Adbox

venerdì 30 aprile 2010


Io forse mi sbaglio, ma a volte penso che la maggior parte dei brasiliani pensino di vivere in una novela, dove tutto è bello, tutto va bene e i problemi si risolvono da soli.

Dico questo perché leggo i commenti che qualcuno mi lascia e leggo anche altri blog che, come il mio, parlano della vita di brasiliani e italiani. E leggendo queste cose a volte penso che qualcuno stia vivendo una vita sbagliata, e vorrei sapere se sono io a vedere cose che in realtà non esistono o sono gli altri a pensare di vivere in una nuvola.

Per esempio qualcuno ha detto, parlando sulla differenza di vita tra Italia e Brasile, che "... in Brasile io stavo molto bene: avevo due lavori, una macchina, una casetta tutta mia e durante le vacanze potevo viaggiare". Ora, già il fatto che per stare bene devi avere due lavori e quindi lavorare come uno schiavo (o quasi) questo mi fa pensare. Ma poi chi non starebbe bene con due stipendi ogni mese, e magari anche quello della moglie? In qualunque Paese con due stipendi la vita diventa più facile. E poi, se stavi così bene in Brasile, perché lo hai lasciato per andare a vivere in Italia?

Oppure un'altra che dice "... io preferisco pagare un plano de saude e andare in un ospedale particular che avere la mutua gratis come in Italia". Ora, qualunque persona, che sia italiana, brasiliana o esquimese sa che per avere un servizio migliore o per avere un esame in minor tempo o per ottenere una visita dal miglior specialista sei obbligato a pagare, ma questa deve essere una tua scelta. Sei tu che devi decidere se pagare o no. In ogni caso lo Stato deve garantirti i servizi essenziali per la tua salute, e questi servizi devono essere di qualità perlomeno accettabile. In Italia si può dire quello che si vuole ma la sanità pubblica funziona bene. Certo, non è perfetta, come tutte le istituzioni pubbliche, ma di sicuro è migliore che in altri Paesi. E non parlo solo del Brasile. Negli Stati Uniti se non hai una assicurazione che ti copre le spese rischi di morire perché nessun ospedale ti vuole accettare. Questo perlomeno in Italia non succede.

Allora, a queste persone, e a tutte le altre che pensano allo stesso modo, dico di provare a vivere come la maggior parte dei brasiliani vive, perché, per esempio, non venitemi a dire che tutti i brasiliani hanno un plano de saude o mandano i loro figli in una scuola privata. Avete provato ad andare in un ospedale pubblico? Avete idea di come sia un Pronto Soccorso di un ospedale pubblico del Brasile? Io sì, perché purtroppo ho avuto a che fare con queste cose fin dall'inizio. Che provino, queste persone, ad andare in un ospedale pubblico per qualunque emergenza o malessere. Che provino ad andare in un posto de saude per prenotare un esame e che vadano a fare questo esame in un laboratorio pubblico, come ho fatto io, non privato. Io non ho un plano de saude, non ho i soldi per farlo, e nemmeno mia moglie o mia figlia. Lasciate che vi racconti una storia, solo per capire.

Mia moglie aveva una specie di nodulo al seno, o così a lei sembrava. Siccome era già in cura da un ginecologo per altri problemi questo medico le ha prescritto una mammografia URGENTE (nel caso lei non avesse avuto la fortuna di essere già in cura da un medico la prassi sarebbe stata più lunga). Allora lei è andata nel posto di saude vicino a noi (sarebbe come la mutua in Italia). La dottoressa che l'ha visitata, che poi abbiamo scoperto che non era una dottoressa ma una infermiera, ha fatto la carta per la mammografia, che si sarebbe fatta in un altro posto de saude più grande in un altro quartiere. Pur essendo urgente questo esame mia moglie l'ha potuto fare solo due mesi dopo. Ma questo può succedere anche in Italia, quindi sorvoliamo. Il giorno prescritto lei ha fatto l'esame. Pensate che le abbiano dato subito l'esito? No, l'esito avrebbe dovuto ritirarlo dopo un mese! Stiamo parlando di una mammografia, cioè di un esame molto semplice da fare ma molto importante. Mia moglie avrebbe potuto avere anche un tumore al seno ma questo lo avrebbe saputo solo un mese dopo. Ma andiamo avanti.

