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domenica 30 novembre 2014

No Brasil, a taxa de homicídios é:

6 vezes maior que a dos EUA
8 vezes maior que a da Índia
9 vezes maior que a do Chile
13 vezes maior que a do Marrocos
36 vezes maior que a da Espanha

A escala da violência letal no Brasil é muito maior que a da maioria dos países do mundo e o enfrentamento a esse problema ainda não é prioridade na agenda nacional.


Você sabia que mata-se muito mais no Brasil do que em diversos países em guerra? Nos últimos 30 anos, mais de 1 MILHÃO de pessoas foram assassinadas. Em 2012, foram mais 56.000 homicídios.


Nas últimas três décadas, enquanto muitos indicadores sociais avançaram - como saúde, educação e redução da pobreza - o número de homicídios cresceu de forma vertiginosa no Brasil. Precisamos de políticas públicas que priorizem a redução da violência letal! 


Fonte: Anistia Internacional Brasil
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martedì 25 novembre 2014


Secondo una ultima notizia, l'Ikea ha desistito di aprire uno o più negozi in Brasile. Per chi, come me, conosce bene i prodotti Ikea non può che essere una cattiva notizia, ma in ogni caso era molto prevedibile questa decisione.

A causa delle assurde tasse d'importazione, i prodotti dell'Ikea avrebbero alla fine un costo molto elevato, poco competitivo con catene Casas Bahia o Magazine Luiza. È vero che in questo caso la qualitá sarebbe superiore a quest'ultimi (sfido chiunque a provare il contrario) ma in ogni caso l'impresa svedese perderebbe il target di clientela che la contraddistingue.

Altro fattore a mio parere determinante per la decisione presa é il metodo di vendita dell'Ikea. Per chi non lo sapesse funziona cosí: entri nel negozio e cominci a girare per i vari reparti, tutti adeguatamente arredati per categorie, come cucina, camera da letto, studio e altro. sa bisogna munirsi di matita e foglietto: si trovano all'inizio del percorso e anche strada facendo. I foglietti servono per segnare dove si trovano nel self-service (dove ci recheremo alla fine) i prodotti scelti. Sono disponibili anche dei metri di carta, per prendere le misure dei prodotti. 

Come ho detto è possibile osservare i prodotti all'interno degli ambienti ricostruiti, oppure presi singolarmente all'interno delle aree apposite. Se per esempio ci interessa un divano, possiamo valutare quelli esposti negli ambienti ricostruiti (quindi ricostruzioni di soggiorni) oppure recarci all'area dedicata ai divani e vederli tutti insieme. Ogni prodotto è provvisto di un cartellino; sopra sono indicati:


  • il nome del prodotto
  • la categoria a cui appartiene
  • la serie di appartenenza
  • il prezzo
  • i materiali
  • i colori disponibili
  • dove trovarlo
  • le misure del prodotto montato
  • le misure della scatola del prodotto da montare


Se il prodotto ci interessa, segniamo sul foglietto dove possiamo trovarlo. Fatto questo, con la nostra bella lista in mano, ci incamminiamo verso la fine, dove si trova il magazzino. Prendiamo un carrello e cerchiamo quello che ci serve nei vari scaffali, caricandoli direttamente sul carrello, dato che sono completamente smontati. Tutto questo da soli, senza l'aiuto di qualche commesso. Alla fine si paga e si carica in macchina quello che abbiamo comprato. Arrivati a casa dobbiamo solo montare i mobili seguendo dettagliatamente le istruzioni allegate. 

Bene, ve lo immaginate un brasiliano facendo questo? Di sicuro no. Sono talmente abituati a farsi servire in tutto che solo l'idea di cercare e caricare qualcosa da soli per loro é inconcepibile, figurarsi montarselo a casa.

Da notare alcuni commenti nell'articolo citato prima. C'é chi pensa che i prodotti dell'Ikea siano un "lixo" (ma questo succede anche in Italia), chi dice che l'Ikea é uguale a Casas Bahia (evidentemente non ha mai visto ne toccato con mano un mobile dell'Ikea) e chi afferma che qui in Brasile abbiamo giá negozi simili, per esempio Tok&Stok e Etna. Si, é vero, il concetto di vendita é molto simile, ma i prezzi sono di una assurditá totale! Faccio solo qualche esempio, prendendo alcuni prodotti simili:

Divano a 3 posti





Letto matrimoniale




Tavolo da pranzo




Quindi, come vedete, la differenza di prezzo tra l'Ikea in Italia con i negozi "simili" qui in Brasile é decisamente elevata. Questo, insieme ai motivi citati prima, ha fatto sí che l'Ikea abbia desistito, forse temporaneamente, di aprire una catena dei suoi negozi anche qui in Brasile. Peccato.

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venerdì 21 novembre 2014


È di questi giorni la notizia che il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Louis de Cartier, proprietari della multinazionale Eternit, sono stati assolti dall'accusa di disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche. Il motivo é molto semplice: é passato troppo tempo dai fatti. 

