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venerdì 18 maggio 2012

Mamma, voglio fare il senatore!


Ma io non capisco. C’è gente che muore di fame, c’è chi perde lavoro e si suicida, c’è chi froda il fisco o muore nell’attesa di essere curato in in ospedale, ma c’è anche tanta gente che non ha un cazzo da fare!

Capisco che l’obesità in America (e non solo) sia un problema e che la salute dei propri ragazzi sia qualcosa di serio. Ma dibattere per anni se la pizza margherita sia una verdura o no mi sembra proprio una grande cazzata!

Eh, sì mamma, io ho proprio sbagliato tutto nella vita!

Lite al Congresso Usa: la pizza è una verdura?

Diatriba sulla classificazione della Margherita nei pasti per le mense scolastiche. Per alcuni va considerata un vegetale

C’è una domanda, a prima vista senza senso, che sta facendo discutere molto i senatori al Congresso americano. La pizza, proprio quella con la "pummarola 'n coppa", può essere classificata come verdura? La questione è seria: se la risposta fosse sì, motivata dal fatto che sulla pasta viene spalmata una buona dose di passata di pomodoro, le mense d’America potrebbero servire pizza al posto di broccoli e insalata, ai loro ragazzi. Se invece vincesse il fronte del no, verrebbe assicurato un menu dal conto calorico un po’ inferiore, e più ricco di vitamine ai più giovani, segnando un bel punto a favore della lotta all’obesità infantile che tanto attanaglia le famiglie statunitensi.

UNA DIATRIBA LUNGA UN ANNO – Tutto iniziò nel 2011, quando, prima dell’inizio del nuovo anno scolastico, venne approvata una nuova legge, il National School Lunch Program, anche grazie all’intervento della first lady Michelle Obama: per aiutare il ministero dell’Agricoltura a promuovere le produzioni della terra e combattere il junk food tra i giovanissimi, cambiavano tutti i menu delle mense scolastiche, che avrebbero dovuto seguire nuovi dettami salutisti. Oltre a regole generiche su sale, bevande gasate, numero di volte in cui andavano preparati pasti troppo calorici, la legge diceva basta a pizza, patatine fritte e cibi troppo grassi, e dava invece via libera a verdure e legumi, attingendo anche al repertorio dei menu etnici per variare la proposta delle cucine. Ma questi cambiamenti causarono subito molto fumo e proteste da parte dei genitori e degli allievi, che boicottarono inizialmente i nuovi menu e si arrivò anche ad alcuni casi di “mercato nero” di patatine, bevande gasate, biscotti e merendine nei corridoi scolastici. I ragazzi insomma, non mangiavano più quel che trovavano nel loro vassoio del pranzo.

UNA SPERANZA LEGISLATIVA – Ora dalla parte dei piccoli contrari alla dieta a base di verdure ci sarebbe un escamotage legislativo. Se vincesse il fronte del sì, infatti, la pizza tornerebbe in grandi quantità sulle tavole scolastiche, al contrario di quanto accade ora (la pizza comunque non è stata eliminata dalla dieta scolastica, ma ridotta e la sua ricetta è stata alleggerita sul fronte dei grassi e del sale contenuto). Per argomentare la loro teoria, i senatori a favore ricordano un precedente pronunciamento in cui si dichiara che un ottavo di tazza di salsa di pomodoro ha gli stessi valori nutrizionali di mezza tazza di verdure. Questo basterebbe implicitamente a far passare la fetta di pizza dalla parte di carote e finocchi. Il fronte del no, guidato dal senatore repubblicano Jared Polis, chiede che tale paragone venga ufficialmente abolito e denuncia come sia stato studiato a favore delle aziende alimentari produttrici di pizza surgelata.

LO «SLICE ACT» - Per rendere la pizza più salutista, comunque, lo stesso senatore propone il cosiddetto SLICE Act, la legge della fettina di pizza (slice in questo caso significa fetta, ma è anche l’acronimo di School Lunch Improvements for Children’s Education). Qui, oltre a chiedere che la pizza da vegetale si ri-trasformi in quel che è (un pasto completo composto da proteine, grassi, carboidrati, vitamine), si propongono alternative salutiste ai pasti oggi serviti, con il chiaro intento di combattere l’obesità, di cui soffrirebbe, secondo le statistiche federali, il 17 per cento dei bambini americani tra i 2 e i 18 anni.

Eva Perasso
Fonte: Corriere della Sera

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