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martedì 26 giugno 2012


Finalmente, per la felicità di molti brasiliani, tutti i negozi dello Stato di São Paulo dovranno ridare “de graça”, cioè senza pagare nulla, i sacchetti di plastica ai clienti. Per quei pochi che non sanno di cosa sto parlando è meglio fare un po’ di storia.

Nel lontano novembre del 2010, il neoeletto deputato Carlos Bezerra Jr. (PSDB) propose una legge per l’abolizione dei sacchetti di plastica nei commerci di São Paulo, con il nobile proposito di eliminare, o almeno in parte, diminuire, il flagello ecologico dovuto agli innumerevoli sacchetti di plastica usati dai brasiliani.

Dopo varie discussioni, tentativi, esperimenti e opinioni vari, questa legge fu approvata. Ovviamente tutto creato con la dovuta calma e flemma tipico di questo Paese. Quindi prima si iniziò a proibire la vendita solo in alcune piccole città del interior, poi si diminuì la quantità di sacchetti prelevabili direttamente dai clienti (chi voleva i sacchetti doveva chiederli alla cassiera, e non più prenderli direttamente dal bancone), poi si iniziò a non dare più i sacchetti (per chissà quale motivo minuscoli) obbligando però i gestori di tali negozi a proporre un contenitore alternativo (leggi: scatole di cartone), poi a non dare nemmeno quelle (le scatole non sono infinite) e vendere a 19 o 49 centavos, a seconda delle dimensioni, una borsa (indovinate fatta di che? Plastica!) ma riutilizzabile più volte, ecc.

Ora, solo per mostrare le differenze di abitudini, io in Italia ho sempre pagato i sacchetti di plastica al supermercato, e non ho mai avuto problemi a riguardo. E se non volevo pagare bastava che andavo già con i sacchetti in mano, così non avevo bisogno di comprarne altri.

Qui, pagare qualche centavos per un sacchetto, abituati come sono a prenderne a manciate anche comprando un solo prodotto, era qualcosa di scandaloso e di inaccettabile. “Io pagare per una sacolinhas? Jamais!

E così, dopo innumerevoli discussioni sull’utilità di tale provvedimento, sul fatto se fosse giusto che un consumatore dovesse pagare o meno tale prezioso strumento, dopo aver interpellato economisti, deputati, Procon e altre istituzioni, ecco che finalmente, la Giustizia brasiliana ha dimostrato ancora una volta di essere dalla parte del cittadino. Infatti proprio ieri, la giudice della 1ª Vara Central della capitale paulistana, Cynthia Torres Cristófaro, ha decretato che “está proibida a cobrança por embalagens para acondicionamento de compras e que as empresas têm 30 dias para fornecer, também gratuitamente e em quantidade suficiente, embalagens de material biodegradável ou de papel adequadas, sem cobrar nada.”

Finalmente! Ora posso andare in qualunque supermercato senza portarmi quella fastidiosa Sacola Retornável o senza il timore di non aver con me nessun contenitore per la mia mercanzia, non potendo così comprare qualcosa. Evviva le vecchie abitudini!
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lunedì 25 giugno 2012


Benché se ne dica, penso che l’arte di arrangiarsi sia una caratterista tipicamente italiana. Io sempre, un po’ per orgoglio, un po’ per mancanza di mezzi,  sono abituato a fare le cose da solo. E se c’è una cosa che odio è proprio dipendere dagli altri.

Qui è differente. Non vuole certamente essere una critica, ma da quello che vedo tutti i giorni, qui le persone sono più indirizzate a essere aiutate, a farsi servire, a delegare ad altri molti servizi che potrebbero fare da soli. basta solo vedere come la gente si comporta nei vari commerci e negozi. Qui, appena entri in un qualsiasi negozio, vieni subito assalito da uno o più commessi, e pur dicendo che non hai bisogno niente questi ti seguono come cagnolini con la speranza di fare qualche buon affare. E so per certo che alcune persone criticano in modo negativo quel tal negozio perché “là nessuno mi serve e devo andare io a cercare il commesso”. Questo per me è qualcosa di totalmente incomprensibile.

