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domenica 19 dicembre 2010


Giusto per fare un piacere a chi dice che parlo solo di cose serie (ma anche a chi pensa il contrario) vi posso annunciare che oggi ho deciso cosa fare da mangiare per Natale. E non dite che non vi interessa perché non ci credo!

A Natale qui in famiglia faremo "l’amico segreto”, cioè un gioco molto legal dove, una volta scritti tutti i nomi dei partecipanti su dei fogliettini, questi vengono piegati e messi in un recipiente. Dopodiché ogni persona dovrà prendere un foglietto, leggere il nome ma non dirlo alle atre persone (per questo l’amico è segreto) e di conseguenza dovrà fare un regalo alla persona che ha pescato. In questo modo ogni persona riceverà un regalo, senza distinzioni, e senza spendere un capitale come in Italia, dove io dovevo fare un regalo alla mamma, alla sorella, a ogni nipote, agli amici, cognati, ecc.

Quindi il 24 dicembre alla sera faremo una cena italo-brasiliana qui a casa mia, nel senso che io cucinerò italiano e mia suocera brasiliano. In questo modo potremo mangiare come maiali senza spendere cifre da capogiro e nello stesso tempo provare cibi insoliti o perlomeno non abituali. Dopo la cena ogni persona darà il regalo alla persona scelta e tutti alla fine  andremo a dormire felici e contenti e con la pancia piena! Ma non è finita.

Siccome alcune persone, a causa del lavoro, non potranno partecipare alla cena della Vigilia, a Natale faremo un pranzo a casa di mia suocera, sempre italo-brasiliano, ma con portate diverse.

Io dico già che quest’anno mi farò più furbo, dato che l’anno scorso, per il pranzo di Natale, abbiamo speso tantissimo e sia io che mia moglie praticamente non abbiamo mangiato niente, dato che eravamo costretti continuamente a preparare e a servire i piatti. Perdipiù, a causa di differenze culturali diverse, io mi sono anche arrabbiato alla fine perché, appena finito di mangiare, tutti gli invitati sono scappati a casa, lasciandoci soli io e mia moglie come due ciule* (*tipica espressione novarese). Quindi questa volta ho già detto a mia moglie che prepareremo e serviremo a tavola, ma faremo le cose con più calma in modo che anche noi potremmo mangiare e condividere il piacere di stare con gli altri.

Se a qualcuno può interessare (!) questo sarà il menù:

ANTIPASTO
Insalata di arance e finocchi - Salada de laranja e funcho
Insalata di pollo, mela e radicchio - Salada de frango, maça e radicchio
Pomodori ripieni di tonno - Tomates com recheio de atum
Cipolline e peperoni in agrodolce - Cebolinhas e pimentao em agrodoce
Tartine varie - Canapè e torradas varias
PRIMI
Penne al salmone - Pene ao salmao
Penne con mascarpone e peperoni - Pene com mascarpone e pimentao
Cannelloni di carne – Canelones de carne
SECONDI
Scaloppine al vino bianco - Bifé ao vinho branco
Arrosto all’ananas - Pernil com abacaxi
CONTORNI
Zucchine ripiene - Abobrinhas com recheio de carne
Patate al forno - Batatas assadas
Carotine al burro aromatizzato - Cenouras com manteiga e especiarias
Insalate varie - Saladas varias
DOLCI
Pandoro con crema di mascarpone - Pandoro com crème de mascarpone
Tiramisu
Pere al vino rosso - Peras ao vinho tinto

Da bere ovviamente acqua, birra, refrigerante e, non può mancare nella tavola di un italiano, vino (argentino per la precisione).

Come vedete nulla di particolare. Le uniche cose che mi daranno lavoro da fare saranno gli antipasti e l’arrosto, per il resto sono cose semplici da preparare.

