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lunedì 20 giugno 2011


Io so che è un argomento “trito e ritrito”, ma ogni giorno trovo notizie o spunti per parlare sulla Sanità in Brasile. Io ne avevo parlato quasi fin dall’inizio del mio arrivo in questo Paese, dato che purtroppo ho dovuto utilizzarla fin dal primo giorno. Ecco allora che ne parlo qui, ecco che mostro un video tratto da una trasmissione della Globo che tratta appunto sulla Sanità Pubblica e ogni volta che mi chiedono come funziona la Sanità qui in Brasile io non posso fare a meno di parlare delle mie esperienze negative su questa istituzione. Bene, in questi giorni qui a Sorocaba non si fa altro che parlare di uno scandalo avvenuto proprio in questa circoscrizione e che colpisce, indovinate cosa, la Salute Pubblica. Ma andiamo a vedere di cosa si tratta.

Il Grupo de Atuação Especial de Combate ao Crime Organizado (GAECO), un organo del Ministero della Giustizia, ha investigato e alla fine ha messo fine a una truffa compiuta da medici e amministratori del Conjunto Hospitalar de Sorocaba, in pratica l’Ospedale Regional, lo stesso ospedale dove, nel novembre scorso, molti, se non tutti, i malati di cancro, invece di ricevere le cure necessarie, venivano mandati a casa perché le loro cartelle personali erano dentro in un armadio e… questo armadio era rotto e non si apriva! Se non ci credete leggete qui. Sempre nello stesso ospedale, pochi giorni fa, le ambulanze non potevano venire usate perché le lettighe e le barelle in loro dotazione erano adoperate dall’ospedale per i pazienti (presumo per la mancanza di letti). Bene, in questo ospedale i medici cosa facevano? Invece di curare e assistere i numerosi pazienti (chi è andato almeno una volta in un ospedale pubblico sa la gente che c’è) loro “timbravano il cartellino”, ma invece di restare nel loro posto e fare il proprio turno, andavano a fare altro. Chi andava a lavorare in un altro ospedale, chi assistiva i pazienti nell studio privato, chi curava l’orto, ecc. Questa situazione è andata avanti per molti anni. Alcuni medici, avendo, per così dire,  più spirito lavorativo, in qualche modo dimostravano di fare più turni nello stesso giorno, arrivando a guadagnare circa 15.000 reais al mese! Questo grazie ovviamente all’aiuto di amici e amministratori dell’ambiente ospedaliero, tra cui anche il Segretario di Esporte, Lazer e Juventude che si è dimesso quando fu fatto il suo nome.

Ora, prima che lo dica qualcuno, posso affermare che queste cose purtroppo succedono anche in Italia, specialmente al Sud (infatti le ultime notizie sui medici assenteisti riguardano Napoli, Brindisi e Lecce), quindi non me la sento di giudicare i fatti di Sorocaba. Il problema è che qui fanno le cose in grande, senza avere il minimo rimorso per tutti i pazienti che hanno bisogno di cure. Infatti, mentre in Italia i medici accusati di assenteismo risultavano mancare ai loro doveri per qualche ora al giorno, qui timbrano e poi spariscono senza farsi vedere per tutto il giorno. Ecco allora spiegato il motivo di tutta quella assenza di medici e di tutto quel tempo per ottenere una consulta. Ora speriamo che, grazie a questo intervento della GAECO le cose miglioreranno.

Giusto per finire in bellezza, sapete l’ultima di questo Ospedale? Due giorni fa, mentre erano in corso tutti questi avvenimenti, una anziana donna di 85 anni, che aspettava all’esterno dell’ospedale per fare una visita dal medico, si è sentita male, sembra a causa della pressione bassa, e per due volte è svenuta. Le persone che erano lì vicino l’hanno in qualche modo aiutata facendola prima sedere, poi sdraiare per terra. Quindi, rendetevi conto, davanti alla porta dell’ospedale una persona si sente male, ok? Una donna entra allora di corsa nella reception chiedendo aiuto ai vari funzionari, per fare in modo che qualche medico o infermiere venga ad aiutare questa povera donna anziana. Sapete cosa hanno risposto questi valenti funzionari dell’ospedale? Hanno detto alla donna di chiamare il 192, il Pronto Intervento! Giuro! Sembra una barzelletta ma purtroppo non lo è! Una persona si sente male fuori dalla porta dell’ospedale e loro invece di aiutarla dicono di chiamare il Pronto Intervento! E poi se parlo male di qualcosa qualcuno si arrabbia! Per fortuna, dopo solo 15 minuti, grazie anche a tutti i giornalisti che erano là fuori, viene finalmente un medico per vistare questa povera donna, visita che viene fatta ovviamente fuori dall’ospedale con la donna sdraiata per terra. 15 minuti per essere attesa d’urgenza fuori dall’ospedale. Se era un problema di cuore quella donna era già morta. Per fortuna ora sta meglio.

Per finire, qualcuno ovviamente dirà che non tutta la Sanità del Brasile è così, che in quella determinata città o in quella determinata occasione si è stati trattati bene. E io sono convinto che sia vero questo. Ci sarà sicuramente qualche città felice dove la Sanità Pubblica funziona bene, ma sono convinto che siano ben poche queste isole sanitarie felici e che la maggior parte delle strutture mediche siano pressoché intollerabili in un Paese che si vanta di essere la quinta potenza economica del mondo.



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venerdì 17 giugno 2011


Dopo un post sulle modelle, uno sul razzismo e un altro sul preconcetto, ecco che trovo un nuovo articolo sul Corriere della Sera che parla proprio di questi argomenti. Interessante. Vuoi vedere che qualcosa di quello che scrivo è vero?

«Troppe top model bianche» 

Polemica alle sfilate di San Paolo

 Un gruppo di attivisti chiede l’introduzione in passerella di una «quota obbligatoria black» del 20%

MILANO - Troppo bianche le passerelle della settimana della moda di San Paolo, evento clou del brasilian-style. Ma in questo caso il riferimento non è al colore degli abiti, quanto piuttosto a quello delle modelle, visto l’esiguo numero di bellezze indigene e afro-brasiliane ingaggiate per le sfilate. Da qui la protesta di un gruppo di attivisti, capitanati da Frei Davi Santos, che accusa il mondo della moda di «europacentrismo» e chiede l’introduzione di una «quota obbligatoria black» del 20%, dopo il fallimento della «quota volontaria» del 10%, introdotta in seguito all’indagine della procura di San Paolo del 2008 che aveva stabilito che delle 1.128 modelle ingaggiate per la settimana della moda, solo 28 erano di colore.