Dopo circa un mese mia moglie va per ritirare l'esame ma la persona che si occupa di questo è già andata via. L'orario di attendimento è dalle 8.00 alle 13.00 ma alle 12.30 già non c'era nessuno per ritirare gli esami. Non importa, torniamo il giorno dopo. Il giorno seguente ritorniamo in quel maledetto posto e questa volta siamo fortunati, perché c'è la persona incaricata, ma purtroppo non c'è il nostro esito dell'esame! Perché non c'è? Nessuno ce lo sa dire. Ma ci avevano detto di tornare dopo un mese! A volte serve più tempo (ma per fare cosa?). Alla fine ci dicono di tornare dopo 15 giorni! Va bene, mia moglie dice che in Brasile ci vuole molta pazienza perché, come dicono tutti qui, fazer o que? Portiamo allora pazienza ma dopo una settimana torniamo in quel posto per avere notizie del nostro amato esito ma, come era ovvio, di lui nessuno sa niente. Anche se la mia idea era di uccidere qualcuno andiamo via senza far niente, ma invece di tornare a casa mia moglie va al posto centrale di salute, il Postão, come lo chiamano qui. Ci crederete? L'esame di mia moglie era là perché, siccome la mammografia era stata fatta in un laboratorio di un altro quartiere, loro non sapevano a chi mandarlo, se al laboratorio o al posto di saude dove abito!

Quindi mia moglie ha dovuto aspettare più di tre mesi per sapere se aveva qualcosa al seno e se pensate  al tempo che è occorso per un semplicissimo esame, alla rabbia passata e all'apprensione di avere qualcosa di molto grave potete immaginare come mi senta io in questo posto e come mi senta quando qualcuno dice baggianate come quelle che ho descritto. 

Non sto facendo una critica al Brasile e nemmeno magnificando l'Italia. Voglio solo far presente a quelle persone che la vita "reale" in Brasile non è come loro dicono, almeno non per me o per la maggior parte dei brasiliani. Nelle novelas che vedo in televisione (perché sinceramente non c'è molta scelta quindi o ti vedi la novela o vai a dormire) la vita è sempre bellissima. Certo, parlano dei problemi di tutti i giorni, a volte anche di cose gravi come la droga o la deficienza fisica, ma nelle novelas tutto è lindo, tutti hanno case bellissime, tutti sono bellissimi, senza difetti, tutti lavorano sodo e guadagnano bene. Non ci sono alluvioni o grandi calamità e le favelas sono viste come un buon posto da vivere. 

Certo, è ovvio che ci sono persone che vivono in questo modo, persone molto, ma molto ricche, ma quante sono queste persone in Brasile? Ed è ovvio che con i soldi stai bene in Brasile ma anche in Italia o in qualunque altra parte del mondo. Io non sono così fortunato come il mio amico di inizio che ha due lavori e una bella casa. Io non ne ho nemmeno un di lavoro, perché mi mancano ancora i documenti per lavorare, perché sono ormai vecchio e anche qui vogliono solo persone giovani, perché non ho una vera specializzazione e non ho studiato quando avevo la possibilità e perché anche qui, anche se in forma minore, c'è una crisi di lavoro. Ma quanti brasiliani hanno più di 40 anni e non trovano lavoro? O quanti brasiliani hanno una laurea o un titolo di studio? Mia moglie è brasiliana ma anche lei non trova lavoro, e se lo trovasse guadagnerebbe un salario minimo (510 R$) o poco più per 8 o 9 ore di lavoro al giorno.

Per questo non abbiamo ancora una casa tutta nostra.
Per questo non abbiamo un carro zero.
Per questo dobbiamo servirci delle istituzioni pubbliche.