Domani vado a ritirare la mia nuova patente di guida brasiliana. Quando ho iniziato le pratiche qualche mese fa, tutti, ma proprio tutti, mi dicevano di andare in una scuola guida, o in un “despachante”, o in cartorio, ecc. mancava solo che mi dicessero di andare dal Papa poi le avevo sentito tutte. Io sempre rispondevo che non c’era bisogno, perché bastava vedere cosa chiedeva il Detran per fare la patente e preparare i documenti adeguati.

Ma no, questo per tutti quanti era impossibile e sbagliato. “Tu con conosci le leggi brasiliane”, mi dicevano. “Tu devi fare un corso in una autoscuola… stai solo perdendo tempo e denaro… vai a quel despachante mio amico e lascia fare a lui… tu da solo non puoi…” e cose di questo genere.

Io, essendo testardo come sempre, non li ho ascoltati, sono andato nel sito della Detran per sapere quali documenti preparare, ho fatto un esame medico e uno psicotecnico, pagato una tassa e pronto, ecco come per magia una patente di guida nuova di zecca nelle mie mani.

Verrebbe voglia di dire a tutte quelle persone che mi erano contro: “visto??”. Ma non lo facevano per cattiveria. Anzi, era il loro modo di aiutarmi. Ma io sono abituato a fare da solo, almeno fin dove posso. E in questo modo ho anche risparmiato i soldi dell’autoscuola o di chi altro avrebbe fatto le stesse cose che ho fatto io. Perché, come si dice in Italia, chi fa per sé…
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lunedì 18 giugno 2012

GOOGLE

Pubblicate le richieste delle autorità. In testa il Brasile. Poi gli Usa, 28 quelle italiane, tra cui 2 su video dedicati a Berlusconi



Più di mille. Tante sono le richieste arrivate negli ultime sei mesi del 2011 a Google dalle autorità governative di tutto il mondo per eliminare contenuti o video considerati offensivi. Nello specifico, in 461 casi la domanda è stata inoltrata da un tribunale, chiedendo la cancellazione di 6.989 voci, mentre 546 casi riguardano richieste informali, per esempio attraverso telefonate da parte di funzionari di polizia, su 4.925 elementi. In totale, Google ha soddisfatto il 54% delle pretese. Una pratica sempre più sistematica, che il gigante di Mountain View rende pubblica in un rapporto dal titolo Trasparency Report. «Speravamo fosse un'aberrazione. Ora sappiamo che non lo è», scrive nel post sul blog ufficiale di Google Dorot Chou, senior policy analist di Google. Ma non solo. Scrive ancora Chou: «A preoccupare non è tanto il numero di richieste rimasto pressoché invariato, quanti che il tentativo di ottenere censure a sfondo politico sia divenuta la regola, più che l'eccezione. Alcune di queste richieste provengono da paesi insospettabili, democrazie occidentali tipicamente non associate alla censura».

IL PASSAPORTO CANADESE - Tra le richieste più strane quella arrivata dall'ufficio immigrazione canadese che chiedeva di rimuovere un video in cui un cittadino gettava il passaporto nel water, ci urinava sopra e tirava lo sciacquone. Richiesta accontentata. Quanto all'Italia le domande (un totale di 28 per 96 contenuti) hanno riguardato principalmente video sull'ex premier Silvio Berlusconi: in uno (che non è stato rimosso) venivano prese di mira le sue abitudini sessuali, mentre in un altro (questo invece rimosso) si incitava al suo omicidio. Tra i paesi più attivi nell'ordinare "censure", il Brasile, con 128 domande per quattro siti legati alla campagna elettorale eliminati su richiesta delle corti, mentre in India – dove Google è a processo contro il governo proprio per la responsabilità del monitoraggio dei contenuti online – si è registrato un incremento delle richieste del 49 per cento. Come fa notare il rapporto         arrivano richieste anche da quattro paesi che non l'avevano mai fatto prima, e cioè Bolivia, Repubblica Ceca, Ucraina e Giordania. E in Thailandia il reato di lesa maestà ha costretto Google a impedire l'accesso a un centinaio di video all'interno del Paese.