«MODA ROCCAFORTE EUROCENTRICA» - «Non possiamo tollerare che il mondo della moda insista nell’essere una roccaforte eurocentrica – ha detto l’attivista brasiliana al Guardian – perché in questo modo, durante la settimana della moda di San Paolo, vendiamo l’immagine di un Brasile "svizzero", dove tutti sono bianchi e con gli occhi azzurri, ma questo non è assolutamente vero. Stando, infatti, ai dati dell’ultimo censimento, il 50,8% della popolazione brasiliana è nera ed è proprio questa caratteristica che meglio rappresenta la bellezza della nostra nazione, ma gli organizzatori sembrano dimenticarlo e continuano ad enfatizzare il lato europeo, discriminando le popolazioni indigene e afrobrasiliane. Non vogliamo delle passerelle che siano uguali a quelle svizzere o inglesi».

MANCANO LE BELLEZZE DA PASSERELLA - In realtà, sarebbero però proprio i clienti a rifiutare la combinazione «modelle nere-vestiti di lusso«, trovandola assolutamente stridente, come ha sottolineato Vivian Whiteman, fashion editor del quotidiano Folha de São Paulo. E le sue considerazioni hanno trovato l’appoggio di Bruno Soares, uno dei booker di origini afro-brasiliane più quotati della settimana della moda di San Paolo (il booker è colui che propone e vende le prestazioni delle modelle ai clienti, ndr). «La mancanza di diversità sulle passerelle è il risultato di leggi crudeli imposte dal mercato – ha detto Soares -. Storicamente, la popolazione nera del Brasile è povera e pertanto non può essere vista come un consumatrice per il mondo della moda e questo si riflette anche nei casting delle modelle». Ma a quanto pare mancherebbero proprio le bellezze da passerella: a dirlo è lo stilista Oskar Metsavaht, direttore creativo di Osklen. «Speravo di fare una sfilata di sole modelle di colore per la mia collezione estiva Royal Black, ispirata alla tradizione africana del Brasile (qui il resoconto della sfilata sulla stampa brasiliana), ma non mi è stato possibile ingaggiare un numero sufficiente di top model di colore. Ho chiesto aiuto a tutti, ma non c’erano abbastanza professioniste con esperienza da poter far sfilare».
Simona Marchetti
17 giugno 2011

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venerdì 10 giugno 2011


In questi giorni, sia in Italia che in Brasile, non si fa altro che parlare di Cesare Battisti e della sua “liberazione”. Ora è, a tutti gli effetti, un uomo libero e tra breve avrà anche il suo bel visto permanente, sicuramente ottenuto con meno fatica di me e di altri stranieri in Brasile (basta avere i soldi per un buon avvocato), così diventerà a tutti gli effetti un libero cittadino. Non sta a me decidere se tutto ciò sia giusto o meno, non ho le competenze adatte per giudicare la decisione del governo brasiliano. E’ ovvio però che riesco a capire i risentimenti dei familiari delle vittime degli attentati compiuti da Battisti (non dimentichiamo che in Italia è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di quattro persone). E anche se si parla di boicottaggio verso il Brasile, anche se qualche politico della Lega ha proposto di rifiutare la cittadinanza italiana ai discendenti italiani brasiliani, o di boicottare i Mondiali di Calcio del 2014, anche se qualcuno dice “Evitate quest’anno di andare in vacanza in Brasile” e cose di questo genere, penso che alla fine la logica e il buon senso faranno da padroni. Il Brasile e l’Italia hanno rapporti economici di altissimo livello, e ci sono in ballo troppi soldi, sia da parte del Brasile che dell’Italia, per rinnegare tutti i vincoli che abbiamo. Non dimentichiamo che tantissime aziende italiane qui in Brasile hanno succursali e partecipazioni tali che qualunque dimostranza avrebbe conseguenze negative sull’economia dei due Paesi. E parlo di aziende come la Fiat, la Pirelli, la Tim, la Eni, la Telespazio, la Barilla e centinaia di altre.

Quindi, a mio avviso, il problema maggiore che corre il Brasile è un altro, e cioè che può rischiare di perdere in credibilità, in serietà. Dopo questa vicenda qualcuno potrebbe pensare che uno nella vita può fare quello che vuole, perché tanto, se le cose vanno male, può sempre scappare in Brasile dove alla fine verrà accolto come un cittadino qualunque. Perché forse non tutti sanno che il caso Battisti non è isolato. Già in passato ci sono state fughe di criminali italiani, criminali che hanno trovato in questo Paese una seconda Patria. Non ci credete? Forse non tutti conosco il CARP, cioè il Comité de Assistencia aos Refugiados Politico, una organizzazione che da sempre offre appoggio legale, logistico, assistenziale, ai nostri terroristi latitanti in Brasile (tra le altre curiosità il simbolo di tale organizzazione è una stella a cinque punte, anche se arancione invece che rossa). Bene… il CARP (che tra le altre cose hanno scritto che “As prisões da Itália parecem até as das ditaduras latino-americanas dos anos 60-70”. Mi sembra un po’ esagerata come affermazione. Forse non avremo le prigioni come in Islanda, dove a quanto dicono sono le migliori in Europa, ma paragonarle a quelle sudamericane di quel periodo mi sembra proprio azzardato) ha difeso e aiutato Luciano Pessina, esponente di punta di Prima linea, 12 anni e 4 mesi da scontare in Italia per rapina, furto, banda armata, resistenza a pubblico ufficiale, detenzione e porto illegale di armi. Ora Pessina ha un ristorante al 40 di Rua Paul Redfern nel cuore pulsante di Ipanema, e tra i suoi clienti particolari c’è anche Luiz Inacio Lula da Silva, l’ex-presidente del Brasile. Sempre il CARP ha difeso Antonio Mancini, membro storico della Banda della Magliana, condannato a 28 anni di reclusione con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Sisto Nardocchi. Stessa cosa con con il mostro di Primavalle, Achille Lollo, condannato a 18 anni di reclusione per l’incendio dell'appartamento di Mario Mattei, all’epoca segretario della sezione di Primavalle del MSI. Le fiamme si propagarono a tutto l'appartamento e nel rogo morirono Stefano, 10 anni, e Virgilio Mattei, 22 anni, figli del segretario. Ora vive a Rio de Janeiro dal 1986. Ha quattro figli brasiliani e lavora come giornalista e editore di tre riviste politiche della sinistra brasiliana. É capitato anche con Pasquale Valitutti, l’anarchico testimone del caso Calabresi, inseguito da una condanna per il tentato sequestro dell’armatore livornese Tito Neri. Valitutti aveva precedenti per partecipazione a banda armata con la sigla eversiva Azione Rivoluzionaria. Fu acciuffato il 15 luglio ’93 a Curitiba. Oppure Carlo Pagani, ex Autonomia operaia, oggi professore di restauro a Petropolis, RJ. E potremmo continuare ancora. Senza peraltro parlare di tutti quei criminali nazisti che, in qualche modo, hanno avuto una seconda vita in Sudamerica.