Colgo l’occasione per farmi un po’ di pubblicità citando il mio blog di cucina, in cui troverete, oltre che a ricette tradizionali italiane come queste, articoli sul pranzo in Italia e al modo di bere e preparare il caffè, sempre in Italia ovviamente. Il blog in questione è (squillino le trombe…)


Quindi a tutti voi Buon Appetito e, ovviamente, un sincero e sperato Buon Natale!
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sabato 18 dicembre 2010


Un video da condividere, da mostrare a chi non conosce queste cose. Un video che fa pensare, che fa paura, che provoca senzazioni spiacevoli. Un video che mostra una realtà che non vogliamo sapere.

E’ pur vero che le persone che sono in quel luogo hanno stuprato o ucciso innocenti, ma come ho detto qualche tempo fa, c’è un limite a tutto. Il fatto è che la situazione che vedrete non è un caso isolato, ma penso che rappresenti la maggior parte delle prigioni brasiliani, anche se spero che non sia così.

Non che in Italia la situazione sia delle migliori, ma a questo livello non credo proprio.

Con l’augurio che nessuno di noi possa vedere realmente queste cose.

Copyright © 2010 - Sistema Brasileiro de Televisão
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giovedì 16 dicembre 2010


E’ dalle 8.00 che sto lavorando e mi sono fermato solo meno di un’ora per mangiare qualcosa. Ho ancora un lavoro da finire e già uno per domani. E sono sicuro che prima di sera mi verrà altro lavoro da fare. Come se non bastasse di sicuro preparerò io la cena (ma questo mi piace). Il che vuol dire che anche stasera, come da un anno a questa parte, alle dieci o alle undici sarò ancora qui a lavorare sul computer. Non so da quanto tempo non riesco a vedere un film o un programma alla televisione.

Il bello è che non posso lamentarmi. Se provo a dire qualcosa todo o mundo briga comigo dicendo che dovrei ringraziare il Cielo per lavorare così tanto, così possiamo pagare tutti i debiti che abbiamo. Io il Cielo lo ringrazio però mi piacerebbe ogni tanto avere un po’ di tranquillità e avere un po’ di tempo solo per me, per fare quello che mi piace, non solo per il lavoro.

E, sempre todo o mundo, è già preoccupato perché per Natale per qualche giorno non avrò lavoro (miracolo!). Quindi ovviamente (per loro) ora io devo lavorare di più per compensare quei pochi giorni di riposo.

Per l’amor di Dio, io sono contento di lavorare, e sono contento di avere tanto lavoro. Vuol dire che qui le cose vanno bene, a differenza di altri posti. Ma il problema è che qui non c’è limite. Può succedere quello che vuoi, può anche venire un alluvione o stare male, ma qui devi lavorare sempre come un cane, perdi più ringraziando Dio che le cose vanno così!

Così non va bene ragazzi. Ci dev’essere un limite in tutte le cose. E’ giusto lavorare, è giusto guadagnare tanti soldini, ma è anche giusto saper dire BASTA. Io vengo da un Paese dove, se oggi hai gia guadagnato abbastanza, sai fermarti e dire “ora penso a divertirmi”. Vengo da una concezione del lavoro completamente diversa dalla vostra, dove ero abituato a rifiutare (se volevo) il lavoro straordinario, abituato ad avere dei diritti che qui mi sembra essere nell’Ottocento. “Ma qui il datore di lavoro ti paga il biglietto del autobus per andare a lavorare.” Ma cosa me ne importa a me se mi paga il biglietto se poi mi fa morire di troppo lavoro!

Imparate a darvi dei limiti ragazzi. Cercate di rilassarvi di più e di pensare a tutte le cose belle che avete in questo grande Paese, e non solo ai soldi. In questo, lasciatemelo dire, avete molto da imparare da noi.
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giovedì 9 dicembre 2010


Leggendo alcuni post di blog brasiliani sembra che l’Italia sia un Paese ormai distrutto, quasi alla fine del mondo, con case e palazzi grigi e vecchi, strade desolate, cielo sempre grigio e senza colori e abitato solo da vecchi e anziani. Secondo alcuni di voi i bambini sono scomparsi dall’Italia, proprio come i dinosauri o le buone maniere. Ma è proprio questo che voi vedete? E’ così che vedete l’Italia? E poi dicono che siamo noi a essere un popolo triste e deprimente!

