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martedì 27 settembre 2011

Un altro sguardo


Non è per mancanza di idee, ma è per cercare una visione “diversa” sul Brasile o sull’Italia che sto postando articoli trovati su quotidiani o riviste online. Diversa non nel senso “differente dalla mia”, perché a volte trovo persone che la pensano come me, ma diversa perché viene da un’altra persona, cioè un individuo con altre idee, altre esperienze, altri modi di vedere le cose. Anche perché ho capito che l’obiettività è una qualità che ben poche persone hanno, perché se provo a dire “Guarda che in Brasile questa cosa non va bene” vengo subito aggredito da qualcuno che afferma, convinto nella sua cieca obiettività, che mi sto sbagliando completamente. che non so quello che dico, che in Italia è peggio, ecc. ecc. E se provo a dire che “In Italia c’è qualcosa di buono” subito trovo qualcuno che inizia a parlare di mafia, di Berlusconi e di prostitute, come se in Brasile queste cose non esistessero, o come se in Italia ci fossero più di 60 milioni di Berlusconi. Ecco allora che vado cercare altre idee su questi argomenti da altre parti, come un naufrago alla ricerca della verità.

L’articolo di oggi l’ho trovato sulla Stampa ed è scritto da Mauro Villone, fotografo e operatore culturale, ideatore del progetto “Un Altro Sguardo”è fondatore e presidente dell’Associazione Gente della Città Nuova impegnata da oltre dieci anni nell’organizzazione di mostre e di eventi e nello sviluppo di progetti in ambito sociale e culturale.

Una fotografia sulla situazione sociale odierna del Brasile.

mauro villone
Il legame tra l’argomento che intendo trattare e la fotografia non è solo pretestuoso, ma anche plurimo. D’altra parte sono stato ben attento a suo tempo, quando aprii questo blog a far mettere dagli amici de la stampa.it che si parlava anche di relazioni interculturali. Mi trovo in Brasile e nell’ambiente delle favelas ci lavoro, anche con la fotografia, per realizzare foto d’arte, documentaristiche e per la didattica con bambini e ragazzi. Ma non basta. Un giornalista amico del grande fotografo brasiliano Rogerio Reis, col quale a nostra volta abbiamo un legame d’amicizia e di collaborazione, fu bruciato vivo diversi anni fa, come fanno qui di solito i narcotrafficanti con chi li infastidisce in qualche modo. Rogerio, sconvolto da quella che lui chiama a ragion veduta “barbarie”, dedicò al suo amico un’opera fotografica che oggi costituisce un’istallazione permanente alla Maison de la Photographie di Parigi. Si tratta di foto di fiamme retroilluminate e sistemate all’interno di copertoni d’auto. I condannati al rogo dai narcos vengono incastrati in copertoni di camion, cosparsi di benzina e arsi vivi. Altre volte i condannati vengono sepolti vivi o dati in pasto a maiali e coccodrilli. La vittima in questo caso era appunto un giornalista brasiliano che intendeva realizzare un’inchiesta sul narcotraffico. Ne avevo già parlato in questo spazio e, come si può evincere, su tale argomento non si può indagare, semplicemente perché, anziché “rischiare la vita”, si muore proprio, punto e basta. Parlarne però si può, anche se non è che sia troppo salutare, ma intendo raccontare quali legami sottili ci siano tra una situazione sociale e l’altra, magari apparentemente lontane.

La ONG Para Ti di Rio de Janeiro, della quale coordino diversi aspetti, si occupa di diverse cose, con particolare riferimento al sostegno a distanza di bambini e ragazzi dai 4 ai 20 anni. Tra bambini e ragazzi si tratta di circa 380 persone alle quali, tra volontari e collaboratori, se ne aggiungono altre 20. È una realtà entusiasmante, emotivamente molto coinvolgente e anche di grande responsabilità e spesso molto dura. Para Ti opera in una piccola favela di Rio dove vivono circa 3.000 anime. Una parte significativa del nostro lavoro è dedicato proprio alla comunicazione, interna ed esterna, ed è inevitabile dunque farsi un’idea piuttosto approfondita di quella che è la situazione globale con relative cause ed effetti.