Ecco qual è allora per me il pericolo maggiore di questa faccenda. Con tutte queste persone che, in qualche modo, hanno avuto problemi con la Giustizia italiana ma che hanno trovato un accogliente rifugio in Brasile, la serietà di questo Paese, se così possiamo dire, è certamente compromessa.

Quindi come vedete il caso di Cesare Battisti non è certamente così eclatante o particolare come vogliono farci credere. Cesare Battisti è uno dei tanti che si sono semplicemente trasferiti in Brasile, e non sarà certamente l’ultimo.
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mercoledì 8 giugno 2011


“Nessun individuo potrà essere sottoposto a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti.”

Art. 5 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948

Ci sono cose che fanno paura. Cose che sembrano uscire da un film dell’orrore ma che invece fanno parte della vita reale di tutti i giorni.

Da quando sono in questo Paese, mi piace osservare e confrontare tutte le diversità che trovo, a volte dimostrando la mia ignoranza e altre ponendo seri dubbi su quanto sia più o meno giusto comportarsi e agire in un determinato modo. Ma nello stesso tempo mi piace imparare e conoscere il Paese che mi sta ospitando, perché penso che conoscendo la storia si possa conoscere anche meglio le persone. Ecco allora che, oltre a parlare di cibo o chinelos, mi piace scrivere qualcosa sui brasiliani che hanno partecipato alla Seconda Guerra Mondiale in Italia (1), oppure su quella parte nascosta del razzismo verso i neri (2). Quindi quando mi sono imbattuto in un articolo che parlava proprio della dittatura in Brasile non ho potuto resistere.

Per la maggior parte delle persone, quando si pensa alle carceri brutali e ai sistemi di tortura nell’era moderna, vengono in mente alcune nazioni dell’Africa o del Medio Oriente, oppure nazioni dell’America del Sud come Argentina e Cile. Ma ci dimentichiamo che qui in Brasile c’è stato uno dei più terribili sistemi di detenzione del mondo. Quello che succedeva nelle carceri brasiliane durante il sanguinario periodo della dittatura, che va dal 1964 al 1984, è così terribile che poche persone riescono a parlarne, e l’uso della tortura che praticavano poteva fare invidia alla Inquisizione spagnola. E tutti, in qualche modo, vogliono dimenticare quei venti anni terribili di sofferenze. Quante persone siano state imprigionate durante quegli anni penso che sia impossibile dirlo, come sia impossibile dare un numero esatto ai “desaparecidos” brasiliani, tra cui bambini, giovani e donne, che in quel periodo svanirono come per magia senza che nessuno potesse avere loro notizie.

Grazie a Dio quei momenti sono passati, ma il ricordo qui è ancora nella memoria di molti brasiliani, perlomeno di tutti quelli che hanno vissuto quegli anni. Sono cose anche facili da ricordare dato che non è passato molto tempo dalla fine della dittatura, e questo a mio avviso spiega il motivo per cui, ancora adesso, molti brasiliani nutrono un po’ di timore verso la Polizia e le autorità in genere.

Questi sono documenti processuali raccolti da DHnet Rede Direitos Humanos e Cultura. Non hanno bisogno di traduzione. E’ molto chiaro quello che c’è scritto, anche per chi non domina la lingua portoghese. Per non dimenticare quel periodo e tutte quelle atrocità commesse alla luce del sole.


Em vinte anos de Regime Militar, este princípio foi ignorado pelas autoridades brasileiras. A pesquisa revelou quase uma cente­na de modos diferentes de tortura, mediante agressão física, pressão psicológica e utilização dos mais variados instrumentos, aplicados aos presos políticos brasileiros. A documentação processual recolhida revela com riqueza de detalhes essa ação criminosa exercida sob auspício do Estado. Os depoimentos aqui parcialmente transcritos demonstram os principais modos e instrumentos de tortura adota­dos pela repressão no Brasil.

O “pau-de-arara”
(...) O pau-de-arara consiste numa barra de ferro que e atravessada entre os punhos amarrados e a dobra do joelho, sendo o “conjunto” colocado entre duas mesas, ficando o cor­po do torturado pendurado a cerca de 20 ou 30 cm. do solo. Este método quase nunca é utilizado isoladamente, seus “com­plementos” normais são eletrochoques, a palmatória e o afo­gamento. (...)

(...) que o pau-de-arara era uma estrutura metálica, desmon­tável, (...) que era constituído de dois triângulos de tubo gal­vanizado em que um dos vértices possuía duas meias-luas em que eram apoiados e que, por sua vez, era introduzida debaixo de seus joelhos e entre as suas mãos que eram amarradas e levadas até os joelhos; (...).

O choque elétrico
(...) O eletrochoque é dado por um telefone de campanha do Exército que possuía dois fios longos que são ligados ao cor­po, normalmente nas partes sexuais, além dos ouvidos, dentes, língua e dedos. (...)

(...) que foi conduzido às dependências do DOI-CODI, onde foi torturado nu, após tomar um banho pendurado no pau-de-arara, onde recebeu choques elétricos, através de um magneto, em seus órgãos genitais e por todo o corpo, (...) foi-lhe amarrado um dos terminais do magneto num dedo de seu pé e no seu pênis, onde recebeu descargas sucessivas, a ponto de cair no chão, (...)

A “pimentinha” e dobradores de tensão
(...) havia uma máquina chamada “pimentinha”, na lingua­gem dos torturadores, a qual era constituída de uma caixa de madeira; que no seu interior tinha um ímã permanente, no campo do qual girava um rotor combinado, de cujos termi­nais uma escova recolhia corrente elétrica que era conduzida através de fios que iam dar nos terminais que já descreveu; que essa máquina dava uma voltagem em torno de 100 volts e de grande corrente, ou seja, em torno de 10 amperes; que detalha essa máquina porque sabe que ela é a base do princí­pio fundamental: do princípio de geração de eletricidade; que essa máquina era extremamente perigosa porque a corrente elétrica aumentava em função da velocidade que se imprimia ao rotor através de uma manivela; que, em seguida, essa má­quina era aplicada com uma velocidade muito rápida a uma parada repentina e com um giro no sentido contrário, crian­do assim uma força contra eletromotriz que elevava a voltagem dos terminais em seu dobro da voltagem inicial da máquina; (...)

