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giovedì 21 maggio 2015

Magna che te passa


Se c’è una cosa che noi italiani amiamo spassionatamente è la buona cucina. Per noi il cibo non è solo qualcosa per riempire lo stomaco, ma un insieme di sensazioni fatte di colori, profumi e piaceri gustativi. Quindi mangiare diventa un evento importante, sia che sia in un ristorante raffinato o un semplice panino durante l’ora di pranzo.

Un'abitudine tutta italiana che stupisce e affascina gli stranieri è quella di parlare di cibo e buona tavola. In qualsiasi ambiente e con qualsiasi compagnia, basta nominare un piatto e subito c'è chi ricorda pranzi passati, chi elenca come in un rituale magico gli ingredienti di una ricetta, chi cita un formaggio come se ancora ne assaporasse l'aroma. Ma perché tutto questo? Perché mangiare dà gioia tanto quanto gustare il sapore delle parole e, ovviamente, del cibo stesso.

Impressionante il numero di detti e frasi fatte a sfondo gastronomico che utilizziamo quotidianamente e senza pensarci: “andare a fagiolo, come il cacio sui maccheroni, buono come il pane, rendere pan per focaccia, mettere troppa carne al fuoco”. Siamo un paese con una tradizione culturale millenaria che nel cibo ha fondato intere tradizioni e detti con la stessa intensità al Nord come al Sud. Un paese che ha saputo adattare ai periodi postbellici i propri piatti creando squisitezze con gli avanzi del giorno prima.

Infatti una caratteristica della nostra cucina è proprio la semplicità dei piatti. Pur usando pochi ingredienti sappiamo creare un’armonia di sapori che rende la nostra gastronomia famosa in tutto il mondo. Se non ci credete provate a vedere un piatto di pesce italiano, per non parlare dei piatti di pasta, e confrontatelo con uno brasiliano. Le differenze sono notevoli, e non si tratta solo di gusti diversi.

Proprio questo mese a São Paulo hanno inaugurato un nuovo centro Eataly. Aldilà dei prezzi decisamente più cari di un comune supermercato, è un vero paradiso per chi ama la cucina italiana e dove è possibile trovare prodotti irreperibili da altre parti.


Rimanendo in tema è da poco iniziata la nuova edizione di MasterChef Brasil. È interessante vedere questo programma, anche solo per sottolineare le diversità di preparazione tra i nostri due paesi. Qui in Brasile si presentano con hamburger gigante accompagnato con puré di banane, farofa sempre presente in qualunque forma e in qualunque piatto, chi si preparava a cucinare tenendo in braccio un coniglio vivo e altre cose, per me, italiano, letteralmente assurde. Torno a dire, non si tratta solo di “paladar” differente. È proprio il modo di concepire il cibo che è diverso. Basta vedere cosa mangiano normalmente i brasiliani, cosa adorano mangiare, senza un orario specifico, sempre con piatti stracolmi. Basta vedere le pizze qui in Brasile. Hanno trasformato un piatto fantastico molto semplice, solo con pomodoro e mozzarella, in qualcosa di completamente diverso, pieno di ingredienti assurdi. Eppure a loro piace e considerano la loro “comida” (e le loro pizze” tra le migliori del mondo.

Io adoro cucinare, ma ho rinunciato quasi subito a fare dei piatti per gli altri. È inutile proporre una carbonara fatta a regola d’arte quando per loro la “vera” maccaronada deve avere un litro di sugo. È inutile fate un Tiramisù o una torta di mele quando loro preferiscono quello schifo di gelatina. Se fai un dolce senza cocco o senza latte condensato fanno una faccia strana. Se nelle lasagne non metti delle fette di prosciutto dicono che non sono le vere lasagne. E potrei continuare all’infinito. Avevo anche pensato di fare un corso di pasticcere e aprire una pasticceria italiana, ma sarebbe solo una grande perdita di tempo e di soldi, dato che se non prepari quelle schifezze nauseanti che loro chiamano dolci, se non fai le cose a modo loro, non venderei niente.


In Italia si usa dire di “non dare perle ai porci”, che significa dare qualcosa di prezioso, d'importante, di bello, a chi non ne è degno o non è in grado di apprezzarlo. È un concetto duro ma reale che vale soprattutto in questo paese. 

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