L'art. 157 del codice penale italiano prevede che la prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria. Purtroppo il mesotelioma maligno, il tumore causato dall'amianto, ha un’alta latenza (in altre parole, si manifesta solo molti anni dopo l’esposizione all'amianto). Per questo motivo La Suprema Corte ha annullato per prescrizione la sentenza che condannava Stephan Schmidheiny a 18 anni di reclusione e un risarcimento di quasi 100 milioni di euro, destinati ai sindacati, al comune di Casale Monferrato, alla regione Piemonte e alle 932 parti lese.

Se puó consolare Schmidheiny non é stato assolto completamente. L'imprenditore svizzero dovrà rispondere all'accusa di omicidio volontario continuato e pluriaggravato di 256 persone. È andata in prescrizione l'accusa di reato ambientale, ma ció non toglie che le sue fabbriche abbiano ucciso tutte queste persone. Staremo ora a vedere cosa succederà in futuro.

E in Brasile?

Qui ci sarebbe da ridere, se non da piangere. La quantità di amianto estratto, prodotto e commercializzato in questo paese é allucinante. Ma la cosa che fa piú impressione é la ingenuità e l'ignoranza di molte persone. La maggioranza dei brasiliani sono convinti che l'amianto prodotto in Brasile sia differente da quello degli altri paesi, meno pericoloso. Anzi, qualcosa di valido, utile ed economico. E non serve cercare di spigargli che, col tempo, quella copertura di Eternit sul tetto puó uccidere le persone, tanto loro non ci credono. Sará perché, considerando le morti che avvengono in Brasile, morire di tumore dopo venti o trent'anni sia una cosa da poco conto.

L’amianto – la cui produzione è stata bandita dal 1992 in Italia, dal 1999 in Europa e di cui l’OMS raccomanda sia eliminato a livello mondiale – ha un giro d’affari mondiale plurimiliardario che interessa molti paesi, a cominciare da Russia, Cina e Brasile, i tre principali produttori. Se però la Cina non è una democrazia e in Russia non si muove foglia che Putin non voglia, il Brasile è una democrazia piena e, per di più, è anche il terzo maggior consumatore al mondo d’amianto. «Ogni brasiliano» spiega lo pneumologo Ubiratan de Paula Santos, «consuma in media 700 grammi di amianto l’anno e stimiamo che i morti da amianto negli ultimi 10 anni siano stati 150mila». Il motivo è semplice: in Brasile ci sono 16 grandi aziende multinazionali che producono amianto – Eternit compresa – che «ad ogni elezione, vanno a finanziare trasversalmente tutti i partiti politici», spiega Fernanda Giannasi, un’ispettrice del ministero del Lavoro brasiliano in pensione, che ha fondato l’Abrea, l’associazione delle tante vittime verde-oro dell’amianto. Il suo è un lavoro immane perché gran parte di media e tv, grandi e piccoli, in cambio di pubblicità e/o finanziamenti da parte delle multinazionali che producono amianto non informano la popolazione brasiliana dei rischi connessi all’uso quotidiano dell’amianto.
Due episodi personali per capire. Quando nel 2007 mi trasferii in Brasile cercavo casa e ricordo ancora come un locatore, nello spiegarmi le virtù del suo appartamento, mi mostrò 4 enormi «fioriere di amianto. Sono una bellezza non è vero?» mi disse. Scappai a gambe levate. Un paio di anni fa, visitando il villaggio degli indios Tupinambá di Itapuã nei pressi di Ilheus, la città dove Jorge Amado ha ambientato il suo Gabriella, garofano e cannella, un vecchio mi mostrò orgoglioso il tetto della sua capanna in Eternit. «È indistruttibile» mi disse. «La nostra tradizione vorrebbe il tetto di foglie e paglia», mi spiegò lasciandomi di sasso Thiago, studente 25enne con la passione per l’informatica, nome indio Kaluaná, ma «la maggioranza qui ha voluto l’Eternit», perché «costa poco» ed è «più moderno».
Questa dunque la situazione in Brasile dove le aziende del settore si difendono con un mantra: «Il nostro amianto non fa male, è crisotile ed è diverso da quello italiano». Una balla clamorosa smentita da tutti gli studi scientifici seri, ovvero non fatti da “scienziati” pagati dalle multinazionali dell’amianto.
Fonte: Europaquotidiano 

QUI un video del quotidiano britannico The Guardian sulle  decine di migliaia di brasiliani affette da mesotelioma da amianto.
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mercoledì 12 novembre 2014


La violenza in Brasile é un dato di fatto e quasi una caratteristica saliente di questo paese. Numeri alla mano i morti in Brasile sono uguali o superiori a quelli nelle regioni di conflitto, con la differenza che qui non ci sono attenuanti di carattere religioso, etnico o politico. E nemmeno serve dire o pensare che tali morti occorrono solo in determinate fasce sociali. I delitti, i furti, le rapine e ogni genere di crimine violento avvengono quotidianamente in tutte le cittá del Brasile, grandi o piccole che siano, colpendo persone di ogni ceto sociale. Persone innocenti che pagano con la loro vita o con i loro beni le nefandezze di certi individui.