(...) um magneto cuja característica era produzir eletricida­de de baixa voltagem e alta amperagem; que, essa máquina por estar condicionada em uma caixa vermelha recebia a de­nominação de “pimentínha”; (...)

(...) que existiam duas outras máquinas que são conhecidas, na linguagem técnica da eletrônica, como dobradores de ten­são, ou seja, a partir da alimentação de um circuito eletrônico por simples pilhas de rádio se pode conseguir voltagem de 500 ou 1000 volts, mas, com correntes elétricas pequenas, co­mo ocorreu nos cinescópios de televisão, nas bobinas de carro; que essas máquinas possuíam três botões que correspondiam a três seções, fraca, média e forte, que eram acionadas indi­vidual ou em grupo, o que, nesta dada hipótese, somavam as voltagens das três seções; (...)

(...) dobradores de tensão alimentados à pilha, que, ao con­trário do magneto, produzem eletricidade de alta voltagem e baixa amperagem, como as dos cinescópios de TVs; que, esta máquina produzia faísca que queimava a pele e provocava choques violentos; (...)

O “afogamento”
(...) O afogamento é um dos “complementos” do pau-de-arara. Um pequeno tubo de borracha é introduzido na boca do torturado e passa a lançar água. (...)

(...), e teve introduzido em suas narinas, na boca, uma man­gueira de água corrente, a qual era obrigado a respirar cada vez que recebia uma descarga de choques elétricos; (...)

(...) afogamento por meio de uma toalha molhada na boca que constituí: quando já se está quase sem respirar, recebe um jato d’água nas narinas; (...)“

A “cadeira do dragão”, de São Paulo
(...) sentou-se numa cadeira conhecida como cadeira do dra­gão, que é uma cadeira extremamente pesada, cujo assento é de zinco, e que na parte posterior tem uma proeminência para ser introduzido um dos terminais da máquina de cho­que chamado magneto; que, além disso, a cadeira apresenta­va uma travessa de madeira que empurrava as suas pernas para trás, de modo que a cada espasmo de descarga as suas pernas batessem na travessa citada, provocando ferimentos profundos; (...)

(...); também recebeu choques elétricos, cadeira do “dragão” que é uma cadeira elétrica de alumínio, tudo isso visando ob­tenção de suas declarações. (...)

(...) Despida brutalmente pelos policiais, fui sentada na “ca­deira do dragão”, sobre uma placa metálica, pés e mãos amarrados, fios elétricos ligados ao corpo tocando língua, ou­vidos, olhos, pulsos, seios e órgãos genitais. (...).

A “cadeira do dragão”, do Rio
(...) o interrogado foi obrigado a se sentar em uma cadeira, tipo barbeiro, à qual foi amarrado com correias revestidas de espumas, além de outras placas de espuma que cobriam seu corpo; que amarraram seus dedos com fios elétricos, dedos dos pés e mãos, iniciando-se, também, então uma série de choques elétricos; que, ao mesmo tempo, outro torturador com um bastão elétrico dava choques entre as pernas e pênis do interrogado;

(...) uma cadeira de madeira pesada com braços cobertos de zinco ou flandres, onde havia uma travessa que era utilizada para empurrar para trás as pernas dos torturados; (...).

A “geladeira”
(...) que por cinco dias foi metida numa “geladeira” na po­lícia do Exército, da Barão de Mesquita, (...)

(...) que foi colocado nu em um ambiente de temperatura baixíssima e dimensões reduzidas, onde permaneceu a maior parte dos dias que lá esteve; que nesse mesmo local havia um excesso de sons que pareciam sair do teto, muito es­tridentes, dando a impressão de que os ouvidos iriam arreben­tar; () 18

(...) que, sendo, de novo, encapuzado, foi levado para um lo­cal totalmente fechado cujas paredes eram revestidas de eucatex preto, cuja temperatura era extremamente baixa; (...) que, naquela sala ouvia sons estridentes, ensurdecedores, capaz até de produzir a loucura; (...)

(...) conduzido para uma pequena sala de aproximadamente dois metros por dois metros, sem janelas, com paredes es­pessas, revestidas de fórmica e com um pequeno visor de vi­dro escuro em uma das paredes; (...) a partir desse instante, somente podia ouvir vozes que surgiam de alto falantes insta­lados no teto, e que passou a ser xingado por uma sucessão de palavras de baixo calão, gritadas por várias vozes diferen­tes, simultâneas; que, imediatamente, passou a protestar tam­bém em altos brados contra o tratamento inadmissível de que estava sendo vítima e que todos se calaram e as vozes foram substituídas por ruídos eletrônicos tão fortes e tão intensos que não escutou mais a própria voz; (..) que havia instan­tes que os ruídos eletrônicos eram interrompidos e que as paredes do cubículo eram batidas com muita intensidade du­rante muito tempo por algo semelhante a martelo ou tamanco e que em outras ocasiões o sistema de ar era desligado e permanecia assim durante muito tempo, tornando a atmosfera penosa, passando então a respirar lentamente; (...)

(...) que inúmeras foram as vezes em que foi jogado a um cubículo que denominavam de “geladeira”, que tinha as se­guintes características: sua porta era do tipo frigorífico, me­dindo cerca de 2 metros por um metro e meio; suas paredes eram todas pintadas de preto, possuindo uma abertura gra­deada ligada a um sistema de ar frio; que, no teto dessa sala, existia uma lâmpada fortíssima; que, ao ser fechada a porta ligavam produtores de ruídos cujo som variava do barulho de uma turbina de avião a uma estridente sirene de Fábri­ca; (...)

Algo semelhante à “geladeira” da Polícia do Exército, à rua Ba­rão de Mesquita, na Tijuca, Rio, era a cabine do CENIMAR, na mesma cidade:

(...) colocado em uma Cabine, local absolutamente escuro, assemelhado a uma cela surda; que, no mencionado local ha­via um como sistema elétrico que reproduzia sons dos mais diversos, lembrando sirenes, ruídos semelhantes a bombar­deios, etc., tudo isto, com períodos intercalados de absoluto si­lêncio; (...)
(...) havia também, em seu cubículo, a lhe fazer companhia, uma jibóia de nome “MIRIAM”; (...)