Voi non vedete bambini giocare per strada perché a noi italiani non piace che i nostri figli giochino per la strada. Preferiamo che giochino in casa, un luogo più sicuro per loro, più controllato. Provate a chiedere a una mamma italiana perché non lascia giocare i propri figli nella strada. Molto probabilmente vi risponderà “Ma non sono mica degli zingari! Hanno una casa e una famiglia e non devono giocare per strada!” Non so se questo sia giusto oppure no, ma credetemi, è solo per questo motivo che non vedete bambini per la strada. O quasi.

Pensate una cosa: mia madre ha 87 anni. Circa 50 anni fa ha avuto il suo ultimo figlio (cioè io), dopodiché ha deciso di non volerne altri (ne aveva già tre) dato che non poteva mantenerli (la mia famiglia è molto povera). Quindi, 50 anni fa, mia madre aveva già in mente il controllo delle nascite. Quante donne brasiliane di oggi, con 20 o 30 anni, pensano a questo? Qui è normale avere tantissimi figli (mia suocera ne ha 7) ed è quasi nomale che una bambina di 13 anni sia già gravida (una ragazza che abita di fronte a me ha 15 anni ed ha già 3 figli, senza essere sposata). In Italia non è così. Forse neanche i miei nonni pensavano così.

Ma non solo. Può sembrare un paradosso, ma non lo è. “In Italia si fanno pochi figli perché gli si vuole troppo bene e i genitori non intendono far loro mancare nulla”, afferma Ermenegildo Ciccotti dell’Istituto degli Innocenti di Firenze. Quindi è proprio questo grande amore che rende questa carenza di nuove nascite. Sapendo che non potranno dare tutto quello che serve ai loro figli le mamme italiane preferiscono non farli. E poi ci sono ovviamente i problemi economici, perché mantenere un figlio costa, e molto (*).

Ma andiamo a vedere un po’ di numeri.
Secondo le ultime rilevazioni dell'ISTAT al 1 gennaio 2010 i giovani fino a 14 anni di età rappresentano il 14% del totale, mentre in Brasile è del 31,8%. Sotto il profilo demografico l'Italia si conferma uno dei paesi con il più basso tasso di natalità al mondo; nel 2009 il numero medio di nascite per donna è stimato a 1,41. In Brasile tale percentuale è del 1,93%. Il 25,4% dei bambini sono figli unici. Più della metà dei bambini (il 54,7%) ha un solo fratellino e la quota di chi ne ha più di uno è scesa al 20%. La percentuale di potenziali genitori che indicano la situazione economica come fattore principale per la decisione di avere o meno un figlio nel triennio successivo è del 49% (*).

Quindi la metà degli italiani pensa, a mio parere giustamente, che proprio per i problemi economici che stanno attraversando in questo (lungo) periodo, è meglio non avere figli, o comunque averne pochi.

Infatti sembra che il primo figlio incide nella misura del 20% sul budget familiare. “Oggi i genitori spendono molto per i bimbi, ma gli stipendi sono inferiori rispetto a 40 anni fa, perché in proporzione si guadagna meno. Lo stile di vita è cambiato e i salari non si sono adeguati: equivalgono ai 2/3 delle medie europee”, spiega Daniela Del Boca economista dell’Università di Torino. E non solo costa mantenerli, ma in Italia le famiglie non possono fare affidamento su aiuti statali. “In Francia lo Stato spende il 3% del Pil per la famiglia - il triplo rispetto all’Italia - e un altro 1% in sgravi fiscali. Più figli si hanno, maggiori sono i vantaggi. Da noi sono le famiglie più povere ad avere più figli. E i bonus dati una tantum non bastano: servirebbero interventi strutturali per ridurre i carichi fiscali sui redditi più bassi(*).