Negli ultimi dieci anni la situazione socioeconomica del Brasile è cambiata radicalmente. Oggi è sempre più una realtà industriale e moderna, oltre che agricola, mineraria, produttrice di materie prime e, ancora in vaste aree, di sussistenza. Le favelas, che erano agglomerati di baracche di legno e lamiera, oggi sono diventate in gran parte di mattoni e cemento, ma si tratta sempre di comunità più o meno fatiscenti, sporche, povere di servizi e dove la gente vive ammassata in gran numero in spazi di pochi metri quadri. D’altra parte industriali e governo fanno sempre più affari d’oro con il petrolio e produzioni varie. Apparentemente lo sviluppo avanza. San Paolo, la più grande metropoli di tutto il sud America è la città con più elicotteri privati al mondo. Negli ambienti metropolitani e industriali lo sviluppo sembra reale e inarrestabile, ma in realtà, sul piano globale, le cose stanno ben diversamente. Il corto circuito tra il mondo dei ricchi e quello dei poveri è violento. Come quando un fronte d’aria calda e uno freddo si scontrano nell’atmosfera, avvitandosi uno nell’altro e generando quello che viene chiamato fronte occluso, la matrice di un ciclone, che spesso è devastante. Che in Brasile, come in altri paesi in via di sviluppo, quali ad esempio l’India e la Cina, convivono a pochi metri di distanza ville e centri commerciali lussuosi da una parte e baracche fatiscenti dall’altra lo sanno tutti. Quello che invece si sa molto meno è come in realtà si stia evolvendo la situazione. San Paolo, Rio e altre città brasiliane sono paurosamente violente. Assalti ed esecuzioni quotidiane non si contano. Le gang del narcotraffico, che nascono e prosperano nelle favelas, sono sempre più potenti e possono contare sull’appoggio di molti funzionari governativi e di polizia corrotti. Dispongono di armamenti militari e presidiano le favelas, controllate con la paura e la violenza. Non hanno nessuna difficoltà a reclutare continuamente nuova manodopera tra ragazzini e giovani attratti da guadagni facili e rapidi e, soprattutto, dal potere e dall’importanza immediata che possono assumere grazie al sostegno di gang che sono quasi come società segrete. Giovani e meno giovani, componenti di queste organizzazioni, spesso rifiutano totalmente il contatto con il mondo esterno, non parlando letteralmente con nessuno che sia fuori dal loro giro. I capi delle bande a volte non escono dalle loro favelas per tutta la loro (breve) vita. L’unico contatto col mondo istituzionale è violento, attraverso gli assalti ai cittadini comuni e gli scontri a fuoco con la polizia. In certe favelas i non trafficanti per accedervi sono costretti addirittura a pagare un biglietto di ingresso. I componenti delle bande sono reclutati giovanissimi con estrema facilità per le seguenti ragioni. Ragazzi e ragazzini, magari col padre in galera, vivono con la madre o i nonni e molti fratelli in spazi fatiscenti. Noi stessi abbiamo a che fare con famiglie costrette a dormire in dieci incastrati uno nell’altro in “stanze” luride di dieci metri quadri oppure a fare i turni per riposare. Un ragazzino, semiabbandonato a se stesso, per non cedere ai facili guadagni del narcotraffico può solo sperare in una volontà di ferro o in un miracolo. Quando non riesci ad andare a scuola, a trovare lavoro e nessuno ti vuole perché sei un poveraccio, magari di colore, la strada più facile per non impazzire o crepare di fame e ficcarsi nella cintura una 38 