Torno a dire che forse sono io a sbagliare. Forse sono io a vedere cose che non esistono, o a non vedere altre cose. E se realmente è così allora vi prego di aiutarmi a vedere, a capire e a cambiare alcune cose della mia vita, perché è questo quello che vedo ogni giorno qui ed è quello che scrivo in questo blog. Vita reale, non novelas.

Ma spero che un giorno queste cose cambieranno.
Spero anch'io di vivere in una novela in futuro.


Continue reading

domenica 25 aprile 2010


Un argomento che sempre suscita interesse e a volte molta rabbia è se gli italiani hanno dei preconcetti verso gli stranieri. E’ una domanda più che legittima che viene fatta non solo dai brasiliani ma da tutte le persone straniere che vengono nel nostro Paese. Ma che cos’è il preconcetto? Se andiamo a vedere su qualche dizionario troveremo:

preconcetto agg. [f. -a; pl.m. -i, f. -e] si dice di idea, opinione concepita irrazionalmente, per partito preso, che impedisce una valutazione obiettiva e serena: avversione, antipatia preconcetta ¨ n.m. [pl. -i] idea preconcetta; pregiudizio: giudicare sulla base di un preconcetto; combattere i preconcetti (*)fonte http://www.sapere.it/

In parole povere è una idea sbagliata che si ha su qualcosa. Ma da cosa nasce questa idea sbagliata? Andiamo a cercare un’altra parola sul dizionario:

pregiudizio n.m. [pl. -zi], ant. pregiudicio [pl. -ci] 1 giudizio, opinione errata che dipende da scarsa conoscenza dei fatti o da accettazione non critica di convinzioni correnti: avere dei pregiudizi nei confronti di qualcuno; essere pieno di pregiudizi; giudicare senza pregiudizi; pregiudizi morali, sociali | credenza superstiziosa: è un pregiudizio popolare che i gatti neri portino sfortuna 2 danno: recare pregiudizio; il fumo è di grave pregiudizio alla salute; ha ceduto con pregiudizio per il suo onore
fonte
http://www.sapere.it/

Quindi il preconcetto è una idea sbagliata dovuta alla scarsa conoscenza dei fatti. Quindi tornando alla domanda di inizio, se qualcuno dovesse chiedermi se gli italiani hanno dei preconcetti la mia risposta sarebbe: SI.

E’ inutile negarlo, noi italiani abbiamo tantissimi preconcetti o pregiudizi, ma non solo verso gli stranieri, ma anche e soprattutto tra noi italiani. Per carità, siamo sinceri: non siamo gli unici al mondo ad avere preconcetti. Ogni Paese ha il proprio preconcetto sia verso il mondo esterno sia con le cose proprie. E’ anche vero che ci sono preconcetti buoni (nel senso che non recano male a nessuno) sia quelli cattivi, ma per me è un preconcetto quando un brasiliano pensa che io sia ricco solo perché sono europeo. Anche in questo caso è una idea sbagliata dovuta alla scarsa conoscenza. E sempre a riguardo dei preconcetti dei brasiliani vi invito a leggere questo post di questo giornalista italo-brasiliano che vive in Francia, Jota Videira:

http://jotavideira.blogspot.com/2008/11/il-mondo-chiamato-brasile-no-al.html

Ma torniamo a noi. Che sia buono o cattivo, piccolo o grosso, bello o brutto, il preconcetto è sempre qualcosa di negativo dovuto alla ignoranza, e più una persona è ignorante più questa persona avrà dei preconcetti. Ma questo non significa che se trovate un italiano ignorante tutti gli italiani sono ignoranti. E’ come dire che siccome le donne brasiliane hanno un bel sedere tutte le brasiliane hanno um bumbum bonito (questo è un altro esempio di preconcetto).

Per questo, come italiano, chiedo scusa a tutte quelle persone straniere (e non solo) che hanno avuto occasione di incontrare persone ignoranti e maleducate piene di preconcetti e/o pregiudizi e che in qualche modo si sono comportate male nei loro confronti. Torno a dire che non tutti gli italiani sono uguali e se qualcuno sbaglia non significa che sbagliano tutti.