In Italia l’età media della donna al primo parto si è spostata a 30 anni e l’Istat stima che nel 2010 raggiungerà i 31. Per non parlare delle mamme over 40, che sono raddoppiate rispetto a vent’anni fa, tanto che in Italia raggiungono quota 5,6% (contro il 3% di Francia e Gran Bretagna e il 4% in Germania) (*).

E c’è un altro paradosso italiano: da noi le donne lavorano meno (46% contro un obiettivo europeo del 60%) ma fanno anche meno figli. La condizione di casalinghe non aumenta il tasso di natalità. Anzi. Contribuisce ad abbassarlo. Nel resto d’Europa, laddove le donne lavorano di più, cresce il numero dei figli. Perché? “All’estero, le politiche di conciliazione sono iniziate molti anni fa e hanno supportato l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro”, commenta Linda Laura Sabbadini direttore centrale dell’Istat per le indagini su condizioni e qualità della vita. “Da noi, invece, sono partite più tardi, tanto che oltre 1/4 delle mamme al primo figlio è costretto ad abbandonare il lavoro”. Già, perché quanto più alti sono i costi di child-care (custodia del bambino), tanto più elevato deve essere il ‘salario di riserva’ ovvero quella retribuzione ‘residua’, al di sotto della quale la donna non ha convenienza a lavorare ma preferisce occuparsi direttamente dei figli. In questo caso, la soluzione ottimale sarebbe il part-time. Ma è uno strumento ancora poco diffuso in Italia. Mentre la precarietà del lavoro, sommata alla crisi, non fa che scoraggiare ulteriormente la procreazione (*).

In poche parole, se la mamma è una casalinga non ha i soldi per mantenere i figli, mentre se lavora non ha i soldi per gli asili e altre strutture di custodia infantile. E dobbiamo anche dire che le mamme italiane non amano affidare i loro figli molto piccoli agli asili, mentre preferisco a ricorrere ai nonni, che anche loro, tutto sommato, amano avere in cura i loro beneamati nipotini.

Altra cosa da tener presente: in Italia le case sono diverse che in Brasile. Là ci sono più palazzi e condomini, e di solito questi edifici hanno un cortile interno. Quindi i bambini che abitano in quei palazzi vanno a giocare in cortile, e non sulla strada dove può essere pericoloso. In Brasile invece sono quasi tutte casette singole, dove di solito vive una sola famiglia. Per questo i bambini si ritrovano insieme nella rua di fronte. Sembra una cosa di poco conto ma spiega, almeno in parte, il perché non ci siano bambini a giocare per le strade.

Questi dati cosa vogliono dire? Una cosa molto semplice: In Italia vedete meno bambini perché ce ne sono di meno che in Brasile e che le abitudini, sia di carattere pratico che sociale, sono diverse dai due Paesi. Io capisco che una persona, nata e cresciuta in Brasile, si possa trovare disorientata in Italia o in qualche altro Paese europeo, ma come vedete c’è sempre una spiegazione logica per tutto. O quasi.

(*) fonte wwwquimamme.leiweb.it Tratto dal numero di marzo 2010 di Donna&mamma
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lunedì 6 dicembre 2010


La fine dell’anno è sempre un periodo dove si fanno rapporti e classifiche sulla vita, sul lavoro e sulla società del proprio Paese. E infatti proprio in questi giorni sono usciti due relazioni molto importanti sull’Italia, precisamente il 44° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, sviluppato dal CENSIS (Centro Studi Investimenti SocialI) e la Classifica della Qualità della Vita promossa da Il Sole 24 Ore.

Iniziamo dalla prima, e devo dire che le notizie non sono certamente positive (ma qualcuno si aspettava il contrario?).

