único de Saúde).

O projeto Elsa testou e validou algumas medidas e escores de pesquisas já realizadas em populações no exterior com doenças cardiovasculares, para saber em que medida os critérios desses estudos poderiam ser aplicados à população brasileira. De forma geral, houve similaridade, inclusive com relação aos fatores de risco: obesidade, hipertensão arterial, colesterol elevado e diabetes. Em uma próxima etapa, serão considerados outros elementos como diversidade racial e hábitos de vida dos brasileiros.
USP em alerta
O público pesquisado na USP é composto por professores e funcionários. Para esse grupo, o cardiologista Márcio Sommer Bittencourt, pesquisador do Elsa e um dos palestrantes do evento, não têm boas notícias. Segundo ele, apesar destes servidores terem mais acesso aos serviços de saúde do que a população em geral, andam com hábitos de vida não muito saudáveis. Mesmo sendo um pequeno subgrupo analisado, pouco mais de 5 mil, os participantes “uspianos”, quando comparados à maioria da população brasileira, estão mais obesos ou com sobrepeso, fazem menos atividade física fora do ambiente de trabalho e têm maior propensão ao diabetes.

Em relação ao acompanhamento da própria saúde, porém, o grupo da USP está em melhor situação. Dados da pesquisa sobre hipertensão arterial mostram que dos 35% dos participantes da USP que tiveram diagnóstico de hipertensão, 80% já tinham conhecimento dessa informação, enquanto que na população brasileira esta média cai para 50%.
Bittencourt espera que os exames realizados pelos servidores, cujos resultados foram entregues individualmente para cada participante, sirvam de estímulo para que cuidem melhor de si mesmos. Isso com o objetivo não apenas de melhorar sua expectativa de vida em anos, mas de ter uma “perspectiva de saúde mais prolongada”.
Elenir Aguilhera de Barros, de 72 anos, professora aposentada do Departamento de Letras da FFLCH (Faculdade de Filosofia, Letras e Ciências Humanas) da USP, esteve o tempo todo sentada na primeira fila do evento a fim de acompanhar a apresentação dos trabalhos – e garante se sentir muito bem assistida pelo Elsa. Não só fez vários exames para investigar alguns problemas de saúde, conta ela, como também teve acesso ao acompanhamento psicológico para aposentados.
Enxaqueca e doenças tiroidianas
Além de doenças cardiovasculares, os resultados apresentados trouxeram dados sobre enxaqueca e doenças da tireoide. A pesquisadora Alessandra Goulart anuncia que o brasileiro está mais “enxaquecoso”, ou seja, ele tem mais episódios de dores de cabeça durante sua vida – cujos sintomas são dores pulsantes, náuseas, perda parcial da visão e sensibilidade à luz e ao som.
Apesar de não haver ainda nenhum estudo comprovando o crescimento do problema, há uma prevalência da enxaqueca aumentada em toda a América Latina. A novidade do estudo nessa área foram as evidências encontradas de que há correlação entre as pessoas que sofrem de enxaqueca e de transtornos de ansiedade e depressão.
Sobre doenças tiroidianas, há indícios de que a levotiroxina (medicamento utilizado no tratamento do hipotireoidismo) esteja sendo receitada de forma inadequada aos pacientes. Segundo a pesquisadora Isabela Benseñor, o diagnóstico de hipotireoidismo subclínico (forma mais branda da doença, geralmente sem sintomas, mas detectável em exames) é feito pelo Elsa a partir da dosagem dos hormônios e de informações do paciente se ele faz uso ou não da levotiroxina. A partir desse procedimento, foi possível observar que há mais pessoas com hipotireoidismo clínico do que com hipotireoidismo subclínico, o que sugere que “tem mais gente do que deveria usando a levotixoxina”, adverte Isabela.
Projeto Elsa-Brasil
A investigação multicêntrica do projeto Elsa-Brasil vem sendo desenvolvida desde 2008 com cerca de 15 mil pessoas entre 35 e 74 anos de várias instituições públicas de ensino superior e pesquisa das regiões nordeste, sul e sudeste do Brasil. Na USP, são 5.061 voluntários que participam do trabalho. O objetivo é investigar, a longo prazo, a incidência e os fatores de risco para doenças crônicas. A importância das pesquisas do Elsa se confirma na área de saúde pública brasileira. Os resultados vão servir de subsídio para direcionamento e adequações de políticas públicas. As ações do SUS, dos programas de atenção primária e do sistemas privados terão impactos direto dos resultados dessas pesquisas, conclui Lotufo. 






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