Ma perché dico che gli italiani hanno preconcetti? Come faccio a essere così sicuro? Be’, è semplice: primo perché sono italiano e nel limite del possibile cerco di essere obiettivo; secondo perché conosco un poco di storia d’Italia (ma molto poco però, perché non mi piaceva studiare da giovane!). Per farvi capire come siamo preconcettuosi (ma esiste questa parola?) faccio un piccolo esempio parlando delle targhe automobilistiche.

Cosa c’entrano le targhe con i preconcetti, direte voi, ma c’entrano eccome! Allora…

(*) Le targhe automobilistiche in Italia nascono verso i primi del ‘900 (per la cronaca l'invenzione della targa viene attribuita ai francesi che la impongono a Parigi per le vetture pubbliche negli anni Sessanta dell'Ottocento. Tuttavia nelle Legazioni dello Stato Pontificio una disposizione dell'11 febbraio 1851 - nata per evitare che i briganti utilizzino i carri e i calessi rubati per trasportare la refurtiva o per fuggire più velocemente - obbliga i possessori di veicoli, calessi, vetture o carri, all'uso di una targa d'ottone a lettere e cifre in rilievo su fondo di colore diverso per ogni Legazione) ma è dal 1903 che viene istituita la targa come noi intendiamo, cioè con la sigla della provincia e con un numero (in quel caso era il numero di licenza). Un esempio potrebbe essere MI 123456.
(*) fonte Wikipedia
Quindi fin dagli albori della storia targhistica (è un termine che ho inventato adesso) veniva posta la sigla della provincia dove quell’auto era stata immatricolata. I possessori di tale auto erano (e sono) molto gelosi di quella targa, non solo perché è una sorta di documento importante, che senza di esso non si può nemmeno circolare, ma anche perché mostrando la sigla della provincia si rendeva noto a tutti da dove si proveniva. Era (ed è) motivo di orgoglio dire “io sono di Torino”, o di Genova o di Messina. Voleva in qualche modo dire “Io non sono di qua, non sono come voi, vengo da un altro posto”. E quel altro posto poteva dire anche solo 5 km di distanza. Ma per noi era un modo di distinguersi dagli altri (altri italiani, badate bene).

Bene, le targhe sono andate avanti in questo modo fino al 1994, cambiando solo la forma da quadrata a rettangolare. Ma dal 1994 la Motorizzazione Civile cambiò le targhe eliminando la sigla della provincia usando solo una combinazione di numeri e lettere, esempio AB 1234 CD. Quella trasformazione non piacque agli italiani, e io ricordo che si vendevano adesivi da mettere sulla targa o sul cofano dell’auto con la sigla della provincia, in modo che la gente (cioè gli altri italiani) potessero sapere la provenienza di quella persona. Piacque così poco quel cambiamento quasi insignificante che qualche anno dopo, precisamente nel 1999, la legge sulle targhe cambiò nuovamente inserendo non solo la provincia di immatricolazione ma anche lo stemma dell’Europa e la sigla della Italia. Come dire “Io sono europeo, italiano e pure di Milano!” Ecco un esempio per capire meglio: I AB 1234 MI.

Questa forma di orgoglio provinciale è radicato in noi fin dall’inizio della nostra storia. Io ricordo benissimo che mia madre, di Novara, piccola città del Piemonte, quando incontravamo una macchina con la targa di Vercelli, che è un’altra piccola città distante 30 km da Novara, lei diceva: “Guarda quel cretino come guida, si vede che è di Vercelli!”, oppure “Cosa ci fa questo qui? Perché non va a casa sua?” Questo povero automobilista di Vercelli, pur essendo italiano come tutti noi, pur non avendo fatto nulla di male, era visto come uno straniero stupido che invadeva il nostro Paese!

Quindi se queste cose succedono tra di noi italiani immaginate cosa le persone possono pensare di uno straniero!