Secondo questo rapporto “l’Italia del 2010 viene rappresentata di fatto come un’«ameba», un'entità informe e senza spina dorsale che stenta a prendere coscienza del proprio potenziale e a compiere quello scatto di orgoglio che le consentirebbe di riprendere forza e di guardare avanti. Le motivazioni, secondo i ricercatori, sono da ricercare in diversi fattori: il venir meno dei valori alti che hanno caratterizzato i decenni passati, a partire dalla spinta emotiva ricevuta in eredità dal risorgimento, la delusione per un’economia di mercato che ha disatteso molte speranze, la mancanza di fiducia nella classe politica e nella sempre più marcata verticalizzazione di quest’ultima. 
Gli italiani soffrono di un vero e proprio «calo di desiderio» che si manifesta in ogni aspetto della loro vita: appagati i traguardi che ci si prefiggeva in passato (dalla casa di proprietà che oggi è una realtà per la maggior parte delle famiglie alla possibilità di andare in vacanza o possedere beni) ci si confronta oggi con la frenetica rincorsa ad oggetti «in realtà mai desiderati», come l’ultimo modello di telefonino, magari il quinto o il sesto cambiato in pochi anni. «Tornare a desiderare – fa notare il Censis – è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata ed appiattita». Non a caso tra i segnali in controtendenza vengono citati imprenditori e giovani che lavorano o studiano all’estero, che hanno riversato la loro forma di desiderio nel confronto e nella competitività internazionale.

I dati economici, del resto, non sono confortanti. In Italia, patria della piccola impresa, da qualche tempo sta venendo meno il lavoro autonomo, che ovunque nel mondo è stato il motore che ha consentito l’uscita dalla crisi: dal 2004 al 2009 c’è stato un saldo negativo di 437 mila imprenditori e lavoratori in proprio, con un calo percentuale del 7,6%. E c’è un aumento della disoccupazione tra i giovani che nei primi due trimestri è stato del 5,9%, a fronte di una riduzione media che nel resto d’Europa è stata dello 0,9%. Nel nostro Paese sono 2.242.000 le persone tra i 15 e i 34 anni che non studiano, non lavorano e neppure cercano un impiego, anche per la propensione – confermata da più della metà dei giovani italiani in questa fascia di età - a non accettare lavori considerati faticosi o di scarso prestigio.

L’appiattimento in campo economico va ricercato, secondo il Censis, anche in altri fattori e, soprattutto, nel confronto con quanto accade all’estero. Tra il 2000 e il 2009 il tasso di crescita dell’economia italiana è stato più basso che in Germania, Francia e Regno Unito. Il made in Italy ha perso lo 0,3% su base mondiale, attestandosi su una quota di mercato globale del 3,5%. E a perdere terreno sono stati i comparti a maggiore tasso di specializzazione, dalle calzature ai mobili, che fino ad oggi avevano rappresentato un plus per le nostre esportazioni. E non è tutto: l’Italia è il Paese europeo con il più basso ricorso a orari flessibili (solo l’11% delle aziende con più di 10 addetti utilizza turni di notte, solo il 14% fa ricorso a lavoro domenicale e il 38% a quello del sabato. Ed è inoltre, tra le nazioni del vecchio continente, quella in cui meno si adottano modelli di partecipazione dei lavoratori agli utili dell’azienda: ciò avviene solo nel 3% del totale, contro una media europea del 14.

E poi i mali tutti (o soprattutto) italiani. A partire dall’economia in nero, basata su un’evasione fiscale da 100 miliardi di euro all’anno, che drena risorse pari al 4,7% del Pil. Tra il 2007 e il 2008 l’economia irregolare si stima sia cresciuta del 3,3%. Un’indagine del Censis stesso dice che gli italiani ne sono in parte consapevoli, che il 44,4% di loro la considera il male principale della nostra economia e che più della metà degli interpellati sarebbe favorevole ad un aumento dei controlli anti-evasione. Tuttavia, più di un terzo degli italiani ammette candidamente di non richiedere scontrini o fatture a esercenti e professionisti, soprattutto se questo consente loro di risparmiare qualche euro. Infine c’è il capitolo della criminalità organizzata che in Sicilia, Campania, Calabria e Puglia – che insieme registrano 672 comuni i cui risultano presenti sodalizi criminali che la fanno da padroni - occupa stabilmente più del 54% del territorio totale.” (1)

Per quanto riguarda invece la classifica de Il Sole 24 Ore il risultato non sorprende di certo, dove al traguardo arrivano quasi fianco a fianco: Bolzano con 637 punti e Trento, una frazione dopo, con 636. Sono le due province autonome del Trentino Alto Adige, metre l’ultimo posto spetta a Napoli, con 107 punti. In questo caso possiamo benissimo modificare il detto con “VIVI a Napoli e poi muori”.