(...) que lá na P. Ex. existe uma cobra de cerca de dois me­tros a qual foi colocada junto com o acusado em urna sala de dois metros por duas noites; (...)

(...) que, ao retornar à sala de torturas, foi colocada no chão com um jacaré sobre seu corpo nu; (...)
(...) que apesar de estar grávida na ocasião e disto ter ciên­cia os seus torturadores (...) ficou vários dias sem qual­quer alimentação;

(...) que as pessoas que procediam os interrogatórios, solta­vam cães e cobras para cima da interrogada; (...)

(...) que foi transferida para o DOI da P. Ex. da B. Mesqui­ta, onde foi submetida a torturas com choque, drogas, seví­cias sexuais, exposição de cobras e baratas; que essas torturas eram efetuadas pelos próprios Oficiais; (...)

(...) a interroganda quer ainda declarar que durante a pri­meira fase do interrogatório foram colocadas baratas sobre o seu corpo, e introduzida uma no seu ânus. (...)

Produtos químicos
(...) que levou ainda um soro de Pentatotal, substância que faz a pessoa falar, em estado de sonolência; (...)

(...) havendo, inclusive, sido jogada uma substância em seu rosto que entende ser ácido que a fez inchar; (...)

(...) torturas constantes de choques elétricos em várias par­tes do corpo, inclusive, nos órgãos genitais e injeção de éter, inclusive com borrifos nos olhos, (...) que de 14 para 15 to­mou uma injeção de soro da verdade “pentotal”; (...)

Lesões físicas
(..) que em determinada oportunidade foi-lhe introduzido no ânus pelas autoridades policiais um objeto parecido com um limpador de garrafas; que em outra oportunidade essas mes­mas autoridades determinaram que o interrogado permaneces­se em pé sobre latas, posição em que vez por outra recebia além de murros, queimaduras de cigarros; que a isto as auto­ridades davam o nome de Viet Nan; que o interrogado mos­trou a este Conselho uma marca a altura do abdômem como tendo sido lesão que fora produzida pelas autoridades policiais (gilete); (...)

(...) o interrogado sofreu espancamento com um cassetete de alumínio nas nádegas, até deixá-lo, naquele local, em carne viva, (...) o colocaram sobre duas latas abertas, que se re­corda bem, eram de massa de tomates, para que ali se equi­librasse, descalço, e, toda vez em que ia perdendo o equilíbrio acionavam uma máquina que produzia choque elétricos, o que obrigava ao interrogado à recuperação do equilíbrio; (...) Amarraram-no numa forquilha com as mãos para trás e começaram a bater em todo corpo e colocaram-no, durante duas horas, em pé com os pés em cima de duas latas de leite condensado e dois tições de fogo debaixo dos pés. (...)

(..) obrigaram o acusado a colocar os testículos espaldados na cadeira; que Miranda e o Escrivão Holanda com a palma­tória procuravam acertar os testículos do interrogado; (...) o acusado sofreu o castigo chamado “telefone”, que consiste em tapas dados nos dois ouvidos ao mesmo tempo sem que a pes­soa esteja esperando; que, em virtude deste castigo, o acusado passou uma série de dias sem estar ouvindo; que três dias após o acusado ao limpar o ouvido notou que este havia san­grado; (...)
(..) foi o interrogado tirado do hospital, tendo sido nova­mente pendurado em uma grade, com os braços para cima, tendo sido lhe arrancada sua perna mecânica, colocado um capuz na cabeça, amarrado seu pênis com uma corda, para impedir a urina; 

(...) Que, ao chegar o interrogado à sala de investigações, foi mandado amarrar seus testículos, tendo sido arrastado pelo meio da sala e pendurado para cima, amarrado pelos testículos; (...).

Outros modos e instrumentos de tortura
(...) A palmatória é uma borracha grossa, sustentada por um cabo de madeira, 

(...) O enforcamento é efetuado por uma pequena corda que, amarrada ao pescoço da vitima, su­foca-a progressivamente, até o desfalecimento. (. . .)

(...) que passou dois dias nesta sala de torturas sem comer, sem beber, recebendo sal em seus olhos, boca e em todo o corpo, de modo que aumentasse a condutividade de seu cor­po; (...)

(...) que a estica a que se referiu, como um dos instru­mentos de tortura, é composta de dois blocos de cimento re­tangulares, como argolas às quais são prendidas as mãos e os pés das pessoas ali colocadas com pulseiras de ferro, onde o interrogando foi colocado e onde sofreu espancamen­tos durante vários dias, ou seja, de 12 de maio a 17 do mes­mo mês; (...)

(...) As torturas psicológicas eram intercaladas com choques elétricos e uma postura que chamavam de “Jesus Cristo”: despido, em pé, os braços esticados para cima e amarrados numa travessa. Era para desarticular a musculatura e os rins, explicavam. (...)

(...) continuaram a torturá-lo com processos desumanos, tais como: posição Cristo Redentor, com quatro volumes de catá­logo telefônico em cada mão, e na ponta dos pés, nu, com pancadas no estômago e no peito, obrigando-o a erguer-se no­vamente.

(...) que várias vezes seguidas procederam à imersão da ca­beça do interrogando, a boca aberta, num tambor de gasoli­na cheio d’água, conhecida essa modalidade como “banho chinês;

(...) “Tortura chinesa” era também o nome utilizado pelos agentes do DOI-CODI de São Paulo para designar o tipo de suplício a que foi submetido outro preso político, já no final de 1976:

(...) Com a aplicação destas descargas elétricas, meu corpo se contraia violentamente. Por inúmeras vezes a cadeira caiu no chão e eu bati com a cabeça na parede. As contrações pro­vocavam um constante e forte atrito com a cadeira, causa dos hematomas e das feridas constatadas em meu corpo pelo laudo médico. Não contentes com este tipo de torturas, meus algozes resolveram submeter-me ao que chamavam “tor­tura chinesa”. Deitaram-me nu e encapuzado num colchão, amarraram minhas pernas e braços e prendiam estes ao meu pescoço. Para não deixarem marcas dos choques, colocaram pequenas tiras de gase nos meus dedos do pé. Molharam meu corpo com água, por várias vezes, para que a descarga elétrica tivesse maior efeito. Os choques se sucederam até o fim do dia (...) Durante as descargas elétricas, os tortura­dores faziam galhofa com a minha situação de saúde, afir­mando que os choques iriam fazer-me louco ou curar a minha epilepsia (...)