E io penso che questo modo sbagliato di vedere le altre persone sia molto antico. Pensate solo al feudalesimo. In quei tempi, e parliamo già del IX e X secolo, in Europa e di conseguenza anche in Italia gli Stati erano divisi in feudi, cioè in spazi più o meno vasti di terreno, di villaggi e di persone. Le persone che vivevano in quel determinato feudo erano al sicuro, protette dal loro Signore, finché restavano nei loro confini. Ma se dovevano andare nel feudo vicino, allora diventavano come degli stranieri e venivano visti come nemici. Noi italiani siamo nati con queste idee fin da tempo immemorabile. Per noi il nostro vicino non è una persona uguale a noi, di cui ci possiamo fidare. Non è un amico ma un nemico, o perlomeno una persona a cui dobbiamo stare attenti. E’ con queste idee che siamo nati ed è per questo se ora siamo così. Torno a dire che è sempre una questione di intelligenza e molti italiani non hanno questi pregiudizi, ma se vuoi conoscere un popolo devi prima conoscere la sua storia.

Voglio anche far notare che questi preconcetti nascono prima di tutti fra noi italiani. E’ risaputo che le persone che vivono nel nord dell’Italia non amano particolarmente quelli che vivono nel Sud, i meridionali, i cosiddetti terroni. Provate a chiedere a qualche calabrese o siciliano che vive in Piemonte o altra Regione del nord come sia stato difficile per lui l’inserimento nella società in cui è andato a vivere. Provate a chiedere a qualche milanese o veneziano cosa pensa dei meridionali. E se è difficile per un italiano di Crotone essere accettato da un abitante di Vicenza, immaginate come sia difficile per un brasiliano o per un senegalese.

Voglio finire mostrandovi un video di una scrittrice nigeriana durante un suo dibattito, Chimamanda Ngozi Adichie. E’ molto interessante e parla proprio di questo argomento e di come sia facile, per chiunque, cadere in qualche preconcetto. Devo dire grazie alla mia amica Barbara che, grazie al suggerimento nel suo blog Brasil na Italia di una sua lettrice, ha potuto mostrare a me e a tutti gli altri questo video. Spero che non pensi che abbia rubato qualche sua idea perché mostrando questo video voglio solo far conoscere ad altre persone idee interessanti proprio per evitare ulteriori preconcetti. Il video è in inglese ma potete scegliere un sottotitolo in italiano o altra lingua. Una buona visone a tutti.

Continue reading

sabato 10 aprile 2010


Credo che sia impossibile non parlare di quanto sia successo in questi giorni a Rio de Janeiro. Disgrazie come queste fanno pensare a quanto potrebbe essere corta la nostra vita o come siano insignificanti i problemi che abbiamo noi tutti i giorni.  Fino ad oggi, 10 aprile, sono state registrati 61 morti nella città di Rio de Janeiro, 16 in São Gonçalo, 1 in Petrópolis, 1 in Nilópolis, 1 in Paracambi,1 in Magé e 138 a Niterói. Ed è proprio di questa città che voglio parlare.


Niteròi è una citta dello Stato di Rio de Janeiro. Ha quasi 500.000 abitanti e si trova proprio di fronte alla famosa città carioca.
Senza titolo-1

E’ al terzo posto come migliore HDI (Indice di Sviluppo Umano) del Brasile, fu capitale dello Stato di Rio fino al 1975, ha spiagge bellissime e strutture alberghiere di prim’ordine, numerose opere dell’architetto brasiliano Oscar Niemeyer, è uno dei maggiori centri culturali del Brasile e la migliore in ambito scolatisco dello Stato. Quindi un bellissimo posto per viverci, a patto di avere i soldi ovviamente. Ah, dimenticavo, c’è anche un bellissimo ponte lungo più di 13 km con quattro corsie di marcia per ogni senso di marcia che collega Rio de Janeiro con Niteròi. 
niteroi2         rio_niteroi

Eppure in una città così bella è successa questa grande tragedia. Destino, dirà qualcuno, fatalità a cui nessuno poteva porvi rimedio. Ma sarà proprio così?