E’ strano però notare che, come tenore di vita, il primo posto vada a Milano (e il VCO, la mia zona al 7°… evviva!), mentre sempre Milano, alla voce AFFARI E LAVORO, scenda al 54° posto. Per quanto riguarda i servizi ambiente e salute il posto d’onore spetta a Bologna, mentre per il tempo libero la palma d’oro va a Rimini (sai che novità!). (2)
(2) fonte Il Sole 24 Ore

Quindi uno, per vivere bene in Italia, dovrebbe lavorare a Bolzano, vivere a Milano, ammalarsi a Bologna e divertirsi a Rimini!

Oppure venire a vivere in Brasile come ho fatto io…
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sabato 4 dicembre 2010


Ieri su Globo Reporter hanno trasmesso un bel servizio sull’Italia, o per meglio dire, su modo di vivere di alcune città italiane. In questo servizio, oltre a mostrare alcune bellezze geografiche come la Liguria (Regione che io adoro), architettoniche come Firenze e gastronomiche come lo Strudel (ma avete provato a mangiare un VERO strudel trentino, magari ancora tiepido, accompagnato da una crema alla vaniglia e magari a un bicchiere di moscato bello fresco?), si parlava soprattutto del modo di vivere più lento, meno frenetico di altri Paesi, e come questo sia un piacere in tutti i sensi. E ovviamente come questa forma più rilassante faccia bene alle persone, sia dal lato fisico che psichico.

E’ ovvio che non in tutte le città d’Italia si vive così. La Globo ha preso come riferimento alcune città della Toscana o della Liguria, città con pochissimi abitanti e con una zona rurale abbastanza ampia. Non potevano certo parlare di queste cose facendo un servizio su Milano, perchè là la vita è certamente più frenetica. Però è vero che noi italiani sappiamo vivere meglio di altra gente. Sappiamo gustare, assaporare meglio le cose, siamo più consapevoli di quello che ci circonda. Non per niente il SLOW FOOD(1) è nato in Italia.

(1) Slow Food nasce nella città di Bra, in provincia di Cuneo e si pone come obiettivo la promozione del diritto a vivere il pasto, e tutto il mondo dell'enogastronomia, innanzitutto come un piacere. fonte Wikipedia

A me è piaciuto molto quel servizio (quasi mi sono commosso a vedere le bellezze della mia lontana Italia). Per questo, per chi non ha potuto vederlo, propongo qui due piccoli video di quella trasmissione, in modo da far conoscere anche ad altre persone quello di buono che c’è nel mio Paese.

Buona visione!

© Copyright 2010 Globo Comunicação e Participações S.A.

© Copyright 2010 Globo Comunicação e Participações S.A.
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venerdì 3 dicembre 2010


Scusatemi, so che sto dicendo una grande bobagem, ma i presentatori brasiliani sanno che esistono anche le giacche e le cravatte? Dico questo perché, a parte i conduttori dei telegiornali, la maggior parte dei altri presentatori, che siano giornalisti o no, usano sempre e solo jeans, magliette e scarpe da tennis.

Nulla da ridire su questo tipo di abbigliamento, ma penso che una cosa sia passeggiare con gli amici lungo una spiaggia sorseggiando una buona cerveja, un’altra cosa è condurre un programma televisivo visto da milioni di persone. Ammetto di essere molto chato in queste cose ma penso che la forma sia importante quando si tratta di esporsi davanti agli altri.

Con questo non voglio criticare la professionalità o la bravura di questi conduttori. Tutti sono molto bravi e mi piace molto il loro modo di condurre una trasmissione o di dare una notizia. Però un pizzico di eleganza in più non guasterebbe!

Non me ne vogliano Tiago & Co.
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