Tortura em crianças, mulheres e gestantes
A tortura foi indiscriminadamente aplicada no Brasil, indiferente a idade, sexo ou situação moral, física e psicológica em que se en­contravam as pessoas suspeitas de atividades subversivas. Não se tratava apenas de produzir, no corpo da vítima, uma dor que a fizesse entrar em conflito com o próprio espírito e pronunciar o discurso que, ao favorecer o desempenho do sistema repressivo, sig­nificasse sua sentença condenatória. Justificada pela urgência de se obter informações, a tortura visava imprimir à vítima a destruição moral pela ruptura dos limites emocionais que se assentam sobre relações efetivas de parentesco. Assim, crianças foram sacrificadas diante dos pais, mulheres grávidas tiveram seus filhos abortados, esposas sofreram para incriminar seus maridos.

Menores torturados
Ao depor como testemunha informante na Justiça Militar do Ceará, a camponesa Maria José de Souza Barros, de Japuara, con­tou, em 1973:

(...) e ainda levaram seu filho para o mato, judiaram com o mesmo, com a finalidade de dar conta de seu marido; que o menino se chama Francisco de Souza Barros e tem a idade de nove anos; que a polícia levou o menino às cinco horas da tarde e somente voltou com ele às duas da madru­gada mais ou menos; (...)

A professora Maria Madalena Prata Soares, 26 anos, esposa do estudante José Carlos Novaes da Mata Machado, morto pelos órgãos de segurança, narrou ao Conselho da Auditoria Militar de Minas Gerais, em 1973:

(...) que foi presa no dia 21.10.73, juntamente com seu fi­lho menor Eduardo, de 4 anos de idade; que o motivo da prisão era que a interroganda desse o paradeiro de seu esposo; que, durante 3 dias, em Belo Horizonte, foi pressionada (para dizer) onde estava José Carlos, da seguinte maneira: que, se não falasse, seu filho seria jogado do 20 andar, e isso durou 3 dias, (...); que na última noite que seu filho passou consigo, já estava bastante traumatizado, pois ele não conse­guia entender porque estava preso e pedia para ela, interroganda, para não dormir, para ver a hora que o soldado viria buscá-los; (...) ele não consegue entender o motivo do desa­parecimento meu e de José Carlos; que o menino está trau­matizado, com sentimento de abandono; (...)

Ao depor no Rio, em 1969, declara o carpinteiro paranaense Milton Gaia Leite, 30 anos:
(...) foi preso e torturado com tentativa de estupro, inclusive os seus filhos e esposa, tendo os filhos de cinco anos e sete (sido) presos, não só no Paraná, e aqui (também); (...)

Em São Paulo, a estudante lára Ackselrud de Seixas, de 23 anos, viu seu irmão menor, com evidentes sinais de torturas, ser levado à sua casa pela polícia, conforme narrou em seu depoimento, em 1972:
(...) “alguns seres” que invadiram a casa, passando a agredi-la e aos demais, derrubando tudo, estando seu irmão, na oca­sião, ensanguentado, mancando e algemado, tendo ele apenas 16 anos de idade; (...)

Algumas crianças foram interrogadas, no intuito de se obter de­las informações que viessem a comprometer seus pais. O ex-depu­tado federal Diógenes Arruda Câmara denunciou, em seu depoimen­to, em 1970, o que ocorreu à filha de seu companheiro de cárcere, o advogado Antônio Expedito Carvalho:

(...) ameaçaram torturar a única filha, de nome Cristina, com dez anos de idade, na presença do pai; ainda assim, não intimidaram o advogado, mas, de qualquer maneira, foram ouvir a menor e, evidentemente, esta nada tinha para dizer, embora as ameaças feitas – inúteis, por se tratar de uma inocente que, jamais, é óbvio, poderia saber de alguma coi­sa. (....)

Ao prenderem, em São Paulo, em 24 de junho de 1964, o publi­citário José Leão de Carvalho, não pouparam seus filhos mais novos:

(...) fazendo ameaças aos seus filhos menores, do que re­sultou, inclusive, a necessidade de tratamento médico-psiquiá­trico no menino Sérgio, então com três anos de idade; (...)

Na tentativa de fazerem falar o motorista César Augusto Teles, de 29 anos, e sua esposa, presas em São Paulo em 28 de dezembro de 1972, os agentes do DOI-CODI buscaram em casa os filhos me­nores deles e os levaram àquela dependência policial-militar, onde viram seus pais marcados pelas sevícias sofridas:

(...) Na tarde desse dia, por volta das 7 horas, foram tra­zidos sequestrados, também para a OBAN, meus dois filhos, Janaina de Almeida Teles, de 5 anos, e Edson Luiz de Almeida Teles, de 4 anos, quando fomos mostrados a eles com as ves­tes rasgadas, sujos, pálidos, cobertos de hematomas. (...) So­fremos ameaças por algumas horas de que nossos filhos se­riam molestados. ... .)

A companheira de César, professora Maria Amélia de Almeida Teles, também denunciou no mesmo processo:

(...) que, inclusive, ameaçaram de tortura seus dois filhos; que torturaram seu marido também; que seu marido foi obri­gado a assistir todas as torturas que fizeram consigo; que também sua irmã foi obrigada a assistir suas torturas; (...)

A semelhante constrangimento foram submetidos os filhos do ferroviário aposentado João Farias de Souza, 65 anos, ao ser preso em Fortaleza, em 1964:

(...) deveria declarar tudo quanto ele soubesse, sob pena de, se assim não o fizesse, ele (promotor) tinha autoridade para prender toda a sua família; que, no dia em que fizeram bus­ca em sua residência, a polícia havia levado dois de seus filhos, permanecendo naquela repartição até a hora em que o interrogado voltou à sua residência. ... .)

Não há indícios de que seriam menores os filhos citados na denúncia acima, bem como nos seguintes casos registrados nos autos de qualificação e interrogatório, das Auditorias Militares brasileiras.
No Rio de Janeiro, consta no depoimento prestado, em 1970, pela operária Maria Eloídia Alencar, de 38 anos:

(...) que a altas horas da noite foi levada à sua residência; que a porta foi arrombada e a depoente entrou acompanhada desses homens e, lá, foi novamente espancada; (...) que prenderam e espancaram o filho da depoente; (...)
Também o radiotécnico Newton Cãndido, de 40 anos, denunciou na Justiça Militar em São Paulo, em 1977:
(...) que, em São Paulo, foi, juntamente com sua esposa e filhos, torturado; (...) “

Os arquivos processuais das Auditorias Militares registram ou­tros casos de sevícias envolvendo relações de parentesco, como o do advogado José Afonso de Alencar, de 28 anos, conforme seu de­poimento à Justiça Militar de Minas, em 1970:

(...) que a esposa de Carlos Melgaço foi trazida para ver os espancamentos sofridos pelo interrogado, Melgaço, Ênio, Má­rio e Ricardo, sendo de notar que a esposa de Melgaço, diante de tais cenas, desmaiou algumas vezes; (...)