I fatti sono quelli che conosciamo: a causa della enorme pioggia che c’è stata in questi giorni a Rio (ma non solo a Rio ma in tutto il Brasile) una parte di una collina di Niteròi ha franato distruggendo centinaia di case con tutte le persone che vivevano. Questa “collina” si chiama Morro do Bumba. Ma perchè ho usato le virgolette? Perchè questa “collina” in realtà era una enorme discarica a cielo aperto utilizzata dal 1970 fino al 1982. Poi, in accordo con alcuni biologi della Università di Rio la prefettura decise che la discarica avesse raggiunto il massimo di spazzatura che potesse contenere, allora decisero di costruire un’altra discarica poco lontano. Dobbiamo dire per dovere di cronaca che qui in Brasile non esiste il riciclaggio come nei paesi europei e le discariche sono per la maggior parte a cielo aperto.

Col tempo, questo enorme ammasso di rifiuti divenne una collina e alcune persone iniziarono a costruire case sopra di essa. Ovviamente tutte case abusive, perchè la prefettura non aveva dato il permesso di costruirle. Ma qui è normale fare questo. Qui prima si fa la casa. Dopo che l’hai costruita, quando hai messo le cose più importanti come il tetto e la rete fognaria, puoi andare in Prefettura a rendere legale il tuo immobile. Ma quell’area lì non va bene per costruire! Non importa, ormai l’ho fatta e non puoi mandarmi via. Ma l’impianto elettrico o idraulico non è a norme di legge! Ma di quali norme parli? Colleghi un cavo al filo elettrico che passa vicino a te e il gioco è fatto. Quindi una casa oggi, una domani, ecco che il Morro do Bumba diventa una piccola favela con più di 50 case e 200 abitanti.

Pensate che la Prefettura di Niteròi fece qualcosa? Mandò via gli abitanti abusivi? Certamente no. I prefetti di allora, pur sapendo che quelle case erano costruite su una collina di rifiuti, non fecero proprio nulla. Anzi, la prefettura, avendo a cuore i bisogni di quelle persone, costruì strade, una scuola e anche negozi! Per avere una idea del pericolo di quella povera gente “… imaginate una massa informe, senza sostegno, con i fori dove si forma il gas. E' una terra come una spugna - descrive Maurice Ling, direttore della Araúna Energia e di Gestione Ambientale - Questa mancanza di fermezza del suolo è la ragione principale per cui non si dovrebbe costruire nulla in una discarica".

Ecco perchè sono morte più di 100 persone. Non è stata la pioggia, o il destino o Dio a far questo. Quello che è successo è stato per colpa della miseria e della ignoranza di chi ha costruito le case su quella collina (perchè, scusatemi ragazzi, pur con tutto il dolore che provoca una tragedia come questa, era proprio necessario costruire una casa su una discarica? Abusiva per abusiva vado a fare la mia casa da un’altra parte, e non ditemi che non c’era posto perchè avete presente le dimensioni del Brasile) ma anche di tutte quelle persone che hanno permesso questo. E chi paga è sempre la povera gente.

Questa tragedia mi fa pensare a una disgrazia simile successa in Italia. 

Era il 5 maggio del 1988, quando decine di frane e 2 milioni di metri cubi di fango travolsero i comuni campani di Sarno, Quindici, Siano e Bracigliano, causando la morte di 160 persone e distruggendo centinaia di abitazioni. La città più colpita fu Sarno con 137 vittime e quasi 200 case distrutte o seriamente danneggiate.

Anche qui la causa principale è stata la forte pioggia che per 72 ore consecutive non ha dato tregua un minuto, ma anche qui la colpa è da attribuire a quelle persone che hanno permesso di costruire case su un monte con terreno permeabile, privo di vegetazione e molto franoso. Inoltre i canali, che dovevano drenare le acque che scendevano dalla montagna, erano quasi completamente otturati da rifiuti urbani, e ciò non permise alla terra di assorbire parte delle acque piovane che in quei giorni caddero abbondantemente sul suolo di Sarno, che ricordo è in provincia di Salerno.