special e fare il pusher o il corriere della droga. Così avrai soldi, droga gratis e ascendente sulle donne, anche se una probabilità di “vita” media intorno ai 25 anni, visto che con ogni probabilità finirai i tuoi giorni con una pallottola nella schiena. La Prefeitura (che corrisponde al Comune in Italia) non ha idee migliori se non operazioni chiamate “choque de ordem” (Shock di ordine, ve lo lascio immaginare, i poliziotti hanno manganelli con l’anima in metallo di 80 cm) che finiscono sempre per abbattersi su pesci piccoli o poveracci che si arrabattano in strada per sopravvivere o “pacificazione”. La cosiddetta pacificazione ufficialmente significa in pratica che un presidio di polizia si installa nella favela, dopo aver cacciato i narcotrafficanti. In realtà si tratta spesso di un’operazione di facciata del tutto populista, dove le forze dell’ordine scendono a patti con le gang che fanno più o meno finta, in ultima analisi, di andare a spacciare altrove. In realtà non ci vuole niente perchè in una favela “pacificata” si ripristini, prima o poi una “boca de fumo” un luogo di spaccio dove spesso la coca si trova in bustine da 10, 20, 30 e 50 Reali, appesa a carrettini come le caramelle. Talvolta si trovano anche lke promozioni 3X2. In ogni caso la causa prima del narcotraffico, la dipendenza di fasce sempre più ampie di giovani di certo non diminuisce, ma aumenta continuamente e in pratica i luoghi di spaccio si trasferiscono semplicemente altrove. Di solito a Rio nella famigerata zona Norte, un’immensa terra di nessuno dove si sono addirittura sviluppate una sociologia e una antropologia diverse da quelle delle aree urbane più centrali. Ma non finisce qui. L’apparente “benessere” di quella che sembra essere un’emergente classe media è in realtà creato, almeno in parte, artificialmente. Il governo Lula ha sviluppato oltre misura quella che si chiama “bolsa familha” (borsa famiglia), un contributo dato a tutte le famiglie povere in base al numero dei figli. Inizialmente un aiuto concreto, poi diventato un’arma a doppio taglio. Con il risultato di molte coppie povere che fanno figli senza freno e accumulano i contributi poi utilizzati per bere o per sopravvivere senza lavorare. In questo modo l’artigianato tradizionale, fiore all’occhiello di un’economia povera ma dignitosa è stato minato alla base e non si trova più manodopera qualificata. A questo contributo se ne aggiungono altri, distribuiti con differenti criteri da stato a stato. Tutto questo a contribuito a creare un benessere fittizio, volto in pratica a trasformare quelli che prima erano poveri, ma con tradizioni, cultura e capacità artigianali, in consumatori sfaccendati, che affollano giganteschi centri commerciali e comprano auto e moto a rate con le quali possono ulteriormente consumare petrolio, di cui il Brasile è diventato grossissimo produttore.
I giovani che prima in qualche modo cercavano vie d’uscita oneste sono sempre più a rischio e sempre più attratti da consumi frivoli come tv, playstation, internet e snack poco salutari. Nelle zone agricole e provinciali, che fino a un po’ di tempo fa erano baluardi per la sopravvivenza di valori tradizionali, oggi sono penetrate capillarmente droghe sempre più devastanti, peggiori del crack, come la “merla” e la “noia”, miscele micidiali in grado di dare assuefazione dopo una sola assunzione. Non succede solo in Brasile, ma in tutto il mondo. Anche la prostituzione è sempre più diffusa.