O mesmo ocorreu com o estudante Luiz Artur Toribio, 22 anos, quando preso em São Paulo, em 1972:

(...) Como se isso não bastasse, foi torturado na frente de sua namorada, Lúcia Maria Lopes de Miranda e, ela, tortura­da em sua presença. (...)

Em Fortaleza, consta, no depoimento prestado em 1972 pelo es­tudante José Calistrato Cardoso Filho, 29 anos:

(...) Que foi levado a assinar referidas declarações por ter sofrido torturas e maus-tratos, aplicados não apenas na pessoa do interrogando, como também à noiva do interrogando e às irmãs destes; (...)

Mulheres torturadas
O sistema repressivo não. fez distinção entre homens e mulhe­res. O que variou foi a forma de tortura. Além das naturais diferen­ças sexuais da mulher, uma eventual gravidez a torna especialmente vulnerável. Por serem do sexo masculino, os torturadores fizeram da sexualidade feminina objeto especial de suas taras.

A engenheira Elsa Maria Pereira Lianza, de 25 anos, presa no Rio, narrou em seu depoimento, em 1977:

(...) que a interrogada foi submetida a choques elétricos em varias lugares do corpo, inclusive nos braços, nas pernas e na vagina; que o marido da interrogada teve oportunidade de presenciar essas cenas relacionadas com choques elétricos e os torturadores amplificavam os gritos da interrogada, para que os mesmos fossem ouvidos pelo seu marido; (...)

A bancaria Inês Etienne Romeu, 29 anos, denunciou:

(...) A qualquer hora do dia ou da noite sofria agressões fí­sicas e morais. “Márcio” invadia minha cela para “examinar meu ânus e verificar se “Camarão” havia praticado sodomia comigo. Este mesmo “Márcio” obrigou-me a segurar o seu pênis, enquanto se contorcia obscenamente. Durante este pe­ríodo fui estuprada duas vezes por “Camarão” e era obrigada a limpar a cozinha completamente nua, ouvindo gracejos e obscenidade, os mais grosseiros. (...)

Maria do Socorro Diógenes, de 29 anos, e Pedro, sofreram ve­xames sexuais como forma de tortura, segundo denúncia dela à Jus­tiça Militar do Rio, em 1972:

(...) que, de outra feita, a interrogada, juntamente com o acusado neste processo por nome de Pedro, receberam apli­cação de choques, procedidos pelos policiais, obrigando a in­terrogada a tocar os órgãos genitais de Pedro para que, dessa forma, recebesse a descarga elétrica; (...)

Violentada no cárcere, a estudante de Medicina Maria de Fá­tima Martins Pereira, 23 anos, contou, no Rio, ao Conselho de Jus­tiça, em 1977:

(...) que, um dia, irromperam na “geladeira”, ela supõe que cinco homens, que a obrigaram a deitar-se, cada um deles a segurando de braços e pernas abertas; que, enquanto isso, um outro tentava introduzir um objeto de madeira em seu órgão genital; (...)

Em Minas Gerais o mesmo se deu com a professora Maria Men­des Barbosa, de 28 anos, segundo seu depoimento, em 1970:

(...) nua, foi obrigada a desfilar na presença de todos, desta ou daquela forma, havendo, ao mesmo tempo, o capitão POR­TELA, nessa oportunidade, beliscado os mamilos da interroga­da até quase produzir sangue; que, além disso, a interrogada foi, através de um cassetete, tentada a violação de seu órgão genital; que ainda, naquela oportunidade, os seus torturado­res faziam a autopromoção de suas possibilidades na satisfa­ção de uma mulher, para a interrogada, e depois fizeram uma espécie de sorteio para que ela, interrogada, escolhesse um deles. (...)

No Rio, a funcionaria pública Maria Auxiliadora Lara Barcelos, de 25 anos, narrou, em 1970, como a forçaram a atos degradantes com outros prisioneiros políticos:

(...) que nesta sala foram tirando aos poucos sua roupa; (..) que um policial, entre calões proferidos por outros po­liciais, ficou à sua frente, traduzindo atos de relação sexual que manteria com a declarante, ao mesmo tempo em que to­cava o seu corpo, tendo esta prática perdurado por duas horas; que o policial profanava os seus seios e, usando uma tesoura, fazia como iniciar seccioná-los; (...) que, na polícia do Exército, os três presos foram colocados numa sala, sem roupas; que, inicialmente, chamaram Chael e fizeram-no bei­jar a declarante toda e, em seguida, chamaram Antonio Ro­berto para repetir esta pratica, (..) o cabo Nilson Pereira insistia para que a declarante o fitasse, sem o que não lhe entregaria a refeição, (...)

Em 1973, no Rio, o tribunal militar ouviu da revisora gráfica Maria da Conceição Chaves Fernandes, de 19 anos:

(..) sofreu violências sexuais na presença e na ausência do marido; (...)

Gravidez e abortos
Para as forças repressivas, as razões de Estado predominavam sobre o direito à vida. Muitas mulheres que, nas prisões brasileiras, tiveram sua sexualidade conspurcada e os frutos do ventre arran­cados, certamente preferiram calar-se, para que a vergonha supor­tada não caísse em domínio público. Hoje, no anonimato de um passado marcante, elas guardam em sigilo os vexames e as violações sofridas. No entanto, outras optaram por denunciar na Justiça Mi­litar o que padeceram, ou tiveram seus casos relatados por ma­ridos e companheiros.

O auxiliar administrativo José Ayres Lopes, 27 anos, preso no Rio, declarou, em 1972:

(...) que, por vezes, foram feitas chantagem com o depoente em relação à gravidez de sua esposa, para que o depoente admitisse as declarações, sob pena de colocar sua esposa em risco de aborto e, consequentemente, de vida; (...) 