A violência no Brasil, persistente e indomável, é assustadora até para quem vive em áreas de guerra declarada.

Recentemente passei uma semana de férias no Brasil e, como sempre, a pergunta que mais ouvi foi: “Você não tem medo de morar no Oriente Médio?”.  Em seguida, quase no mesmo fôlego, me contavam sobre algum assalto, arrastão, sequestro, homicídio, ou alguma outra modalidade de crime que virou rotina no Brasil.  A quantidade de mortes violentas é comparável ou maior que em regiões de conflito. E o Oriente Médio é que é perigoso?

Em sua coluna de hoje na Folha, Clóvis Rossi chama a atenção para o problema com a argúcia habitual e o misto de indignação e espanto que o tema desperta. No Brasil, lembra Rossi, “inexistem os fatores agravantes”, étnicos, geopolíticos e religiosos, de um conflito como o do Afeganistão, “exceto uma clivagem social obscena. Mas, se dizem que ela está diminuindo, como explicar que não diminua também a violência, se valesse a teoria de que a criminalidade é decorrência predominantemente de fatores sociais?”

Os números falam por si. Segundo um estudo do Instituto Sangari, os homicídios no Brasil tiveram aumento de 259% nos últimos 30 anos anos, apesar da ascensão econômica do país. Em 2010 foram 49,9 mil homicídios. Para efeito de comparação, é menos que em um ano e oito meses de guerra civil sangrenta na Síria, que já deixou cerca de 30 mil mortos.

O descalabro brasileiro supera em vítimas os piores conflitos somados. De acordo com o estudo, a média anual de mortes por homicídio no Brasil é maior que a de vítimas de enfrentamentos armados no mundo. Entre 2004 e 2007, 169,5 mil pessoas morreram nos 12 maiores conflitos mundiais. No Brasil, o número de mortes por homicídio no mesmo período foi 192,8 mil.

Já fui a quase todas as capitais do Oriente Médio e nunca senti a insegurança das grandes cidades  brasileiras. Em nenhum país da região os motoristas andam sempre de janelas fechadas, como no Brasil. Vidros escurecidos nos carros, uma horrenda moda no Brasil, são inexistenses. Carros blindados são coisa para chefes de Estado e chefões da máfia.

Cobri guerras e estive em situações perigosas, mas é outro tipo de insegurança. Mesmo nas guerras civis, como na Líbia e na Síria, a linha de frente é de alguma forma delimitada. No Brasil, o front é onipresente.

Alguns dias antes de eu deixar o Brasil, um relato de arrepiar foi publicado por Eliane Catanhêde em sua coluna na Folha. Uma perseguição em alta velocidade, bandidos armados fazendo cavalo de pau na madrugada de Brasília, ameaças, tudo para roubar o carro da jornalista. Coisa de cinema, até para quem mora num lugar que virou sinônimo mundial de violência, a faixa de Gaza.

Na minha última visita a Gaza, um amigo veio me contar, visivelmente impressionado, sobre um filme brasileiro que tinha acabado de ver. Me encheu de perguntas, estava chocado com o nível de violência e queria saber se era verdade ou ficção. O filme era Tropa de Elite.  Expliquei como pude, sem botar panos quentes. Contei que a situação melhorara no Rio com as UPPs e mencionei como curiosidade que um dos pontos mais violentos da cidade, no Complexo da Maré, tinha o apelido de faixa de Gaza. O amigo ficou indignado…

O jornalista local que me ajudou na produção das reportagens em Gaza, circulava com um reluzente Rolex no pulso, que garantia ser verdadeiro. No Brasil alguém tem coragem?

Jerusalém, o epicentro do conflito israelense-palestino, é hoje uma das cidades mais seguras que conheço. É possível andar na rua a qualquer hora sem medo de assalto. O mesmo em Beirute, famosa pela guerra civil e, no passado mais recente, pelos carros-bomba. No Cairo, onde a segurança piorou depois da revolução, com a debandada da polícia, ainda fico muito mais tranquilo caminhando pelas ruas de madrugada do que no Rio ou São Paulo.

 No Rio, onde todos me dizem que a situação melhorou, peguei um táxi na zona sul e o motorista não tinha troco para uma nota de R$ 50. A explicação: com medo de assalto, prefere não andar com muito dinheiro. A que ponto chegamos.

Não tenho nenhuma intenção de glorificar o Oriente Médio, uma região cheia de irracionalidade e violência sem sentido: tensões sectárias, intolerância religiosa, extremismos e divisões tribais. Disso estamos livres, felizmente.  Mas bem que eu gostaria de poder abrir a janela do carro quando estou no Rio ou em São Paulo.

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