Ovviamente in questo caso parliamo di camorra, di abusi edilizi e di tutte quelle cose che rendono l’Italia tristemente famosa. La cosa assurda, ma non così tanto per chi conosce l’Italia, è che i cittadini di Sarno hanno chiesto di tornare a vivere nella stessa zona dove è avvenuta la tragedia. Perdipiù, grazie all’aiuto del governo italiano e agli amici degli amici, molti cittadini avrebbero approfittato della tragedia per costruirsi case più grandi in zone dove già prima della frana non sarebbe stato possibile edificare. (*)

Cosa puoi dire quando viene a sapere queste cose? che mi vergono di essere italiano? No. Posso dire che mi ritengo fortunato di non essere quel tipo di italiano.

Forse hanno ragione quelle persone quando dicono che l’unica cosa che ci rende uguali è la morte. Morire sotto tonnellate di rifiuti o tonnellate di fango non fa differenza. Quello che è triste è che a morire è sempre la povera gente. Chi ha i soldi non vive nel Morro do Bumba o a Sarno. Ma non tutti sono così fortunati.

(*) fonte Corriere della Sera
Continue reading

mercoledì 7 aprile 2010


In un mio precedente post parlavo del lavoro in Brasile, o più precisamente del concetto di lavoro in Brasile.. Proprio oggi ho visto una cosa che penso che renda molto bene questo concetto del lavoro dei brasiliani.

Come saprete a Rio de Janeiro c’è stata così tanta pioggia che praticamente tutta la città è rimasta allagata. Inoltre sempre a causa della pioggia ci sono state molte frane nei morros (colline) di Rio distruggendo molte case causando così molti morti e feriti (nel momento in cui scrivo ci sono già 98 morti). Una vera tragedia, ma che forse in qualche modo si poteva evitare. Ma non è di questo che voglio parlare.

Proprio oggi, nel telegiornale di Rede Globo, hanno fatto vedere scene molto drammatiche dovute a questa tragedia, tra cui alcune interviste agli abitanti sui disagi che questa alluvione (perché è questo quello che è successo) ha creato.

Una di queste interviste è stata fatta ad alcune persone che, sebbene fossero le 4 del mattino, erano in attesa del autobus per tornare a casa dopo una giornata di lavoro. La cosa che mi ha lasciato a dir poco perplesso è che la maggior parte di quelle persone abitavano fuori di Rio, e venivano in città solo per lavorare. Quindi loro a quella ora del mattino stavano aspettando l’autobus per tornare a casa ma non avevano nemmeno il tempo per riposarsi un po’, perché appena arrivati dovevano riprendere l’autobus per ritornare a Rio de Janeiro per lavorare, perché in ogni caso non si può perdere un giorno di lavoro, per qualunque motivo sia.

Questa cosa rende molto bene l’idea di cosa voglia dire lavorare qui.

Quando io lavoravo in Italia a volte, in inverno, succedeva che nevicasse. Non avendo gomme da neve e non potendo montare le catene perché la neve era poca diventava un problema andare a lavorare, perché il luogo di lavoro era sempre fuori città e purtroppo non c’era un servizio efficiente di autobus come invece c’è qui. Quindi cosa succedeva? Nulla di particolare: telefonavo alla mia ditta dicendo che, a causa della neve, sarei andato a lavorare in ritardo o addirittura quel giorno non sarei andato.

Tutti i miei datori di lavoro non mi hanno mai lasciato a casa quando facevo questo (anche se per fortuna queste cose succedevano molto di rado). E questo perché? Perché i miei datori di lavoro capivano il mio problema. Loro sapevano che con la neve diventava un grande problema per tutti, anche per loro, andare a lavorare. Quindi forse non facevano salti di gioia ma capivano che se ritardavo di qualche ora o non andavo a lavorare era proprio perché non c’era la possibilità di fare diversamente.

Nessuno che io conosca ha mai perso un lavoro per motivi come questi e in ogni caso si aveva diritto a un certo numero di ore di permessi che potevo usare durante l’anno in caso di necessità.