Quello che chiamano sviluppo e che salta agli occhi nei parcheggi dei centri commerciali sottoforma di suv e auto nuove di zecca è in realtà una bolla di sapone che permette a ex poveri, che comprano da un pentolino a un frullatore e persino viaggi a rate, di sembrare anziché essere, strappati al loro ambiente che in passato almeno era ricco di solidarietà e tradizioni. Lo sviluppo vero, quello culturale, è in realtà totalmente assente o riservato ai ricchi che frequentano le costosissime scuole private, mentre quelle pubbliche sono di infima qualità.

Tutto sembra calcolato in modo da spezzare la vecchia cultura e gli antichi rapporti di solidarietà e amicizia, foraggiare solo i più inclini al consumo e distruggere i più poveri rendendoli schiavi della droga. Narcotraffico non solo di sostanze chimiche, ma anche come somministrazione di finto benessere, consumi superflui, programmi televisivi narcotizzanti di infimo ordine. Ma il governo brasiliano si preoccupa molto di sostenere gli industriali e a trovare casa e lavoro al terrorista Battisti e non ha nessuna preoccupazione per 7 milioni di bambini di strada. Solo iniziative no-profit private (spesso di italiani, bisogna dirlo) tolgono dalla strada migliaia di bambini senza alcun aiuto dalle Prefeiture, da San Luis fino a Rio le quali, anzi, mettono i bastoni tra le ruote, facendo le pulci su mille cose, senza farsi poi problemi quando mollano loro davanti al portone, un giorno si e uno no, gruppi di bambini nudi, affamati e abbandonati. Il loro obbiettivo è solo quello di creare una facciata rispettabile per nascondere il vero stato di cose ai milioni di visitatori attesi in vista dei mondiali di calcio del 2014, che avranno luogo in diverse città brasiliane e le Olimpiadi del 2016, che saranno localizzate a Rio. Un business che interesserà molto alcuni e che poi, come è accaduto anche a Torino con le Olimpiadi Invernali, ma in modo probabilmente più pesante, lascerà nient’altro che cattedrali nel deserto.

Molte ONG approfittano della situazione, ma molte altre per fortuna operano seriamente. Il problema è che basta abbassare la guardia solo un attimo perché una situazione precipiti e finisca in mano alla criminalità, che è potentissima e infiltrata a tutti i livelli, persino nelle stesse ONG. La criminalità stessa spesso, per ottenere consenso popolare, non lesina aiuti alimentari o di altro tipo ai più poveri. La città brasiliana di San Paolo, la più grande del sud america con oltre venti milioni di abitanti, qualche tempo fa fu tenuta in scacco dal PCC, un organizzazione ferocissima di narcotrafficanti e delinquenti, pilotata dai suoi leader detenuti in carceri di massima sicurezza. Nel giro di un fine settimana vennero portati a segno trecento attacchi con duecento morti tra la polizia penitenziaria e federale, centinaia di feriti, oltre sessanta autobus dati alle fiamme e il blocco totale dell’intera città, con la popolazione in preda al panico. Unica soluzione fu la mediazione, in galera, con i leader del movimento tramite la negoziazione di uno dei loro avvocati, tra l’altro una donna. In pratica si scese a patti ottenendo di fermare le violenze riconoscendo ufficialmente la loro prova di forza. Questo significa che la sensazione di avere le situazioni sotto controllo è una pia illusione. Non solo. Il narcotraffico e la criminalità prosperano sì perché possono contare su consenso popolare e su manodopera di poveri disperati, ma d’altra parte sono, oltre come già rilevato, essere infiltrati a tutti i livelli, possono contare su un mondo di ricchi, consumatori anch’essi di droga, per niente intenzionati a mollare i propri privilegi per equilibrare un minimo la situazione economica.

Sembra non ci siano vie d’uscita. L’unica soluzione probabilmente sarebbe quella di incoraggiare un vero sviluppo, basato su valori umani e profondi, che portasse non allo sviluppo del maledetto PIL, che poi non è altro che il culto del dio denaro, ma a ben altro. Non solo in Brasile, ma in tutto il mondo. Occorrerebbe prendere coscienza del fatto che ciò che chiamiamo “sviluppo” non è, o non dovrebbe essere, la crescita di centri commerciali sempre più mastodontici e la trasformazione di cittadini in meri consumatori, illudendoli invece di essere sempre più liberi. Un vero sviluppo dovrebbe partire da una riforma psicospirituale che portasse all’evolversi di una coscienza volta ad assaporare quello che c’è già di magnifico nella nostra esistenza quotidiana. Paradossalmente si tratta di un problema “culturale”, mentre la cultura è proprio la prima delle voci ad essere tagliata fuori dai budget governativi e amministrativi. Ci sarebbe da ridere se non fosse una tragedia. Il Brasile, come l’Italia e molti altri posti del mondo, è un luogo ancora meraviglioso, popolato da gente meravigliosa, ma occorrerebbe fare al più presto una drammatica retromarcia. Altro che centri commerciali e fredda tecnologia oltre misura, che fanno diventare le scenografie e l’ambiente sempre più uguali dappertutto, come dimostrano le periferie identiche di tutte le città del mondo. Togliere anziché aggiungere, per arrivare a ciò che è stato recentemente designato come BIL, il Benessere Interno Lordo. Siamo lontani.

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