Idêntica situação enfrentou, também no Rio e no mesmo ano, o estudante José Luiz de Araújo Saboya, de 23 anos:

(...) que durante o período em que esteve no DOPS, em se­guida no CODI, a sua esposa se encontrava em estado de ges­tação e permaneceu detida como elemento de coação moral sobre o interrogando; (...)
No Recife, o Conselho de Justiça ouviu, em 1970, este depoi­mento da estudante Helena Moreira Serra Azul, de 22 anos:

(...) que o marido da interrogada ficou na sala já referida e ela ouviu, do lado de fora, barulho de pancadas; que, posteriormente, foi reconduzida à sala onde estava o seu marido, que se apresentava com as mãos inchadas, a face avermelhada, a coxa tremendo e com as costas sem poder encostar na cadeira; que o Dr. Moacir Sales, dirigindo-se à interrogada, disse que, se ela não falasse, ia acontecer o mesmo com ela; (...) na Delegacia, todos já sabiam que a interrogada estava em es­tado de gestação; (...)

Também no Recife, a mesma ameaça sofreu a vendedora He­lena Mota Quintela, de 28 anos, conforme denunciou, em 1972:

(...) que foi ameaçada de ter o seu filho “arrancado à ponta de faca”; (...)

Em Brasília, a estudante Hecilda Mary Veiga Fonteles de Lima, de 25 anos, revelou, em 1972, como ocorreu o nascimento de seu filho, sob coação psicológica e com acentuados reflexos somáticos:

(...) ao saber que a interrogada estava grávida, disse que o filho dessa raça não devia nascer; (...) que a 17.10 foi levada para prestar outro depoimento no CODI, mas foi suspenso e, no dia seguinte, por estar passando mal, foi transportada para o Hospital de Brasília; que chegou a ler o prontuário, por distração da enfermeira, constando do mesmo que foi interna­da em estado de profunda angústia e ameaça de parto pre­maturo; que a 20.2.72 deu à luz e (24 horas após o parto, disseram-lhe que ia voltar para o PIO; (...)

A mera coação psicológica é suficiente para provocar o aborto, como aconteceu à estudante de Medicina Maria José da Conceição Doyle, de 23 anos, também em Brasília, em 1971:

(...) que a interroganda estava grávida de 2 meses e perdeu a criança na prisão, embora não tenha sido torturada, mas sofreu ameaças; (...)

O mesmo deu-se em São Paulo com a professora Maria Madalena Prata Soares, de 26 anos, conforme seu depoimento prestado em 1974:

(...) que, durante sua prisão em Minas, foi constatado que estava grávida e, em dia que não se recorda, abortou na OBAN; (...)

Outras mulheres abortaram em consequência das torturas físi­cas sofridas, como foi o caso da secretária Maria Cristina Uslenghi Rizzi, de 27 anos, que, em 1972, denunciou à Justiça Militar de São Paulo:

(...) sofreu sevícias, tendo, inclusive, um aborto provocado que lhe causou grande hemorragia, (...)

Em 1970, no Rio, a professora Olga D’Arc Pimentel, de 22 anos, fez constar de seu depoimento:
(...) sevícias, as quais tiveram, como resultado, um aborto; que presenciou, também, as sevícias praticadas em seu ma­rido. (...)

O professor Luiz Andréa Favero, de 26 anos, preso em Foz do Iguaçu, declarou na Auditoria Militar de Curitiba, em 1970, o que ocorrera a sua esposa:

(..) o interrogando ouviu os gritos de sua esposa e, ao pe­dir aos policiais que não a maltratassem, uma vez que a mesma se encontrava grávida, obteve como resposta uma risada; (...) que ainda, neste mesmo dia, teve o interrogando notícia de que sua esposa sofrera uma hemorragia, constatando-se posteriormente, que a mesma sofrera um aborto; (...)

Também em 1970, em seu depoimento no Rio, a estudante Regina Maria Toscano Farah, de 23 anos, contou:

(...) que molharam o seu corpo, aplicando consequentemente choques elétricos em todo o seu corpo, inclusive na vagina; que a declarante se achava operada de fissura anal, que pro­vocou hemorragia; que se achava grávida, semelhantes sevícias lhe provocaram aborto.

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mercoledì 1 giugno 2011


Prendo spunto da un simpaticissimo post scritto da Montanaro per dire la mia sui tortellini e ravioli made in Brasil. Pur conoscendoli già da tempo e avendone provati di tutte le forme e le marche, oggi, non resistendo alla tentazione, sono andato da Wal Mart e ho comprato un pacco di ravioli. Erano in offerta, 8,00 reais il pacco da un chilo, e erano di una marca che non conoscevo (di cui però non faccio il nome). Ho pensato: “So che non sono buoni, ma forse sono mangiabili”. D’altronde, anche la pasta brasiliana è terribile, dato che non è di grano duro e fatta con tipi diversi di farina, però si può mangiare, basta stare un po’ attenti nella cottura e non pretendere molto. Ma i ravioli….

Già durante la cottura si sentiva un odore che neanche col “Piccolo chimico” riuscivo a ottenere. Anche se la scritta sulla busta diceva “Ravioli com carne” Dio solo sa cosa c’era dentro. Ma non desisto e continuo speranzoso. Nel frattempo preparo il mio bel sughetto fatto con “polpa de tomate”, praticamente un passata di pomodoro molto liquida, ma il risultato è decente. A cottura ultimata, dopo averli scolati e conditi col sugo e una buona manciata di formaggio “tipo parmesão” e li servo in tavola. Mia moglie, tadinha, per farmi fare bella figura ammette che hanno un sapore strano ma finisce il suo piatto. Mia madre, essendo sempre affamata, finisce anche il suo. Io, dopo qualche forchettata, rinuncio a continuare e dò una fine a questo assassinio al palato. Quindi prendo i ravioli che avevo nel piatto, li aggiungo a quelli ancora nella pentola e li dò al mio cane. Io mi accontento di un paio di uova al tegamino con due toast.

Così, con questa nuova avventura, finisce definitivamente il mio tentativo di mangiare i ravioli in Brasile. L’unica cosa che posso fare è imparare a farli in casa, come una buona massaia emiliana. Penso che dopo un po’ di pratica riuscirei a ottenere qualcosa di commestibile. Certamente saranno mille volte migliori di quelli prodotti qui. Perché è inutile negarlo, e che nessuno me ne voglia, ma qui in Brasile c’é frutta e verdura buonissima, carne tenera e deliziosa, ma per quanto riguarda dolci, pasta e ravioli… be’, meglio lasciare stare!

Ah, dimenticavo: neanche il mio cane non ha mangiato i ravioli. Dopo un’annusata alla sua capiente ciotola è ritornato sul divano aspettando chissà cosa. Ma d’altronde non mangia nemmeno arroz e feijao! È un cane chato, degno del suo padrone italiano, ma é il cane più simpatico che conosco.


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