Qui invece come vedete, anche in caso di una alluvione non si può perdere un giorno di lavoro.

E questo perché? Perché c’è così tanta gente che ha bisogno di lavorare che se il tuo capo ti lascia a casa oggi è sicuro che domani avrà perlomeno cento persone che vogliono prendere il tuo posto.

Io capisco che questo sia un motivo per agire in questo modo ma quando vedo o sento queste cose non posso fare a meno di immaginare al classico schiavetto negro costretto a lavorare e faticare tutti i giorni per un tozzo di pane.

Forse esagero, ma è quello che abbino quando chiudo gli occhi e penso al lavoro in Brasile.

So benissimo che in Italia le cose vanno molto male e che, specialmente con gli extracomunitari, molti datori di lavoro sono peggio degli schiavisti che c’erano qui in passato, ma non riesco a togliere dalla mente questa mia associazione: lavoro=schiavitù.

Ma devo trovare il giusto compromesso se voglio vivere qui, altrimenti la mia vita sarà un inferno.

Continue reading

lunedì 5 aprile 2010


Penso che sia una cosa che pochi potranno capire. Di sicuro nessun brasiliano potrà capire quanta saudade (nostalgia) ho del freddo della mia Italia.

Io sono una persona un po’ strana, perché sento molto la differenza di temperatura. Al primo cenno di freddo mi piace coprirmi con una felpa leggera o un giubbottino sportivo. Quando fa caldo invece non riesco a sopportare niente, nemmeno una catenina al collo, e mi piace stare molto leggero. Ma nello stesso tempo riesco a sopportare meglio le condizioni climatiche. Quest’anno qui ha fatto molto caldo. Era normale avere di giorno 33/35°. Tutta la gente si lamentava di questo, soffriva molto, con l’unica speranza di avere una pioggia di sera in modo da rinfrescare un po’. Anche io ovviamente morivo di caldo, però mi sono sempre lamentato poco, andavo sempre in giro con pantaloni lunghi e camicia di maniche corte (cosa che qui è comune vedere persone di bermuda e a torso nudo anche in centro città). Non so se questa mia sopportazione sia dovuta al fatto di essere europeo o è una cosa solo mia, ma rimane il fatto che a mio parere ho sofferto meno caldo io di molti brasiliani abituati a questo clima tropicale.

Ma ora è arrivato l’autunno qui (se così possiamo chiamarlo) e finalmente ora mi sento quasi a casa. Oggi c’era un bel venticello fresco durante il giorno e, pur avendo quasi 24°, faceva un poco di freddo in alcuni momenti, perché l’aria era molto… frizzante. Mia moglie poverina stava quasi morendo di freddo ma io. dopo tanti mesi di calore intenso, finalmente respiravo! Era bello sentire quell’aria fredda sulla pelle. Era bello stare fuori perché, pur essendo una giornata di sole, si stava bene grazie a quel vento fresco.

Finalmente è finito quel tempo dove non potevi nemmeno uscire di giorno perché il sole ti bruciava la pelle e il calore ti rendeva molle senza voglia di far niente. Ora durante il giorno la temperatura è quasi ottima (assomiglia un po’ al clima del nostro aprile/maggio) e c’è sempre un po’ di venticello (che io adoro) che in ogni caso ti fa respirare. Alla sera finalmente si dorme molto bene (la temperatura scende verso i 15° di notte) e posso gustarmi il mio piumone portato dalla Italia, fresco ma caldo nello stesso tempo.

Se fosse così tutto l’anno sarebbe il massimo della mia goduria climatica (?) ma sarà così ancora per poco. Qui a giugno arriva l’inverno, e sono proprio curioso di vedere com’è l’inverno qui. Poi verso la fine di settembre inizierà la primavera, ma non come la intendiamo noi, perché so già per esperienza che farà tantissimo caldo.

Ma per ora mi godo questo fresco magnifico che, tra le altre cose, mi mette più appetito.

E’ meglio cercare già qualche palestra per evitare di diventare ancora più gordo di quanto sono!

Continue reading