USA CENSORI - Tra i censori più agguerriti, anche i democratici Stati Uniti, dove le richieste di rimozione sono aumentate addirittura del 103% rispetto al rapporto precedente: un incremento che non ha paragoni nel resto del mondo e che si concretizza nel tentativo di far sparire dal web, tra gli altri, 218 siti ritenuti diffamatori e 1.400 video su YouTube per diffamazione. Tra luglio e dicembre del 2011 le agenzie governative Usa hanno presentato 187 richieste di rimuovere contenuti. Inoltre, nella seconda metà dell'anno scorso il governo di Washington ha chiesto al motore di ricerca 6.321 volte di rendere noti dati di utenti. E Google ha ottemperato in meno di un caso su due.
Marta Serafini

FONTE: Corriere della Sera
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giovedì 7 giugno 2012


Questo è solo un esempio di quello che si può trovare in rete sulla reale situazione sanitaria brasiliana. Che nessuno mi venga a dire che è un caso isolato questo del filmato perché dimostrerebbe una estrema ignoranza. Ma molte volte le persone preferiscono essere ignoranti che aprire gli occhi e affrontare la realtà.

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martedì 5 giugno 2012


Tempo fa trovo una notizia su Folha che parla del PIB (Produto Interno Bruto) brasiliano. In quel articolo si confrontava, appunto, il PIB brasiliano con quello di altre nazioni. Leggendo i dati e i relativi grafici si notano alcune cose degne di considerazione.

Da quanto si legge, nel primo trimestre del 2011, il PIB brasiliano è cresciuto dello 0,8%. Poco, molto poco confronto agli altri Paesi del Bric di cui il Brasile fa parte. Per esempio, sempre secondo l’articolo, il PIB della Russia è stato, nello stesso periodo, dello 4,9%; quello dell’India il 5,3% e dell’Africa del Sud del 2,1% (stranamente quello della Cina non viene menzionato).

Inoltre, alcuni Paesi cosiddetti “in crisi” hanno avuto una crescita migliore del Brasile. La Germania, nel primo trimestre, ha avuto un PIB del 1,2%, la Francia un po’ meno, lo 0,3% mentre gli Stati Uniti hanno raggiunto una ragguardevole percentuale del 3,0%. Niente male per essere in crisi, e molto poco per il Brasile per essere un Paese emergente e ricco e potente e ecc. ecc.

Sempre secondo i dati forniti da Folha, si legge che la povera Italia ha avuto un PIB negativo dello –1,3%.

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Povera la mia Italia! Decisamente le cose là non vanno bene. Ma siamo sicuri che i dati siano giusti? Siccome io sono peggio di San Tommaso, vado a fare una piccola ricerca su Google e trovo percentuali un pochino diverse.
Di poco ma alla fine è cresciuto il Pil italiano che nel primo trimestre del 2011 è salito dell'1,1% rispetto al +3,2% dei Paesi G7.” dice Lettera 43.
Nel primo trimestre del 2011 il Pil italiano è aumentato dello 0,1% sul trimestre precedente e dell'1% rispetto al primo trimestre del 2010.” secondo il Sole 24 Ore.
È cresciuto dell'1,1% rispetto al +3,2% dei Paesi G7 il Pil italiano nel primo trimestre del 2011.” si legge nel Corriere della Sera.
Nel primo trimestre del 2011 il Pil è aumentato dello 0,1% sul trimestre precedente e dell'1,0% rispetto al primo trimestre del 2010. La crescita acquisita per il 2011 è pari allo 0,5%. Lo comunica l'Istat che ha diffuso la stima preliminare sull'andamento dell'economia italiana.”, così scrive la Voce d’Italia in un suo articolo.
E potrei continuare in questo modo ancora per molto, ma sarebbe inutile, dato che i dati sarebbero sempre gli stessi.

Quindi ora non capisco. Abbiamo dei dati divulgati da un noto giornale brasiliano che dicono che l’Italia ha avuto un PIL negativo, mentre secondo i giornali italiani l’Italia ha avuto una crescita del 1%. A chi credere?

Conoscendo gli articoli faziosi di Folha, mi viene spontaneo pensare che, in qualche modo, qualcuno abbia voluto accentuare i problemi dell’Italia e di altri Paesi europei per dimostrare così la crescita, abbiamo visto modestissima, quasi inesistente, del Brasile. Oppure può darsi che sia stato un errore “involontario”, dato che sempre secondo l’Istat, il PIL italiano è sì sceso dello –0,8%, ma questo nel primo trimestre del 2012, non del 2011 (fonte TGCom).

Che sia stato un semplice errore di battitura?
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